SEO PER IL GIORNALISMO ENTRA NELLA NEWSROOM ACADEMY

Le portaerei americane Uss Abraham Lincoln e la Uss Jonh C. Stennis solcano le acque del Mediterraneo. A loro si unisce anche la Hms Duncan, che, come riporta la Royal Navy, si addestra insieme ai gruppi d’attacco delle due portaerei Usa a largo di Malta. Proprio di fronte a quella Libia che Londra e Washington hanno rimesso al centro della loro strategia nel Mediterraneo.

In questi giorni, la crisi in Libia pare essere tornata appannaggio delle superpotenze. Sembra quasi che Russia e Stati Uniti abbiano fatto fare il lavoro “sporco” alle più piccole per poi ribadire di essere loro ad avere in mano le leve del potere. Loro e la Cina, che dallo scacchiere libico non è affatto esclusa visto che in Nord Africa continua a tessere rapporti sempre più proficui, a cominciare da Egitto e Algeria.

L’aumento della presenza navale americana nel Mediterraneo non è un tema secondario. Per la prima volta da tre anni ci sono due gruppi di attacco di due portaerei nelle acque del Mare Nostrum. Acque sempre più bollenti in cui la sfida fra superpotenze è sempre più netta. In questi giorni, l’ambasciatore americano in Russia, Jon Huntsman, è stato in visita alla base della Us Navy di Napoli proprio mentre le due portaerei americane si congiungevano nel Mediterraneo centrale, area operativa della Sesta Flotta. Come riportato da Repubblica, l’ambasciatore americano ha dichiarato: “Noi cerchiamo una relazione migliore con la Russia, ma ciò potrà avvenire solo quando Mosca smetterà il suo comportamento aggressivo, e creerà lo spazio per un dialogo produttivo. Noi continueremo ad imporre costi alla Russia, quando condurrà azioni mirate contro i nostri partner, gli alleati e gli interessi nazionali degli Usa”.

Un messaggio chiaro, senza chiavi di lettura diverse da quella di una vero e proprio duello dei mari che si gioca fra Mosca e Washington. L’ammiraglio James Foggo, comandante delle forze della marina militare americana in Europa e Africa, ha caricato ulteriormente dicendo: “È cruciale che noi diamo ai nostri leader civili le opzioni e l’abilità di negoziare da una posizione di forza strategica. I nostri schieramenti e la presenza militare sono per la deterrenza e la difesa. Servono a prevenire, non a provocare un conflitto”. E questo, nel Mediterraneo, si traduce soprattutto in Africa settentrionale e Medio Oriente, dove le due superpotenze lottano per avere il sopravvento. O per evitare, in via generale, che una riesca a prevalere dove l’altra ha già il controllo della situazione.

La Libia non fa eccezione a questa regola. Per mesi siamo stati abituati al fatto che ci fossero scontri fra potenze regionale, come Italia e Francia, Qatar e altre monarchie del Golfo. Ma quello che si sta rivelando agli occhi del mondo è qualcosa di più complesso. Si tratta di un cerchio concentrico di guerre in cui, alla fine, si ripete il copione di quanto accaduto in Siria: due superpotenze che lottano affinché l’altra non assuma il controllo di un Paese. E il caos libico era un laboratorio perfetto per la ripetizione di questo scontro che ormai da decenni caratterizza il nostro mondo. Mosca e Washington vogliono che la libia non passi sotto il controllo dell’altro. E sfruttano gli scontri regionali per dispiegare la loro strategia mondiale che passa, inevitabilmente, per il Mediterraneo. Un mare centrale, visto che è la via della Russia verso il sud del mondo.

Ma gli scontri regionali sono solo l’anticamera, quasi a voler lasciare che i piccoli giochino fino a che i grandi non prendano definitamente in mano la situazione. Gli Stati Uniti, dopo un apparente e breve disinteresse rispetto all’escalation libica con l’avanzata di Khalifa Haftar (culminata con quelle immagini dei marines di Africom che prendono la via del mare), sembrano essere rientrati in partita. La flotta Usa si muove davanti alle coste libiche, mentre in queste ore giungono notizie, rivelato da fonti di Agenzia Nova, di un gruppo di militari statunitensi nella città di Misurata. Secondo la fonte, i militari americani hanno raggiunto la città a bordo di hovercraft, probabilmente in arrivo da una nave militare d’appoggio non distante dalla città.Stato che appoggia il governo di Fayez al-Sarraj. La notizia, giunta a pochi giorni dalla telefonata di Donald Trump ad Haftar, dimostra che per Washington la partita libica è tutt’altro che terminata ed è soprattutto ben più interessante di quanto si potesse credere in un primo momento.

Per gli Usa la libia è importante: specialmente perché non vogliono che la Russia e la Cina riescano a penetrare in un’area così centrale per il Mediterraneo. E Putin, in questi anni, si è dimostrato un giocatore molto abile, capace di cambiare i destini di una guerra e rivelarsi attore fondamentale se non addirittura imprescindibile dal Medio Oriente all’Africa. L’escalation di Tripoli ha mostrato che Putin non è mai stato interessato nemmeno durante le proteste di piazza contro gli sponsor internazionale del maresciallo della Cirenaica. Tutti hanno parlato di Emmanuel Macron, di Abdel Fattah Al Sisi o dei sauditi. Ma nessuno ha mai citato il capo del Cremlino, nonostante sia evidente l’appoggio russo al generale Haftar.

Il fatto che la Russia stia tessendo la sua trama in Libia non piace evidentemente agli Stati Uniti. Putin ha giocato molto bene le sue carte. Ha ottimi rapporti con l’Egitto, ha stretto un asse con i sauditi sul petrolio, ha riallacciato i rapporti con la Turchia, ha ottimi rapporti con l’Italia, sa di poter fare affidamento su diversi Paesi africani e su molte fazioni dello scacchiere libico. Ed è per questo che il Pentagono ha fatto partire la sua controffensiva: un attacco a tenaglia che da Nord (con le truppe Nato) e da Sud (nel Mediterraneo) decide i destini del mondo.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.