Dopo quattro mesi di scontri senza sosta in Libia è entrata in vigore una tregua di quattro giorni in occasione dell’Eid Al-Adha, la Festa islamica del Sacrificio segnata dal sangue versato il 10 agosto da tre funzionari delle Nazioni Unite morti nell’esplosione di un’autobomba a Bengasi, nell’est del Paese. L’accordo per cui l’inviato Onu Ghassan Salamé e il suo staff hanno lavorato per settimane è stato raggiunto in extremis, al termine di una tragica giornata marcata dall’attentato contro un convoglio della Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) davanti a un centro commerciale del capoluogo della Cirenaica.

La stessa Bengasi dove l’Onu aveva da poco riaperto gli uffici chiusi nel luglio del 2014 a causa del deterioramento delle condizioni di sicurezza. La stessa città dove l’Italia esita a inviare il console Andreas Ferrarese nonostante la sede sia pronta da tempo. La stessa “capitale” della Libia orientale colpita un mese fa, l’11 luglio, da un’altra autobomba esplosa al corteo funebre di Khalifa Al Mismari, ex generale dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) guidato da Khalifa Haftar, l’aspirante raìs libico che, dal 4 aprile scorso, assedia Tripoli, sede del Governo libico di accordo nazionale (Gna, l’esecutivo nato dopo l’Accordo politco di Shkirat firmato il 17 dicembre del 2015) riconosciuto dalle Nazioni Unite. La stessa zona dove lo scorso 17 luglio è stata rapita la deputata della Camera dei rappresentanti libica Siham Sergewa, sostenitrice dei diritti individuali e delle donne, più volte minacciata di morte a causa delle sue critiche contro le operazioni militari di Haftar.

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu si è limitato a “osservare un momento di silenzio” per i funzionari rimasti uccisi – la cui identità e provenienza non è ancora nota, probabile che si tratti di guardie del corpo – ma non è andato oltre la solita, blanda dichiarazione di condanna. Troppi, evidentemente, gli interessi in ballo per fermare una guerra per procura che vede schierate le potenze sunnite rivali e, in seconda battuta, Paesi teoricamente neutrali come la Francia. I combattenti libici sul terreno, qualche migliaio da una parte e dall’altra, sono diventati pedine di un conflitto più grande di loro e chi si estende su più livelli: uno che coinvolge appunto gli attori locali divisi fra milizie, tribù, clan e municipalità rivali; un altro relativo agli attori regionali, che sostengono attivamente l’una o l’altra parte, in particolare Turchia e Qatar contro Emirati Arabi Uniti e Egitto; infine ci sono gli attori esterni, comunque influenti, come Italia, Francia, Russia, Stati Uniti senza dimenticare la Cina, che con la caduta di Muammar Gheddafi ha perso importantissime commesse nell’ex Jamahiriya e che ha già messo le mani sulle commesse per la metropolitana di Tripoli.

E intanto c’è già chi sta tentando di disfare la sottile tela tessuta dal diplomatico libanese Salamé, che per mesi ha fatto la spola fra Tripoli, Bengasi e le capitali dei principali Paesi coinvolti nella crisi, inclusa ovviamente Roma, per convincere le parti a interrompere le ostilità e tornare al tavolo delle trattative. Colpi di mortaio sono caduti la mattina dell’11 agosto sull’aeroporto civile di Mitiga, unico scalo a servire la capitale libica dopo la distruzione dell’Aeroporto internazionale di Tripoli nel 2014, e nel quartiere adiacente di Souq Al Juma. L’emittente Libya Al Ahrar Tv con sede in Qatar accusa il generale Haftar – l’uomo forte della Cirenaica sostenuto da Emirati, Egitto e dal presidente francese Emmanuel Macron, che non ha saputo fornire spiegazioni convincenti al ritrovamento dei missili Javelin finiti nelle mani delle forze dell’Lna a sud di Tripoli – di aver infranto l’accordo per il cessate il fuoco. L’aeroporto è stato chiuso e i voli sono stati dirottati verso Tunisi, ma non è chiaro se a lanciare i razzi siano stati effettivamente gli uomini di Haftar. Già in passato alcuni gruppi armati in contrasto le decisioni del Governo di accordo nazionale guidato dal premier Fayez al Sarraj hanno colpito lo scalo aereo con razzi e mortai. La situazione in Libia è sempre molto fluida e ogni volta è difficile capire quali siano le responsabilità.

Non tutte le forze in campo erano però favorevoli a deporre le armi.

Alcuni ufficiali dello Stato maggiore delle forze del Gna, ad esempio, hanno respinto apertamente ogni possibilità interrompere i combattimenti, seppur temporaneamente. “Di quale tregua stiamo parlando? Nella nostra legge militare, non c’è tregua tra fuorilegge ed esercito ufficiale”, ha detto il colonnello del Gna Nasser al Qaid, secondo quanto riportato dall’Agenzia Nova. Fino all’ultimo, inoltre, gli uomini di Haftar hanno lasciato sulle spine le Nazioni Unite, al punto che l’Unsmil aveva espresso “rammarico” e “preoccupazione” per la mancata risposta da parte del feldmaresciallo libico con passaporto Usa. Alla fine l’ok è arrivato anche da Bengasi ed è un fatto senza dubbio positivo, considerato che fino a pochi giorni fa piovevano bombe vicino ai militari italiani di stanza a Misurata. Si tratta inoltre di una prima, piccola finestra di opportunità per provare a riavviare il dialogo su una soluzione politica e non militare in Libia. Ma non bisogna farsi troppe illusioni perché non sarà certo l’Eid Al-Adha a fermare la guerra per le risorse della Libia e per il vero tesoro di Gheddafi: il fondo sovrano libico da 67 miliardi di dollari “congelato” dalle Nazioni Unite e che racchiude al suo interno importanti quote azionarie dei principali gruppi economici italiani quali UniCredit, Mediobanca, Eni, Leonardo, Fiat-Fca e perfino della Juventus.