Libia e Ciad, due Paesi e due destini che spesso nella storia recente si sono intrecciati. É stato così ad esempio durante l’era di Gheddafi, quando il colonnello ha attaccato la striscia di Aozou e si è impelagato in un pantano da cui è uscito malconcio sia da un punto di vista politico quanto militare. In quella guerra, combattuta tra il 1979 e il 1989, a cadere prigioniero è stato il generale Khalifa Haftar. Anni dopo sarà proprio lui a servirsi di miliziani ciadiani per controllate buona parte della Libia. E saranno poi, a loro volta, proprio queste milizie a generare gli scontri che hanno portato, il 20 aprile scorso, alla morte dell’uomo forte del Ciad, Idriss Deby. Incroci segnati dal destino dunque, che hanno nuovamente fatto viaggiare su due binari paralleli le sorti dei due Paesi confinanti.

L’arrivo di miliziani dal sud della Libia

Al momento non è chiaro come Deby abbia perso la vita. La notizia della morte è arrivata martedì 20 aprile, ma il ferimento fatale risalirebbe al sabato procedente. Fonti ufficiali affermano che il presidente, al potere in Ciad dal 1990, sia stato vittima di un conflitto a fuoco lungo il fronte dove l’esercito stava combattendo contro i miliziani del Fact, Fronte per l’alternanza e la concordia del Ciad. Ma sia sulla data del ferimento che sulla dinamica ufficiale ci sono diverse incongruenze. E non è da escludere, come riportato da AgenziaNova, che si sia trattato di fuoco amico o, peggio ancora, di un vero e proprio omicidio maturato all’interno di settori governativi. Ma a prescindere, Deby si trovava sul fronte perché preoccupato dagli scontri con il Fact. Il destino del Ciad ha quindi iniziato a cambiare quando l’11 aprile, giorno delle elezioni presidenziali, i miliziani sono entrati nel Paese arrivando ben presto alle porte di N’Djamena, la capitale.

Il Fact, secondo fonti della sicurezza riportate da AfricaIntelligence, conterebbe di almeno duemila combattenti, almeno la metà dei quali operanti negli ultimi anni in Libia. Qui, soprattutto nella regione del Fezzan, sono stati alleati del Libyan National Army (Lna), l’esercito guidato da Khalifa Haftar. Grazie al loro supporto, l’uomo forte della Cirenaica ha potuto estendere il controllo anche in molte parti del Sahara libico. Un’alleanza, quella tra il Fact e l’Lna, nata poco dopo il 2016 e favorita dalla natura desertica dei confini meridionali della Libia. Vere frontiere qui infatti non ne esistono, la linea di demarcazione è in vigore solo sulle carte geografiche. Tutto questo ha permesso l’accesso, all’interno del territorio libico, di centinaia di combattenti ciadiani. L’11 aprile i militanti del Fact hanno fatto il percorso inverso, entrando in Ciad dalla Libia.

Casualità o scelta pre ordinata?

Il nuovo incrocio tra Libia e Ciad è frutto del mero caso? I miliziani del Fact, nei loro comunicati, hanno sempre ribadito come l’attacco al governo di Deby, ancora in corso e che adesso ha preso di mira contro la leadership del figlio del defunto presidente, è stato fatto volutamente coincidere con il giorno delle elezioni presidenziali dell’11 aprile. Una data quindi tanto simbolica quanto strategica per destabilizzare il tormentato Paese africano. La loro discesa in campo in Ciad ha però comportato conseguenze anche in Libia, ossia l’allontanamento di un nuovo gruppo straniero all’interno del Paese nordafricano. Circostanza da non sottovalutare. Proprio la fine della presenza di mercenari stranieri in Libia è una delle condizioni sia del cessate il fuoco che del processo politico che ha portato alla nascita del nuovo governo di Dbeibah. 

É possibile quindi ipotizzare che il Fact, prima ancora della ricorrenza elettorale, sia stato spinto in Ciad dallo stesso Khalifa Haftar. Quest’ultimo ha dato il suo tacito consenso alla nascita del nuovo esecutivo a Tripoli e non sta ponendo ostacoli al processo politico. Da qui, secondo alcune fonti diplomatiche, la sua scelta di appoggiare le velleità dei miliziani ciadiani all’interno del loro Paese. Il generale, con questa mossa, potrebbe essersi liberato di alleati diventati ingombranti. Questo spiegherebbe anche la “tiepida” reazione francese davanti alla morte di Deby, alleato di ferro di Parigi.

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