A sette mesi dall’offensiva militare lanciata il 4 aprile 2019 dal generale Khalifa Haftar per conquistare Tripoli, la situazione in Libia è disperata. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha smesso di tenere il conto dei morti, oltre mille tra cui decine di civili secondo l’ultimo aggiornamento disponibile a metà luglio. Il Governo di accordo nazionale (Gna) del premier Fayez al Sarraj è isolato, senza aeroporto e con i confini di terra chiusi, ma non vuole arrendersi all’Esercito nazionale libico (Lna) che non ha né la forza, né le capacità per conquistare un vasto tessuto urbano come quello di Tripoli, per non parlare di Misurata, la “Sparta” libica sede delle milizie più agguerrite del Paese. Lo stallo militare ha generato a una situazione di caos permanente a pochi chilometri dalle coste europee. La “provincia” libica del defunto Stato islamico, orfano del suo leader Abu Bakri al Baghdadi, rischia di risorgere all’ombra di una guerra per procura stile Siria, in scala ridotta e a bassa intensità, combattuta con poche migliaia di uomini sul terreno, ma una grande quantità di aiuti stranieri.

Intanto l’economia libica invece di essere florida grazie al petrolio rischia il crac. La Cirenaica utilizza denaro stampato in Russia, generando un debito enorme che peserà sulle generazioni future dei libici per decenni. Il governo della Tripolitania ha tagliato i sussidi ai carburanti e introdotto una maxi imposta sui cambiavalute per limitare il contrabbando, ma il mercato nero continua a essere prospero. Il meccanismo per approvare il bilancio libico, frutto di una lunga negoziazione tra est, ovest e Comunità internazionale, quest’anno si annuncia più complicato: difficile sedersi al tavolo delle trattative finché si spara. L’inviato delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salamé, ha annunciato un nuovo piano in quattro fasi per uscire da questo inferno.

Cessate il fuoco e osservatori sul terreno

Il percorso indicato dal diplomatico libanese dell’Onu passa quasi interamente per Berlino, dove dovrebbe tenersi una Conferenza internazionale sulla Libia (ma senza i libici) in una data ancora da definirsi. Gli addetti ai lavori parlano di fine anno, ma qualcuno più prudente indica la primavera del 2020. Il formato della riunione sarà P5+5, cioè i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Cina, Francia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti) più Emirati, Egitto, Turchia (i tre paesi non occidentali più impegnati nel conflitto) oltre a Italia e Germania (quest’ultimo attualmente membro non permanente del Consiglio di Sicurezza). Spicca l’assenza di Tunisia e Algeria, due paesi arabi confinanti decisamente interessati alla stabilità della Libia, ma anche i tre paesi fascia del Sahel, ovvero Niger, Ciad e Sudan. La proposta di Salamé è semplice quanto diretta: al tavolo siede chi conta davvero, cioè chi ha diritto di veto al Consiglio di sicurezza e chi è presente sul terreno del conflitto libico. Il primo passo indicato dall’Onu è infatti una risoluzione del Consiglio di sicurezza per imporre il cessate il fuoco. Il concetto è chiaro: prima di poter intavolare qualsiasi trattative, bisogna fermare la guerra. Più facile a dirsi che a farsi, dal momento che il Palazzo di Vetro continua ad essere diviso; se non lo fosse, del resto, avrebbe già fermato da tempo l’offensiva del generale Haftar.

La seconda tappa della strada delineata dalle Nazioni Unite, come riportato in Italia da Agenzia Nova, prevede una missione di osservazione internazionale in Libia per monitorare la tregua. Anche qui si dovrà passare dal Consiglio di Sicurezza, che dovrà esprimersi con un’altra risoluzione ancora più spinosa della precedente. Come e quando saranno scelti gli osservatori “neutrali”? Chi ne garantirà la protezione? Quanto durerà e che limiti avrà il mandato della missione? C’è davvero un Paese disposto oggi a rischiare la vita dei suoi militari in uno Stato in piena guerra civile dove l’unica ambasciata occidentale presente sul terreno è quella dell’Italia (che ha giustamente i suoi interessi per rimanere)? Il terzo passo proposto da Salamé consiste nell’avvicinare le posizioni delle parti impegnate nel conflitto, ovvero il Governo di accordo nazionale da una parte e l’Esercito nazionale libico dall’altra, senza ovviamente dimenticare le tribù arabe, berbere e tebu del sud. Ma per farlo bisognerà andare al cuore del conflitto: la ripartizione delle entrate petrolifere, il controllo della Banca centrale e soprattutto della Libyan Investment Authority, il maxi fondo del valore stimato di circa 70 miliardi di dollari ancora “congelato” dalle Nazioni Unite.

Federalismo o partizione?

Da tempio i diplomatici internazionali lavorano a fari spenti a una nuova Libia “federale”, dove cioè le tre regioni storiche (Tripolitania, Fezzan e Cirenaica) possano godere di una maggiore autonomia rispetto all’attuale assetto centrato su Tripoli. Vale la pena ricordare che l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) ha pubblicato un interessante articolo in cui propone una soluzione alternativa di “tipo curdo” applicata alla Libia. Detto in soldoni, alla Cirenaica spetterebbe circa il 30 per cento dei proventi delle risorse petrolifere, in cambio della pace. Una proposta che ha il pregio di andare al nocciolo della questione: l’opaca distribuzione dei proventi del petrolio – estratto dalla National Oil Corporation, ma di fatto distribuito dalla Banca centrale libica di Tripoli – è una delle principali concause che ha portato de facto alla tragica situazione di guerra civile. Restano però da superare diversi ostacoli, alcuni banalmente di natura pratica. Quanti e dove sono i libici? È importante saperlo con esattezza se si vogliono distribuire i proventi del petrolio e del gas in base alla popolazione (anzi, ai governi autonomi teoricamente scelti dagli elettori o dalle tribù al livello locale). L’ultimo censimento della popolazione risale al 2006: bisognerebbe fare nuova rilevazione statistica con soggetti super-partes i cui risultati vengano riconosciuti da tutti.

Qui entra in gioco il quarto e ultimo “passo” delineato dall’inviato delle Nazioni Unite: la creazione della fiducia, un sentimento che allo stato attuale secondo Salamé è totalmente assente in Libia. Il rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite ha precisato che la costruzione della fiducia passa da gesti elementari, come lo scambio dei corpi dei combattenti caduti sul campo da entrambe le parti. Gli sfollati (oltre 120 mila solo a Tripoli) dovrebbero poter ritornare nelle loro case, le infrastrutture civili andrebbero riaperte, così come le scuole e le università: tutte cose all’apparenza normali ma che attualmente sembrano quasi un’utopia in alcune zone del Paese. Il problema è che la Libia di fatto è già divisa: la Cirenaica appannaggio di Egitto, Emirati, Francia e Russia; la Tripolitania sostenuta da Qatar, Turchia e Italia; il Fezzan, con i suoi giacimenti, resta un territorio esposto alle scorribande dei gruppi armati e dei trafficanti. Finché queste potenze non si metteranno d’accordo sul futuro di ciò che resta della Jamahiriya di Gheddafi, ogni piano delle Nazioni Unite è destinato a fallire.

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