Scatta l’operazione militare anti scafisti: bombe sulle coste della Libia

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Piovono bombe contro i trafficanti di esseri umani davanti alle coste dell’Italia. A sganciarle sono i droni da combattimento lanciati su ordine di Abdulhamid Dbeibah, che è insieme premier e ministro della Difesa del Governo di unità nazionale (Gun) della Libia, l’organo esecutivo riconosciuto dalle Nazioni Unite con sede a Tripoli e sostenuto in primis dalla Turchia e dall’Italia. La Cirenaica dominata da Khalifa Haftar, il “feldmaresciallo” ricevuto a palazzo Chigi il 4 maggio da Giorgia Meloni, comincia a riprendersi i barconi carichi di migranti: almeno 500 persone sono state respinte a Bengasi il 26 maggio.

Secondo i dati del Viminale pubblicati da “Agenzia Nova”, da inizio anno fino al 19 maggio scorso dalla Tripolitania di Dbeibah sono arrivati in Italia almeno 8.220 migranti; dalla Cirenaica di Haftar sono sbarcate almeno 10.787 persone. Tante, troppe, anche se meno rispetto alle 25.134 partite della Tunisia. Ora, forse, qualcosa sta cambiando nell’ex Jamahiriya del defunto Muammar Gheddafi, anche grazie al rinnovato attivismo dell’Italia.

L’operazione militare a Zawiya

Il ministero della Difesa di Tripoli ha dichiarato conclusa la “prima fase” di una operazione militare lanciata nell’area di Zawiya (50 chilometri a ovest della capitale) contro “i nascondigli dei contrabbandieri di carburante, dei trafficanti di droga e dell’immigrazione clandestina”. Il bilancio per ora è di sette imbarcazioni distrutte; sei magazzini di droga, armi e attrezzature utilizzate da bande criminali colpiti; nove cisterne usate per contrabbandare carburante all’estero messe fuori uso. Una “seconda fase” della stessa operazione militare è in corso. 

Gli oppositori del governo di Tripoli accusano Dbeibah di usare i letali droni turchi Bayraktar TB2 contro i suoi rivali politici. In effetti, i bombardamenti hanno colpito soprattutto il clan Buzriba, che annovera tra le sue fila un deputato (Ali Buzriba), un capo milizia (Hassan Buzriba) e un ministro (Issam Issam) collegati al cosiddetto Governo di stabilità nazionale (Gsn), l’esecutivo parallelo non riconosciuto della Cirenaica, provando almeno due morti.

Una guerra tra bande rivali

Da tempo Zawiya, quarta città della Libia con oltre 200 mila abitanti, era al centro di una feroce disputa tra bande armate rivali, con morti e feriti anche tra la popolazione civile, per le ghiotte entrate della raffineria petrolifera locale e del sempre redditizio traffico di esseri umani. Basta citare un nome su tutti: Abd al Rahman Milad, ufficiale della Guardia costiera libica meglio noto come “Bija”, accusato di traffico di esseri umani, carburante e di aver commesso crimini contro i migranti. Lo strapotere delle milizie e dei gruppi criminali, che sfruttano i migranti subsahariani come schiavi, aveva portato la popolazione a scendere in piazza per manifestare la propria indignazione.

Il governo di Tripoli ha prima inviato il suo militare migliore, il generale Mohamed Haddad, peraltro ricevuto a Roma dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, lo scorso 22 maggio. Ora, l’utilizzo dei droni da combattimento segna un cambio di passo radicale in questa disputa e, in generale, nella lotta contro i trafficanti di esseri umani, mentre il premier Dbeibah – atteso in visita in Italia il mese di giugno – mostra i muscoli e invia un forte segnale di leadership all’interno del Paese (e non solo).

Svolta anche nell’est della Libia

Le novità dalla Libia in questi giorni non sono arrivate soltanto dalla Tripolitania. Sul fronte migratorio infatti qualcosa ha iniziato a muoversi anche nell’est del Paese. In particolare, un peschereccio con almeno 500 migranti a bordo è stato bloccato a largo della Cirenaica e ha fatto ritorno a Bengasi. È la prima volta che accade da quando, da almeno un anno a questa parte, anche le coste controllate da Haftar sono diventate punto di partenza per i flussi migratori diretti in Italia. Lo ha sottolineato su Twitter anche l’analista Claudia Gazzini, la quale ha attribuito l’operazione di rientro del barcone alle forze dell’Lna, l’esercito guidato da Haftar.

A confermare il dietrofront dell’imbarcazione è stato anche Flavio Di Giacomo dell’Oim, l’Organizzazione Internazionale per i Migranti. Quest’ultimo ha rimarcato la pericolosità dell’operazione, visto che la Libia non è considerata un porto sicuro. Sotto il profilo prettamente politico, se le motovedette di Haftar sono uscite dal porto di Bengasi il fatto è estremamente rilevante. Dalla Cirenaica negli ultimi mesi sono partiti migliaia di migranti a bordo di ex pescherecci. Ogni viaggio ha portato lungo le nostre coste almeno 500 persone, un flusso che fino a pochi giorni fa sembrava inarrestabile. Come ha sottolineato su InsideOver l’analista Jalel Harchaoui, i trafficanti che hanno operato nell’est della Libia lo hanno fatto con l’appoggio, diretto o indiretto, di Haftar. Il generale quindi adesso sembra aver cambiato la propria posizione.

Perché Haftar ha invertito la rotta

La svolta in Cirenaica è avvenuta a pochi giorni dalla visita tenuta dallo stesso generale a Roma. Qui Haftar ha incontrato il presidente del consiglio Giorgia Meloni. Dal vertice sono uscite poche indiscrezioni, anche perché l’Italia non riconosce le autorità attorno cui gravita il generale e il bilaterale non poteva avere quindi l’aurea dell’ufficialità. Ma è chiaro che il tema immigrazione è stato affrontato e discusso.

Non è detto però che quel colloquio possa essere bastato per indirizzare Haftar contro i trafficanti. Nei corridoi diplomatici a nessuno è sfuggito il fatto che, proprio nelle ultime settimane, l’Italia ha avuto un ulteriore avvicinamento all’Egitto. I due governi hanno avviato confronti ancora più serrati, specialmente sul fronte economico ed energetico.

Lo dimostra, tra le altre cose, anche la nomina a marzo del nuovo ambasciatore egiziano a Roma: si tratta di Bassam Rady, ex portavoce del presidente Al Sisi e fedelissimo quindi del capo dello Stato egiziano. Al Sisi è uno dei principali alleati di Haftar ed esercita molta influenza sulla Cirenaica. È lecito pensare quindi che proprio l’interlocuzione tra Italia ed Egitto abbia contribuito alla svolta attuata dal generale.