Parlare di Parlamento con pieno mandato appare, giusto per usare un eufemismo, molto fantasioso. Eppure, quell’assemblea nata con il voto del 2014 e insediatasi poi a Tobruck per via della guerra che imperversava a Bengasi, ad oggi appare uno dei pochi appigli istituzionali a cui la Libia può aggrapparsi per provare a disegnare una qualche forma di Stato. E costituisce, soprattutto, uno dei pochi enti in grado di essere internazionalmente riconosciuti. Per questo le due votazioni svoltesi nelle ultime 48 ore potrebbero incidere e non poco sul futuro del Paese nordafricano.
In una prima votazione, i deputati libici hanno introdotto una riforma che limita a un anno la durata del mandato del presidente della Camera.Questo atto, a detta della maggior parte dei parlamentari, ha automaticamente fatto decadere dall’incarico lo storico presidente Aguila Saleh. Così, il giorno successivo, la Camera di Tobruck non ha perso tempo nell’eleggere il successore: si tratta di Al-Salhin Al Obeidi, un rappresentante di Tobruck ma soprattutto una persona considerata vicina a Saddam Haftar. Un nome quest’ultimo che evoca quello della famiglia più forte dell’Est della Libia, il cui capostipite Khalifa Haftar è a capo del Libyan National Army. Ossia il sedicente esercito che controlla da oramai dieci anni buona parte della Cirenaica e del Fezzan.
L’importanza della Camera di Tobruck
La mano della famiglia Haftar sembra quindi ormai proiettata verso il controllo del Parlamento. Ma prima di approfondire questo aspetto, appare utile capire come mai questa camera eletta 12 anni fa appare così importante nel frastagliato quadro politico libico.Nel 2012 la Libia ha organizzato le prime elezioni dell’era post Gheddafi e i risultati sono stati ampiamente favorevoli ai partiti ricollegabili all’Islam politico. Una sorte che ha accomunato Tripoli con Tunisi e Il Cairo negli anni immediatamente successivi alle primavere arabe. Anche per questo motivo sono subito sorte da più parti, sia all’interno che all’estero, le pressioni per arrivare quanto prima all’elezione di un nuovo Parlamento. Del resto, la camera uscita dal voto del 2012 doveva servire soprattutto da costituente, in attesa delle prime “vere” elezioni. Si è così stabilito, anche con l’obiettivo di ridurre le storiche rivalità tra Tripolitania e Cirenaica, di piazzare la sede definitiva del governo a Tripoli e quella del parlamento a Bengasi e andare al voto.
Non tutto è però filato liscio: a Bengasi, lì dove si doveva insediare il Parlamento, gruppi islamisti hanno preso il sopravvento e i venti di guerra spirano anche a Tripoli. Il risultato è che al voto è andato soltanto il 18% degli elettori e i parlamentari eletti nel 2012 hanno rifiutato di dare riconoscimento politico e legale alla nuova assemblea. Soltanto nel 2015, con gli accordi sottoscritti dalle parti a Skhirat, è stata trovata la più classica delle soluzioni di compromesso: mantenimento in vita di entrambi i Parlamenti, con l’assemblea del 2012 trasformata in una sorta di “Camera Alta” libica e quella del 2014 diventata ufficialmente Camera dei Rappresentanti. Concepita come misura temporanea, i due Parlamenti sono ancora esistenti e, come sottolineato in precedenza, hanno una loro specifica importanza politica.
L’ascesa di Saddam Haftar
Nel 2014 a entrare in gioco è proprio Aguila Saleh, avvocato lontano dalla politica nell’era Gheddafi, che il 5 agosto 2014 è stato eletto presidente della Camera. Una volta insediata a Tobruck per l’indisponibilità di Bengasi, l’assemblea è progressivamente stata identificata con l’Est del Paese e contrapposta quindi al governo con sede a Tripoli. E questo per via delle avanzate in Cirenaica di Haftar, il quale ha fatto della Camera il proprio braccio politico. Saleh in tal senso è emerso come una figura di garanzia: da un lato ha in qualche modo assicurato una certa autonomia del Parlamento, dall’altro non ha mancato di avvicinarsi ad Haftar. A dimostrarlo è il conferimento nel 2018 del titolo di “maresciallo di Libia” al generale che da poco aveva riconquistato Bengasi.
Oggi però il clima è cambiato. Khalifa Haftar è anziano e, a detta di molti, anche molto malato. Dalla sua roccaforte di Bengasi, sta progressivamente pianificando la successione ai figli. Soprattutto a uno di questi figli, quel Saddam Haftar in grado negli ultimi mesi di prendere sempre più spazio e piede e di occupare i vuoti progressivamente lasciati dal padre. I rapporti tra Aguila Saleh e Khalifa Haftar sono stati perlopiù improntati su un preciso gioco delle parti: il primo ha recitato il ruolo politico e istituzionale di rappresentante del Parlamento, il secondo invece quello di capo militare. La distinzione, seppur di facciata, è stata utile a entrambi: Saleh si è potuto ritagliare un ruolo nazionale e ha trasformato Tobruck in una specie di “co capitale” dell’Est, il generale dal canto suo ha potuto rivendicare una legittimazione politica del suo “mandato” militare. Con Saddam sempre più ai vertici, la situazione è drasticamente cambiata: nessun gioco delle parti e nessun ruolo, il primogenito di Khalifa aspira a diventare l’unico vero uomo forte dell’Est della Libia. Così come sottolineato da Emadeddin Badi, analista del think tank londinese Chatham House, Aguila Saleh “è l’ultima vittima delle mire di Saddam Haftar e della sua volontà di centralizzare il processo decisionale”.
Saddam come figura di garanzia
Muoversi con così tanta disinvoltura in Libia può non risultare, alla lunga, molto prudente. In un contesto già fortemente spaccato, la rottura di ogni minimo equilibrio rischia di tramutarsi in nuove tensioni. Saddam però dalla sua ha forse un certo grado di incoscienza dettato dalla volontà di uscire il prima possibile dall’ombra del padre, in un momento in cui l’anziano genitore è costretto a guardare più alla propria eredità che alle proprie mire espansionistiche.
Non è da escludere tuttavia che il primogenito del generale siamotivato anche da alcune rassicurazioni ricevute da più parti. Fonti diplomatiche parlano di come, tutto sommato, agli Stati Uniti il nome di Saddam Haftar risulti benvisto: l’idea di affidarsi a un interlocutore forte infatti, in quel di Washington sembra alimentare la speranza di poter riunificare il Paese. Il figlio del generale potrebbe andare bene anche alla Turchia, altro Paese con un ruolo importante sia nell’Est che nell’Ovest della Libia. E infine, potrebbe piacere anche alla Russia, forte dei rapporti già stretti con il padre per la tutela dei propri interessi in Cirenaica. Vi è quindi al momento una convergenza interna ed internazionale in grado per adesso di assecondare le ambizioni del giovane Haftar. Ambizioni che dovranno comunque misurarsi con la realtà.
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