In Libia non c’è solo il petrolio: c’è un altro oro, non nero questa volta ma “blu” che per i libici è ancora più importante. Si tratta dell’acqua. E se con il greggio il paese negli anni riesce ad avere insperati introiti economici, con l’acqua i cittadini devono vivere. La stragrande maggioranza del territorio del paese nordafricano è desertico, la sabbia e l’aridità di queste terre sono una costante e costituiscono spesso un freno allo sviluppo delle condizioni di vita. Trovare l’acqua è più importante che scavare per trovare il petrolio. La casa che ha un pozzo è una casa ricca.

Per questo l’acqua ancor più del petrolio potrebbe costituire un elemento di ricatto durante questa delicata fase del conflitto per la presa di Tripoli. E dimostrazioni in tal senso non tardano ad arrivare.

a rischio la sicurezza del grande fiume artificiale

I libici, si sa, sono caratterizzati come popolazione da un’accentuata divisione tribale. La tribù viene prima dell’appartenenza alla comunità, alla regione ed allo Stato. Ma c’è una cosa che però accomuna tutti e che costituisce forse l’unica cosa per la quale gli stessi libici usano l’espressione “orgoglio nazionale“: si tratta del grande fiume artificiale. Costruito durante l’era di Gheddafi, certamente l’enorme complesso infrastrutturale che garantisce acqua nelle città del paese per almeno 200 anni dona al rais a suo tempo grande popolarità, ma l’opera di fatto per i libici non costituisce il puntello solo di una determinata era politica. Si tratta di un qualcosa che va oltre: è il frutto di anni di lavoro a cui tutta la popolazione direttamente od indirettamente partecipa e che, alla fine, dona a tutte le tribù ed a tutte le comunità la possibilità di avere acqua.

Il progetto ha origini molto lontane, come spiega AgenziaNova risale addirittura ai tempi di Re Idris: durante una campagna di esplorazioni petrolifere nel sud della Libia, invece che il greggio a saltare fuori dal deserto è l’acqua. Un immenso bacino idrico di acqua dolce viene quindi scoperto sotto le dune del Sahara, Gheddafi nel 1979 affida ad una società americana il progetto di portare quell’acqua fino a Tripoli e nelle città della costa, dove risiede più dell’80% dei libici. I lavori durano a lungo, vista la complessità dell’opera e le intemperie politiche di quegli anni. Ma alla fine il grande fiume artificiale, con la sua rete di 4.000 km di canali sotterranei diventa realtà alla fine degli anni ’90.

Se oggi Tripoli e Bengasi possono contare su una regolare erogazione idrica, che non dipenda dai costosi impianti di desalinizzazione dell’acqua del mare, è grazie al grande fiume artificiale orgoglio di tutti i libici. Forse proprio per quello che rappresenta fino ad oggi, nonostante otto anni di caos, nessuno di quei canali artificiali viene intaccato, nessuno osa toccare nemmeno una singola pietra dell’unico punto fermo nazionale della Libia. Fino ad oggi, per l’appunto. Perchè invece alcuni segnali iniziano ad andare in una tragica ed inquietante controtendenza.

tripoli a secco per tre giorni

La capitale, che vive la guerra da vicino a partire dallo scorso 4 aprile, vede i prezzi dei generi alimentari aumentare, la quotidianità ancora una volta condizionata dal conflitto, ma i suoi abitanti sono sicuri che almeno l’acqua non sembra destinata a mancare. Ed invece nei giorni scorsi avviene qualcosa di diverso: Tripoli rimane a secco. Per un intero fine settimana gli abitanti della capitale libica sono costretti a fare i conti con rubinetti da cui non esce nemmeno una goccia d’acqua. La società che controlla il grande fiume artificiale, fa sapere che un gruppo di miliziani armati fa irruzione in una delle sue sedi alle porte di Tripoli e minaccia i dipendenti. Quest’ultimi, per evitare di essere uccisi, sono costretti a chiudere il canale ed a far rimanere senz’acqua la città.

Poi la situazione si sblocca: lo scorso lunedì, dopo 72 ore difficili per i tripolini, il canale che parte dalla sede sequestrata dagli uomini armati viene riaperto e l’acqua torna nelle case della capitale. Con i rubinetti nuovamente funzionanti, partono le reciproche accuse: il governo di Al Sarraj punta il dito contro fazioni ricollegabili all’Lna di Haftar. Secondo l’esecutivo stanziato a Tripoli, gli uomini del generale avrebbero voluto intimidire i rivali usando l’acqua come arma di ricatto. Ma da Bengasi l’Lna smentisce ogni coinvolgimento e, secondo diversi media libici, ad attuare l’irruzione armata dentro una sede della società che gestisce il fiume artificiale sarebbe un gruppo armato indipendente. Una fazione che, approfittando del caos generale, prova a ricattare le autorità della capitale usando l’oro blu.

La situazione rientra alla normalità, ma l’impressione è che adesso questo episodio costituisca un inquietante precedente. Di fatto, è come se fosse caduto il mito dell’intoccabilità del grande fiume artificiale e che anche quest’opera possa in qualche modo essere risucchiata dalle dinamiche distruttrici della guerra. Ed ora, oltre alla possibilità dei tripolini di avere acqua in casa, ad essere a rischio è tutto quello che di unitario questo enorme reticolato di canali rappresenta.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME