I problemi per la Libia post-Gheddafi non finiscono mai. Allo stato di guerra permanente tra Est e Ovest, alla pressione migratoria e al rischio di terrorismo, si è affiancato anche un altro fenomeno, quello del traffico di droga. La Libia uscita dai fatti del 2011 ha le caratteristiche per diventare il nuovo hub del commercio di stupefacenti. Una nuova cerniera tra Americhe, Africa occidentale e persino Medio Oriente con flussi in entrata e uscita. E con un mercato locale in ascesa. Un quadro preoccupante che sembra delineare un narco-Stato alle porte dell’Europa.

Per capire come il mercato sommerso degli stupefacenti si sia evoluto è necessario fare un piccolo passo indietro, guardando alla Libia di Muammar Gheddafi. Le sanzioni internazionali varate negli ultimi anni del regime, il calo del prezzo del petrolio e una certa inefficienza economica avevano favorito la nascita di una sorta di “mercato parallelo” fatto di contrabbando di beni, leciti e illeciti, gestito dalla popolazione. Ma questa gestione era limitata a tribù ben precise, con entrature nella famiglia Gheddafi.

Il crollo di Gheddafi e il ruolo delle milizie

Nella società libica, quindi, esisteva un reticolo informale gestito da gruppi di potere che sostenevano la loro attività grazie a un’economia di protezione ben collaudata. A questo si univa la posizione strategica della Libia nella gestione di rotte secolari che andavano dal Sahel al Mediterraneo e che mettevano in contatto Maghreb con il Mashriq (l’area di Libano, Siria e Giordania).

Ovviamente le rivolte del 2011 hanno rimesso in discussione tutto, con molti di questi gruppi caduti in disgrazia per aver sostenuto il regime. Allo stesso tempo i primi sforzi dei nuovi governi di avere forze di sicurezza forti si sono rivelati insufficienti. Sia per la diffidenza dei cittadini nei confronti di ex uomini di Gheddafi, ma soprattutto perché molti militari, guardie di frontiera e poliziotti, hanno scelto di aderire a gruppi armati, i thuwar. I governi, invece di disarmarli, hanno optato per una loro assimilazione. Nel tempo all’interno di questi gruppi si sono infiltrati anche ex detenuti e questo ha finito col modificare la natura stessa dei gruppi.

Tutto questo ha portato ad avere decine di attori locali senza un coordinamento centrale. Formazioni spesso in lotta tra loro per il controllo del territorio che nel frattempo era sfuggito ai governi post-Gheddafi. Tutto questo si è poi saldato con la rete informale presente da anni nel Paese alzando il livello dei traffici, il loro volume e anche la violenza annessa.

Quali sono i flussi che attraversano la Libia

Uno dei flussi più importanti è quello della cannabis. Ci sono due rotte principali, una via terra e una costiera. La prima riguarda i blocchi di resina provenienti dal Marocco. Entrano in Libia soprattutto dal Sud dell’Algeria o dal Nord del Niger passando attraverso il confine poroso nei pressi del passo di Salvador. Queste rotte, passando per le città meridionali di Sebha, Ubari, Murzuq si dirigono poi verso l’Egitto alla volta di Balcani ed Europa. In particolare la città di Sebha, e soprattutto i dintorni disseminati di fattorie e piccolissimi centri, è diventata uno snodo per lo stoccaggio e lo smistamento della cannabis. Flussi significativi proseguono anche verso Est, nel deserto, passando per le città di Tazirbu e Kufra prima di entrare in Egitto.

Un capo tribù Tuareg ha raccontato al think tank United States Institute of Peace (Usip), che ai tempi di Gheddafi i movimenti di hashish nella regione erano permessi solo grazie al via libera di Abdullah Senussi, cognato del rais e capo dell’intelligence, ma oggi questi passaggi sono più liberi e nel tempo sono diventati sempre più frequenti. A gestire questo tipo di flussi, infatti sono sia i Tuareg che i Tebu che dispongono di colonne di veicoli 4×4 e conoscono tutte le vie carovaniere nel deserto. Attivi tutto l’anno questi traffici si intensificano però tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera.

La seconda rotta è quella che arriva via mare. I porti libici stanno diventando punti di ingresso e partenza delle sostanze sempre più importanti, in particolare Khoms e Misurata a Ovest e Tobruk a Est. In questo caso l’origine dei carichi riguarda sia il Marocco che l’Algeria, ma anche la Turchia ha iniziato ad entrare attraverso lo scalo di Khoms.

L’altro grande traffico che solca la Libia è quello della cocaina. In questo caso il movimento dell’oro bianco in polvere è diverso. Si tratta di traffici meno frequenti, ma con quantità molto più grosse, spesso separate dalle altre economie illecite, come il traffico di esseri umani o armi.

Rispetto alla cannabis, che ha una catena di trasporto composta da molti attori, la cocaina si muove con trasporti controllati. I flussi partono dall’America Latina, approdano in Africa Occidentale ed entrano in Libia attraverso il Sahel. Basi pensare che fino al 2016 il Nord Africa pesava solo per l’11% dei sequestri nel continente, ma poi, si legge nel World Drug Report dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga scritto nel 2018, il volume è cresciuto fino al 69% del totale sequestrato in Africa.

Secondo un dossier dell’Usip le comunità locali, le milizie e molti trafficanti locali vengono addirittura pagati per restare lontani dalle linee di transito della droga in date prestabilite. Questo consente trasporti rapidi fino alle città costiere del Paese per poi ripartire alla volta dei mercati europei. Recentemente l’aumento di instabilità soprattutto nel Sahel sta trasferendo parte di quei flussi negli scali portuali con navi provenienti dal Sud America.

Le droghe sintetiche hanno invece percorsi diversi. In questo senso la Libia è soprattutto un Paese di transito. La maggior parte degli ingressi avviene nei porti e aeroporti nel Nord del Paese e poi da lì vanno in ogni direzione, verso Tunisia ed Egitto, ma soprattutto verso Sud, in direzione dei grossi mercati dell’Africa Occidentale. Anche in questo caso la città di Sebha si conferma come snodo fondamentale.

Numeri molto più ridotti per l’eroina, proveniente in larga parte dall’Afghanistan. La Libia, in questo senso, si presenta come un Paese di destinazione e consumo. Gli ingressi avvengono da Niger e Algeria e in piccola parte anche dall’Egitto. Ma in altri casi anche da alcuni porti, come quello di Khoms.

Come funziona l’economia di protezione

Le modalità con cui queste sostanze attraversano il paese sono diverse. In alcuni casi, come la cocaina, le rotte sono preferenziali, mentre in altri si muovono insieme ad altri flussi. La cannabis spesso viaggia lungo le rotte migratorie, sui 4×4 in mezzo al deserto. L’intreccio con altre economie illecite è evidente. Non a caso in molti centri di stoccaggio vengono usati migranti subsahariani come manodopera. Nel report “Shifting sands” dello scorso novembre stilato dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, si legge anche che le forme di contenimento dei flussi migratori adottati negli ultimi anni hanno portato a una ricalibrazione delle attività dei trafficanti che hanno incrementato il loro impegno nel settore degli stupefacenti.

Come abbiamo visto l’assenza di un’autorità centrale ha permesso l’incremento degli scambi ma soprattutto ha favorito una serie di economie di protezione per i trafficanti. Sempre secondo il report dell’Usip, queste forme di protezione possono essere catalogate in tre modi. Il primo è diretto, come ad esempio l’hashish diretto verso l’Egitto che viaggia con corrieri locali che conoscono le rotte nel deserto e sono pagati anche per la guida dei convogli. Il secondo è invece basato su una sorta di tassazione cioè il pagamento di somme in denaro a chi controlla un determinato territorio per il semplice transito delle merci. Il terzo riguarda invece forme corruttive, i trafficanti, cioè, possono stringere accordi con autorità o milizie, in particolare per evitare controlli in porti e aeroporti.

Chi gestisce i flussi

Dietro a questi movimenti ci sono organizzazioni mafiose e trafficanti che si muovono in modi molto simili in tutto il mondo. In Libia questo si salda con un contesto fatto di famiglie, tribù e zone di influenza. Nell’area di Tobruk, ad esempio, pesano gli Ubaidat e gli Awlad Ali, che grazie al loro network sono in grado di amministrare grosse fette dell’economia illegale. Analogamente, a Zuwarah – centro a Ovest del Paese e snodo dei commerci illogici tra Tunisia, Malta e Italia – tutto passa attraverso la minoranza di Amazigh che controlla come e quanto viene contrabbandato.

L’area in cui questi fenomeni risultano più evidenti è il Fezzan, la regione desertica nel Sud del Paese. Lì i conflitti tribali per il controllo delle rotte sono più frequenti e violenti anche per la posizione strategica alle porte del Sahel. Ma non solo. Il territorio ha una lunga tradizione di contrabbando ed economia sommersa. È disseminato di villaggi e luoghi per stoccare ogni tipo di merce. Uno scenario che garantisce a chi controlla il territorio ampi margini di guadagno.

Secondo molti analisti per il momento la gran parte di questo traffico viene gestita da attori locali, famiglie e tribù. Interviste e rilevazioni in varie aree del Paese hanno sottolineato come per il momento la Libia sia lontana da scenari simili a Siria, Iraq e Sahel, dove le organizzazioni terroristiche come Al Qaeda e Isis controllano vasti settori dell’economia illegale per finanziare il terrorismo. C’è però un aspetto inquietante. Nelle città meridionali di Ghat e Ubari diverse persone denunciano nuovi attori che stanno acquistando in massa fattorie e case. Una tecnica già vista in altri luoghi caldi del Medio Oriente. Resterà da vedere come questo nuovo fenomeno si salderà alla gestione tradizionale libica.

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