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Come già sottolineato in passato, il paradosso libico può essere riassunto nella seguente attuale situazione economico-politica: Fayez Al Sarraj non ha un territorio controllato ma ha i soldi, Khalifa Haftar controlla l’80% della Libia ma non ha i soldi. Una contraddizione che forse è anche tra le cause della forzatura del generale, il quale lo scorso 4 aprile decide di intraprendere l’avventura della battaglia di Tripoli. E che adesso, dati alla mano, rischia di diventare un ostacolo alle proprie mire ben maggiore della difesa delle milizie fedeli ad Al Sarraj.

La ripartizione delle entrate in Libia

Haftar non ha i soldi perché semplicemente non ha Tripoli: è lì che si custodiscono le chiavi della finanza libica. Nella capitale ha sede la Lia, il fondo sovrano voluto da Gheddafi nel 2006, ma soprattutto vi è l’ufficio della Banca Centrale o, per meglio dire, della Banca Centrale di Tripoli. Una specificazione per via del fatto che anche nell’est del paese, precisamente a Beyda, c’è un’altra Banca Centrale. Ma quella che gestisce in continuità con l’era gheddafiana le entrate petrolifere, che rappresentano più del 90% del totale degli introiti libici, è quella di Tripoli. Quest’ultima ovviamente risponde al governo riconosciuto dall’Onu e stanziato nella capitale. Gli incassi derivanti dalla vendita dell’oro nero e dalle attività della Noc, l’azienda che gestisce il petrolio libico, arrivano dritti alla Banca Centrale con sede a Tripoli.

La Noc opera con società joint venture assieme ai propri partner internazionali, Eni in primis. Non è l’azienda ad introitare le ingenti somme garantite dalla vendita in media di 1.3 milioni di barili al giorno, i miliardi di Dinari vengono stornati alla Banca Centrale tripolina. Ed ecco che dunque si crea il paradosso: pur avendo Haftar il controllo di gran parte del territorio e soprattutto dei più importanti pozzi di petrolio, a partire da quelli di Sharara, El Feel e di Ras Lanuf, il suo Lna non introita nulla se non una piccola percentuale. Così come, i Dinari non vanno alla Banca Centrale sita a Beyda e non vengono incassati dal governo e dal parlamento che sostengono Haftar nella parte orientale della Libia.

La Cirenaica e le varie attività politico/amministrative delle istituzioni dell’est, così come dell’esercito del generale, sono rette, come specifica Ulf Laessing sulla Reuters, da bond non ufficiali, depositi di banche orientali e Dinari stampati in Russia. Una situazione precaria che ora rischia di esplodere: questo perchè nel frattempo i mezzi sopra citati per continuare ad avere denaro creano un deficit di 35 miliardi di Dinari, corrispondenti a circa 25 miliardi di Dollari.

La “bolla orientale” pronta ad esplodere

Debiti accumulati, soldi stampati all’estero, sostegno solo militare e non economico da parte dei suoi più stretti alleati (Egitto ed Emirato Arabi Uniti in primis), sono tutti questi elementi che iniziano a far andare in difficoltà la tenuta economica dell’est della Libia. Controllare l’80% del paese e non avere le chiavi della Banca Centrale, vuol dire avere più problemi: il territorio da gestire è sempre più grande ed i soldi in cassa sono sempre meno. Il risultato è che le principali banche della Cirenaica iniziano ad avvertire importanti impedimenti alle loro attività: in tante faticano, in particolare, a rispettare i parametri minimi per le linee di finanziamento. E la Banca Centrale con sede a Tripoli, inizia a chiudere i rubinetti negando ad almeno tre istituti bancari dell’est la possibilità di accedere al sistema dei pagamenti elettronici.

Una circostanza che potrebbe ben presto far andare in ulteriore sofferenza il sistema bancario dell’est della Libia, con conseguente collasso dell’economia ed impossibilità per Haftar di continuare a finanziare il suo esercito. Se la situazione dovesse persistere, verrebbero meno i fondi per mandare avanti ogni attività: niente stipendi ai soldati, niente possibilità di acquisto di nuovo materiale bellico, ma anche blocco totale dell’economia con i cittadini che si ritroverebbero con poca liquidità in mano.

I possibili scenari futuri

Così come si legge nel sopra citato articolo della Reuters, l’eventualità più drastica, ossia blocco totale del sistema orientale da parte della Banca Centrale di Tripoli, sarebbe da scongiurare. Analisti diplomatici infatti, fanno notare che se l’ovest dovesse bloccare il sistema bancario della Cirenaica, anche la Tripolitania ne risentirebbe. Ci sarebbe un caos per gli investitori stranieri ed anche numerose banche tripoline potrebbero risentirne. Ma questa ipotesi non è del tutto da scartare: del resto, la Banca Centrale con sede a Tripoli ovviamente è alleata del governo che ha sede a Tripoli. E poter operare una decisione in grado di piegare economicamente Haftar, in una fase di guerra come quella attuale, è un’arma molto potente in mano all’esecutivo tripolino.

A questo punto, bisognerebbe capire in che modo il generale della Cirenaica potrebbe reagire. Potrebbe dare ordine al suo esercito di intensificare la battaglia per la presa della capitale, visto che il primo obiettivo sarebbe quello di mettere mani alla cassaforte di Dinari presente a Tripoli. Un disperato assalto finale, un vero e proprio scenario da “dentro o fuori” volto a marciare nella capitale e prendersi i proventi dei pozzi da lui stesso controllati. Oppure, nell’eventualità che continui l’attuale stallo nella battaglia, c’è chi teme che Haftar potrebbe rivolgersi all’ultima sua arma a disposizione: la vendita autonoma di greggio, scavalcando Noc ed istituzioni bancarie centrali per autofinanziarsi.

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