La guerra in Libia vive un’escalation dai lati ancora oscuri. Mentre il mondo subiva la pandemia di coronavirus, la Libia non ha mai smesso di vivere sulla propria pelle l’inferno della guerra. E in queste settimane si è assistito a una escalation di violenze e tensioni internazionali che rende sempre più evidente uno scenario “siriano” anche nel cuore del Nord Africa. Un conflitto senza fine in cui le potenze esterne all’Europa giocano un ruolo fondamentale e in cui Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan provano a dividersi la posta in palio mentre gli Stati Uniti osservano e contrastano le conquiste russe. E l’escalation vede in particolare l’avvento dei mercenari arruolati dalle potenze che sostengono le parti in campo, il governo di Fayez al Sarraj e l’Esercito nazionale libico di Khalifa Haftar.

Sono migliaia, forse decine di migliaia, gli uomini non appartenenti alle forze armate dei propri Paesi che sono giunti in Libia come combattenti per l’una o l’altra parte della barricata. Gruppi appartenenti ad aziende private o arruolati in Stati già in guerra e che negli anni si sono confermati veri pilastri di quella guerra asimmetrica che ormai da tempo contraddistingue i vari scenari bellici. Non scontri ufficiali tra forze armate, ma guerre logoranti, anarchiche, dove è sempre più difficile capire chi combatte e con quali mezzi. Ma intanto il sangue scorre, insieme ai fiumi di denaro per sovvenzionare queste forze e agli interessi che contraddistinguono le radici dei conflitti. E la Libia è una di queste nuove guerre in cui tutto sembra essere fluido e senza via d’uscita.

Il triangolo africano

All’inizio erano soprattutto africani i mercenari coinvolti in Libia. L’esercito di Sarraj poteva contare su ciò che rimaneva delle forze armate libiche e dal riconoscimento internazionale. Ma per Haftar il problema è sempre stato più sentito: il sostegno delle tribù non basta quando non si hanno caserme e uomini in numero adeguato alla conquista di Tripoli. E le forze che hanno sostenuto l’ascesa del maresciallo dell’Est non hanno mai potuto entrare ufficialmente in conflitto se non per rapide incursioni aeree. I soldi c’erano: mancava la possibilità di inviare uomini.

È per questo motivo che sin dalle prime grandi offensive, Haftar (o meglio, i suoi ricchi alleati) ha attinto dalle grandi masse a sud del confine libico. Ciad e Sudan, in particolare, sono diventati in particolare i grandi bacini dove poter arruolare uomini disposti a tutto, con la possibilità di garantire a loro una paga e ai governi dei due Paesi denaro e aiuti. Nelle ultime settimane, Al Jazeera, non a caso qatariota, ha puntato i riflettori su una missione emiratina a Khartoum con un duplice scopo: portare aiuti sanitari e stringere sull’arruolamento di altri uomini per riempire le file del generale Haftar. Le autorità sudanesi hanno negato l’esistenza stessa della missione. Ma l’ultimo rapporto di dicembre delle Nazioni Unite parla chiaro: in Libia ci sarebbero tra i mille e i tremila combattenti sudanesi assoldati dall’Esercito nazionale libico.

Discorso leggermente diverso per il Ciad, dove invece non c’è un unico canale di collegamento. Molti ciadiani si sono arruolati come mercenari nelle unità fedeli al maresciallo. Ma altri hanno rappresentato per anni schegge impazzite, assoldati anche da milizie legate a Tripoli, come dimostrò l’attacco sferrato da alcuni combattenti nel sud della Libia contro forze fedeli a Bengasi.

Turchia e Russia

Negli ultimi giorni l’Osservatorio siriano per i diritti umani, l’organizzazione con sede a Londra che ha per anni rappresentato il megafono dei ribelli siriani, ha denunciato l’arrivo di circa diecimila mercenari arruolati in Siria dai comandanti turchi. Migliaia di miliziani, a volte jihadisti, altre volte semplicemente uomini in cerca di soldi, giunti sulle coste nordafricane per sostenere la resistenza del Governo di accordo nazionale (Gna) del premier Sarraj. Altre migliaia sarebbero invece già in fase di addestramento nei campi turchi e dovrebbero arrivare in Libia verso la metà di giugno. Tutto prima che la missione Irini dell’Europa possa mettere a rischio il traffico di armi e uomini verso la Tripolitania e la Cirenaica.

Per la Turchia non si tratterebbe certo di una novità. Come avvenuto in Siria, dove milizie siriane sono state arruolate e addestrate per combattere contro l’esercito di Damasco, così ora il copione viene ripetuto in Libia, ma questa volta per sostenere il governo. In questo senso, fondamentale non è solo il supporto sul campo dei droni e dei soldati e mezzi di Ankara già presenti a Tripoli in accordo con Sarraj, ma anche il flusso di denaro per pagare le “truppe” e che potrebbe essere garantito dal ricco alleato del Qatar.

Lo stesso Osservatorio accusa anche la Russia, che secondo l’ong arruolerebbe uomini nelle province di Raqqa, Homs, Latakia e Al Hasakah per poi imbarcarle nella base Hmeimin e portarle direttamente in Libia a sostegno, questa volta, del generale Haftar e della sua avanzata tra Tripoli e Misurata.

Infografica a cura di Alberto Bellotto

Accuse gravi che per ora trovano conferme solo dalle dichiarazioni dei rivali di Mosca e di Ankara. L’ambasciatore americano a Tripoli, Richard Norland, ha parlato apertamente di mercenari inviati dalla Russia, mentre il comando per l’Africa (Africom) ha confermato la presenza di aerei russi in Libia parlando di protezione per i contractors “arruolati” da Mosca. Mosca si difende definendo la presenza di aerei sovietici e non russi come di una “non prova” della propria presenza. E per i contractors vale la regola che non sono considerati uomini legati all’autorità per cui indirettamente lavorano.

I movimenti della Wagner

Ma se sui mercenari siriani permane un alone di terrore e oscuri traffici, diverso è il caso delle migliaia di contractors assoldati dalla Wagner, vera e propria “forza armata” di Putin nei conflitti dove non vuole coinvolgere il proprio esercito. Impiegati in diversi teatri operativi, gli uomini della Wagner sono diventati una pedina fondamentale anche in Libia. E i movimenti di queste milizie private, in particolare con l’ultima tappa di Bani Walid, hanno scatenato l’ira del Gna.

Mohamed Qanunu, portavoce dell’operazione “Vulcano di Rabbia”, aveva denunciato l’arrivo di un Ilyushin e di 14 Antonov 32 carichi di contractors e armi in arrivo da Tarhouna. Poi però è stato il sindaco della città, Salem Alaywan, a spiegare che gli stessi contractors avrebbero lasciato in massa la città roccaforte dei Warfalla per dirigersi verso una sconosciuta località a sud.

Movimenti che portano a fare diverse riflessioni. I contractors sono lì in via ufficiale per sostenere l’Enl, ma servono soprattutto a evitare che Haftar capitoli per fare in modo che il Cremlino possa capitalizzare quanto perso dagli Stati europei e dagli Usa evitando che la Turchia prenda il sopravvento. Tanto è vero che la presenza degli uomini della compagnia privata e i Mig e Sukhoi giunti ad Al Jufra servono in particolare per limitare le operazioni dei droni turchi e dei mercenari al soldo di Ankara. Finché il conflitto non porterà a un accordo che renda più facile per la Russia defilarsi: possibilmente accordandosi anche sul fronte siriano.

La misteriosa Operation Opus

Se i contractors russi e i mercenari siriani al soldo dei turchi sono ormai una realtà acquisita, non si deve credere che anche altri Paesi non prendano parte a questa campagna militare privatizzata.

Gli Stati arabi coinvolti nel conflitto, in particolare Emirati Arabi Uniti, hanno fatto uso dei propri soldi per “investirli” nel conflitto. Ed è di pochi giorni fa la rivelazione del New York Times che ha svelato una missione costata circa 80 milioni di dollari e che avrebbe visto decine di contractors occidentali arruolati da società con sede a Dubai, Lancaster6 e Opus Capital Asset per un’operazione segreta in favore di Haftar. Secondo quanto rivelato dai documenti delle Nazioni Unite, il piano prevedeva che due gommoni partiti da Malta dovevano recarsi in Tripolitania per fermare un carico di armi verso le truppe di Sarraj. Altri sei elicotteri sarebbero poi giunti dal Botswana con uomini provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Sudafrica e Australia. La missione, nome in codice “Operation Opus” sarebbe saltata per il rifiuto di Haftar dopo aver visto i mezzi messi a disposizione.

Uno scoop che dimostra come il coinvolgimento delle forze di altri Stati sia un problema estremamente più radicato in un territorio come quello libico che si presta a orazioni ibride con l’ausilio di uomini non riconducibili ad alcune forza armata. Con due eserciti che si combattono su un territorio vastissimo e scarsamente abitato, linee del fronte labili e molto ampie, e con l’impreparazione e inadeguatezza delle forze ufficialmente in campo, è chiaro che forze mercenarie ma ben addestrate possono fare la differenza. Specialmente se si vuole evitare di inviare i propri boots on the ground ma si vuole comunque mandare segnali importanti.

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