In Libia si combatte una guerra per procura stile Siria, in scala ridotta e a bassa intensità, con poche migliaia di uomini sul terreno ma una grande quantità di aiuti stranieri, in barba al divieto delle Nazioni Unite, che ormai è una barzelletta, per ammissione del povero inviato delle Nazioni Unite, Ghassan Salamé. A scatenare il conflitto è stato il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica che voleva conquistare Tripoli in due giorni ma che è impantanato in una logorante guerra di posizione che va avanti da oltre cinque mesi. A sostenere il “feldmaresciallo” con passaporto Usa ci sono in prima linea gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto, due Paesi che vorrebbero fare di Haftar un “gendarme” contro l’avanzata dei Fratelli musulmani in Nord Africa. Dal Cairo e da Abu Dhabi sono arrivati consiglieri, attrezzature, mezzi militari ma soprattutto denaro. Secondo un documento riservato pubblicato dal sito web Daily Beast, in collaborazione con il sito indipendente russo Portal, il comandante dell’Esercito nazionale libico può contare su un fondo di 150 milioni di dollari messo a disposizione degli emiratini per comprare i clan che controllano le varie località al controllo di Haftar.

La partita degli Emirati Arabi Uniti

Un investimento che si sta rivelando più costoso del previsto e la Libia non è l’unico fronte aperto per gli ambiziosi emiri della famiglia Al Nahyan. Dal 2015, infatti, Abu Dhabi è impegnata insieme all’Arabia Saudita una sanguinosa guerra in Yemen che ha provocato circa 100mila morti. Venerdì scorso, 13 settembre, il Comando generale dell’Esercito degli Emirati Arabi Uniti, in una nota ripresa dall’agenzia di stampa Wam, ha riferito che sei militari emiratini, tra cui un ufficiale, sono morti in un misterioso “incidente stradale” avvenuto “sul campo delle operazioni”. La fonte è ufficiale, ma l’informazione è incompleta. Quando è avvenuto l’incidente e di quale luogo delle operazioni parla l’esercito emiratino? Le ipotesi sono due: Yemen o Libia. Fonti della sicurezza yemenita hanno riferito all’Associated Press che le truppe degli Emirati sono morte in un incidente stradale nella provincia meridionale di Shabwa, un’area dello Yemen che brulica di militanti di Al Qaeda. Il paradosso è che “l’incidente” sarebbe avvenuto dopo il ritiro, parziale, degli emiratini dalla coalizione militare araba intervenuta in Yemen nel 2015. E, soprattutto, dopo le accuse di aver appoggiato un golpe ad Aden – il più importante porto del Paese – tentato (e sembra anche riuscito) dai separatisti del Consiglio di transizione meridionale ai danni del presidente in esilio dorato a Riad, Abd Rabbo Mansour Hadi.

Gli Emirati hanno molti nemici in Yemen, come del resto in Libia. Fonti militari di Tripoli hanno riferito al sito web Libya Observer, testata vicina al Governo di accordo nazionale (Gna) e ai Fratelli musulmani, che i sei emiratini “sono stati uccisi in un raid aereo contro la base di al Jufra”, la più importante base aerea utilizzata dalle forze dell’Esercito nazionale libico (Lna) di Khalifa Haftar per bombardare la Tripolitania. Il portavoce delle forze del Gna, Mohammed al Qanunu, ha confermato che l’aviazione di Tripoli ha “distrutto il comando delle operazioni della base aerea di al Jufra” uccidendo anche “sei ufficiali stranieri”, senza tuttavia precisare la nazionalità. “È la seconda volta in una settimana – ha aggiunto Qanunu, citato dall’Agenzia Nova – che colpiamo forze straniere dopo che abbiamo colpito il comando delle operazioni della zona di Qasr Bin Ghashir, dove sono morti sette mercenari che aiutavano le forze di Haftar a lanciare missili contro i quartieri della capitale”.

Mercenari russi riparano i mezzi di Haftar?

Gli emiratini non sono i soli a sostenere Haftar. In seconda battuta ci sono anche Russia e Francia, il cui sostegno alle forze della Cirenaica è più sottile e ambiguo. Secondo i documenti del Daily Beast, la Russia avrebbe inviato in Libia la Wagner, compagnia di mercenari russi di proprietà di Yevgeny Prigozhin, faccendiere considerato molto vicino al presidente Vladimir Putin. Si tratterebbe di “tecnici” incaricati di riparare i veicoli e l’artiglieria di fabbricazione sovietica: la stragrande maggioranza degli armamenti dell’Lna risale infatti ai tempi dell’Unione Sovietica e la stessa dottrina militare perseguita dall’esercito di Haftar ricalca i dettami di Mosca. Gli ufficiali più anziani di Haftar si sono diplomati nelle accademie militare sovietiche e la Federazione russa ha stretto nel 2008 un accordo per la fornitura di armamenti e sistemi di sorveglianza sofisticati per un valore di quattro miliardi di dollari. I media libici vicini alle autorità della Cirenaica sostengono che l’intesa sarebbe stata riattivata, ma questo è impossibile dal momento che la Russia non ha alcuna intenzione di violare le sanzioni Onu alla luce del sole. Più probabile che Haftar abbia tentato di spargere la voce che i russi stessero dalla sua parte e questo, forse, poteva anche avere un fondo di verità all’inizio. Tuttavia, ora che l’offensiva-lampo per prendere Tripoli è fallita, i rapporti con Mosca sembrano essersi notevolmente raffreddati.

Il doppio gioco della Francia

Sulla Russia ci sono soltanto dei sospetti, ma la Francia è stata colta davvero con le mani nella marmellata e in più di un’occasione. La prima volta è stata nel luglio 2016, quando tre membri delle forze speciali francesi sono rimasti uccisi nell’abbattimento di un elicottero in dotazione delle forze di Haftar vicino Agedabia, in un’azione rivendicata dalla milizia islamista denominata Brigata per la difesa di Bengasi. All’epoca il generale Haftar era ancora impegnato nelle campagne “contro il terrorismo” a Bengasi e Derna, alla fine assoggettate al controllo dell’Esercito della Cirenaica. Oggi le forze dell’operazione Karama (“Dignità” in arabo) sono impegnate a Tripoli, un tessuto urbano evidentemente troppo vasto per una conquista-lampo. Poco dopo il lancio dell’offensiva il 4 aprile scorso, quando ormai era chiaro che la spallata al governo dell’Onu non sarebbe avvenuta, un gruppo di diplomatici francesi di ritorno da un viaggio poi definito “di routine” a Tripoli (dove la Francia non ha fisicamente un’ambasciata) e con scorta armata al seguito è stato bloccato alla dogana con la Tunisia. La scorta si è rifiutata di consegnare le pistole, scatenando la contro-norma che consente di perquisire veicoli con targa diplomatica, e i tunisini trovano altri armi nascoste. Un fatto davvero inusuale: perfino le scorte dei ministri o del presidente devono dichiarare le armi, possibile che il convoglio (peraltro privo dell’ambasciatore) si sia scordato di una regola così elementare? Il sospetto è che “imboscati” tra i diplomatici francesi ci fossero consiglieri militari entranti clandestinamente per appoggiare il generale Haftar.

Infografica di Alberto Bellotto

L’ambasciata francese in Libia (ma con sede a Tunisi) ovviamente ha smentito, ma il ministero dell’Interno di Tripoli ha deciso di sospendere ogni accordo di cooperazione in materia di sicurezza dopo l’accaduto. Poi a giugno il ministro Fathi Bashagha, esponente di Misurata considerato come il vero “capo politico” del governo sostenuto dall’Onu, ha riallacciato i rapporti con Parigi ma poco dopo è successo il fattaccio: i combattenti del Gna hanno trovato quattro missili anticarro Javelin “made in Usa” nel Comando del generale Khalifa Haftar a sud di Tripoli. Uno “scoop” del quotidiano statunitense New York Times rivela che i missili del valore di circa 170 mila dollari ciascuno erano stati acquistati dalla Francia nel 2010. Le spiegazioni del ministero della Difesa francese sono imbarazzanti: prima dicono che i Javelin sono stati “temporaneamente immagazzinati in un deposito per la distruzione” e “non erano stato trasferiti alle forze locali”; poi ammettono che questi missili servivano effettivamente a “proteggere il personale francese”, ma comunque “non funzionanti”. Più recentemente le emittenti televisive Al Jazeera e Libya al Ahrar (media vicini ai Fratelli musulmani con sede centrale a Doha, in Qatar) hanno accusato la Francia di controllare una base da cui partono i droni che bombardano Misurata, la città-Stato libica alleata di Tripoli che ospita un ospedale da campo italiano con circa 300 militari. La notizia contiene informazioni assai difficili da verificare, ma estremamente dettagliate e soprattutto finora mai smentite.

L’appoggio della Turchia a Misurata e Tripoli

Haftar non è l’unico a godere di appoggio esterno. Le forze del Governo di accordo nazionale (Gna) possono contare sul sostegno militare della Turchia. A maggio un carico di armi e di veicoli blindati proveniente dal Bosforo è stato fotografato senza tanti accorgimenti nel porto di Tripoli, mentre a giugno il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha candidamente ammesso di aver fornito armi alle forze di Tripoli per “riequilibrare” la situazione, dal momento che le forze di Haftar avevano a loro volta ricevuto supporto da Emirati Arabi Uniti ed Egitto. E in effetti i rapporti di forza sul terreno sono decisamente cambiati soprattutto dopo l’arrivo dei droni turchi Bayraktar TB2. Per Erdogan si tratta quasi di una “questione di famiglia”, dal momento che l’azienda produttrice dei droni TB2 è collegata al genero Selcuk Bayraktar, marito della più giovane delle due figlie del presidente. La Turchia peraltro può vantare in Livia una numerosa comunità dei “Koroglu” (i libici di discendenza turca) che conterrebbe ben 1,4 milioni di individui, concentrati soprattutto a Misurata, la “città-Stato” situata circa 180 chilometri a est di Tripoli: praticamente meno un libico su quattro in Libia ha origini turche.

Occhio alle milizie del sud

Attenzione anche a quello che succede nel dimenticato Fezzan, la regione libica sud-occidentale che ospita infrastrutture vitali come il Grande fiume artificiale (il colossale acquedotto che porta l’acqua a Tripoli) e il gasdotto Greenstream che porta il metano in Italia. Dal 2011 il sud della Libia è teatro di una lotta tra i tebu (una tribù di origine etiopi presente ai confini di Libia, Ciad e Niger) e diverse tribù arabe per il controllo delle rotte transfrontaliere legali (merci, bestiame) e illegali (migranti, sigarette, droghe ed armi). In questa vastissima area desertica che confina con l’Algeria, il Niger ed il Ciad sono attive anche milizie ribelli ciadiane accusate di volta in volta di essere dalla parte di Tripoli o di Bengasi. Intanto a Murzuq, città strategica per il più grande giacimento di petrolio della Libia, Sharara, più di 2.200 famiglie arabe sono state sfollate dalle loro case, al punto che alcuni attivisti locali hanno parlato di una vera e propria pulizia etica. Secondo i documenti del Daily Beast, nel sud della Libia sarebbero state ingaggiate anche le milizie sudanesi janjaweed – tristemente note per il massacro nel Darfur – per compiere attacchi contro le forze di Haftar e rallentarle.

E l’Italia?

L’Italia non partecipa al conflitto in corso, ma schiera in Libia circa 400 militari inquadrati nella Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (Miasit) ai comandi del generale di brigata Alessio Cavicchioli, proveniente dal 4° Reggimento Alpini Paracadutisti Ranger, subentrato lo scorso 31 luglio al parigrado Domenico Ciotti. Il grosso del personale si trova a Misurata, dove è schierata la Task force ‘”Ippocrate” con una struttura ospedaliera dedicata all’attività di assistenza sanitaria: qui sono stati curati i combattenti feriti nel conflitto per liberare Sirte dal giogo dello Stato islamico. La sede del comando della missione si trova però nel porto di Tripoli per fornire, su richiesta delle autorità locali, attività di supporto e di sostegno alla Guardia costiera e alla Marina militare libiche (soprattutto nelle operazioni di recupero dei migranti in mare).

 

Sempre a Tripoli si trova un Mobile training team per la formazione, l’addestramento e l’assistenza tecnico-infrastrutturale delle Forze di sicurezza libiche. L’ambasciata d’Italia a Tripoli, unica rappresentanza occidentale attualmente funzionante e operativa nella capitale della Libia, è protetta dai Carabinieri e dagli uomini della nostra intelligence, certamente la più competente per quanto riguarda la Libia.