L’Italia adesso vuole tornare da protagonista sul dossier libico, andando a lavorare nel campo che più in questo momento le compete: quello della diplomazia. Quando il 4 aprile scorso Haftar scatena l’offensiva per la presa di Tripoli, per Roma la situazione sembra volgere verso il peggio: il generale che passeggia all’interno della capitale libica è uno scenario non certo favorevole per l’Italia. Adesso che lo stallo militare appare bloccare le fughe in avanti di Haftar, da Palazzo Chigi ci si aspetta uno sforzo importante per preparare il campo alle iniziative diplomatiche ed essere pronti quando, si spera a breve, le armi torneranno a tacere. Per fare questo l’Italia ha bisogno degli Usa, questi ultimi non sarebbero restii a ridare al governo gialloverde le chiavi del dossier libico ma l’eventuale aiuto d’oltreoceano non sarebbe certamente gratuito.

In che modo gli Usa possono aiutare l’Italia in Libia

Più la battaglia attorno a Tripoli aumenta di intensità, più i nodi vengono al pettine. In particolare, ciò che emerge è che il perno politico e militare dell’offensiva sulla capitale libica si trova nella penisola arabica ed è legato al “duello” interno al mondo sunnita: Arabia Saudita – Emirati da un lato, Qatar dall’altro. I primi sostengono Haftar e danno il via libera a fine marzo alle velleità del generale della Cirenaica. Dietro le mosse dell’uomo forte che aspira a riunificare sotto le proprie insegne la Libia, vi sarebbe per l’appunto l’azione dei Saud. Questi ultimi sono interessati ad evitare di vedere ancora per lungo tempo Tripoli sotto l’influenza del Qatar, il cui governo finanzia i Fratelli Musulmani che in Libia sono schierati a favore di Al Sarraj.

L’Italia, che ha necessità di vedere fermata l’azione di Haftar, deve dunque persuadere Riad dal continuare a sostenere la mossa militare del generale della Cirenaica. Roma ha sì buoni rapporti con gli Emirati Arabi Uniti, ma non basta. Per bloccare Haftar e dare almeno un provvisorio freno al flusso di petrodollari erogato da Riad, serve l’azione di chi può realmente incidere sulle politiche saudite. E quindi ecco che entrano in gioco gli Usa. L’Italia nel frattempo manda avanti la propria politica diplomatica, lunedì Conte riceve il ministro degli esteri del Qatar ed il vice di Al Sarraj, ossia Ahmed Maitig. Adesso occorre pensare all’altro lato della barricata: Roma, che continua a sostenere Al Sarraj, ha buoni rapporti anche con Haftar, non è del tutto contraria alle sue richieste ma non può nemmeno vederle esaudite manu militari. Occorre quindi, in poche parole, tornare al tavolo dei negoziati. Lì l’Italia può dire la sua e coordinare eventuali azioni politiche. Ma, per l’appunto, non si può fare a meno dell’appoggio Usa.

Entra in gioco il Venezuela

Su La Stampa trapela che , nei giorni scorsi, il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi Pietro Benassi vola a Caracas. Nella capitale venezuelana, scossa da mesi per via del braccio di ferro tra il presidente Maduro e l’opposizione guidata da Guaidò, il diplomatico incontra la comunità italiana. Ma in realtà, si legge sul quotidiano di Torino, Benassi avrebbe incontrato lo stesso Guaidò. Il governo italiano, come si sa, non lo riconosce presidente ed è tra i pochi a farlo in occidente. Il ruolo del consigliere diplomatico della presidenza del consiglio dunque, sarebbe stato quello di “spianare la strada” in vista di possibili svolte. Queste potrebbero arrivare proprio dall’esigenza italiana di avere gli Usa dalla propria parte per rilanciare il dossier libico.

I retroscena parlano infatti di una telefonata tra Conte e Trump, con il presidente Usa che si dice ben disposto ad aiutare Roma. Ma ad una condizione: che l’Italia, per l’appunto, cambi approccio sul Venezuela. E quindi, vista la delicatezza degli interessi italiani nel paese africano, l’esecutivo sarebbe pronto a sacrificare una propria posizione assunta più per motivi ideologici che economici. Una scelta comunque dolorosa, che però potrebbe non essere immediata: l’Italia, in particolare, potrebbe gradualmente limare la sua posizione o semplicemente indietreggiare senza più prendere in futuro le difese di Maduro. Non sarebbe il primo sacrificio richiesto al governo gialloverde da Trump: per organizzare il vertice di Palermo ed avere Trump dalla propria parte sulla Libia, Roma mestamente rinuncia ad alzare la voce contro le sanzioni in Iran ed il rinnovo di quelle in Russia.

La Libia potrebbe dunque costare parecchio, a Palazzo Chigi però tutti concordano sul fatto che il dossier libico deve avere la priorità. E dunque, ecco che adesso a Roma si preparano al gioco incrociato che lega Tripoli a Caracas.

Le incognite di questa mossa

L’Italia sembra presa un po’ con le spalle al muro e quando determinate scelte vengono intraprese più per necessità che convinzione, il rischio è quello di imbarcarsi in situazioni ancora peggiori ed avere risvolti non auspicabili. Se oramai l’orientamento appare quello sopra descritto, volto ad assecondare gli Usa, c’è pure però chi sarebbe disposto a prendere un po’ di tempo ed evitare scelte affrettate su Venezuela e Libia. Questo perché, specialmente nelle ultime ore, il rallentamento dell’azione militare di Haftar suggerirebbe anche una maggior prudenza nel prendere decisioni definitive su altri dossier. Emerge lo spettro di un sacrificio che potrebbe rivelarsi “inutile” o troppo sproporzionato rispetto alle reali esigenze.

In poche parole, la diplomazia appare sospesa tra due fuochi: da un lato c’è chi intende attuare tutte le mosse necessarie per avere gli Usa incondizionatamente dalla propria parte, dall’altra c’è chi invece, partendo sempre dalla prospettiva dell’importanza dell’appoggio di Washington, suggerisce però una certa prudenza aspettando un possibile “naturale” corso degli eventi. La scelta dipenderà esclusivamente da quanto il governo italiano tenga o meno ad un immediato stop delle operazioni belliche a Tripoli.

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