(Tripoli) I soldati italiani in Libia sono sotto tiro. Per ora solo a colpi di propaganda, ma in una situazione di guerra senza quartiere basta poco per passare a una rappresaglia armata.  E la riapertura del consolato italiano a Bengasi, seconda città del Paese, roccaforte del generale Khalifa Haftar, sta slittando. In teoria doveva avvenire oggi o comunque entro fine mese, per avere una presenza diplomatica in Cirenaica, ma la tensione è troppo alta. L’apertura avverrà “non appena possibile”, viene a sapere Gli Occhi della Guerra.

L’ultimo “attacco” verbale agli italiani arriva dal portavoce di Haftar, il generale Ahmed al Mismari, che interpellato dal Corriere della Sera spara ad alzo zero. “Occorre che l’Italia ritiri al più presto il suo ospedale militare da Misurata – annuncia l’alto ufficiale – Abbiamo le prove che quella struttura ormai non ha più nulla di umanitario, ma costituisce un valido aiuto per le milizie di Misurata che combattono contro il nostro esercito”.

Lo Stato maggiore della Difesa ha ribadito con un comunicato che “il personale delle Forze Armate italiane impiegato nella Missione Bilaterale di Assistenza e Supporto in Libia (Miasit) e sulla nave di supporto logistico presente a Tripoli, non è assolutamente coinvolto negli scontri attualmente in atto nel Paese nordafricano”. Circa 400 uomini comandati dal generale Domenico Ciotti che risiede in un albergo di Tripoli. La Difesa sottolinea che “presso l’ospedale da campo di Misurata proseguono infatti le attività di supporto sanitario e umanitario alla popolazione libica”.

Dall’inizio della guerra civile con il governo di Fayez al Serraj la propaganda di Haftar ha accusato gli italiani dell’ospedale militare  a Misurata di fare da “scudi umani” per evitare bombardamenti all’aeroporto da dove partono i caccia che attaccano le truppe dell’uomo forte della Cirenaica. Ancora più grezza l’offensiva via social contro Misurata e Tripoli “colpevoli” di avere riportato gli “occupanti” italiani in Libia dopo il colonialismo.

I nostri militari non organizzano più l’evacuazione dei feriti con i C 130, come ai tempi della battaglia di Sirte, che venivano ricoverati al Celio di Roma. Però i feriti governativi, prima e durante l’attacco su Tripoli di Haftar, arrivano lo stesso in Italia grazie al visto per motivi sanitari. Via Tunisi o nei casi più gravi con voli barellati a spese del governo libico, che paga le cure nei nostri ospedali.

L’ultimo caso di disinformazione contro gli italiani riguarda la foto di un simbolo con il tricolore sovrastato dalla sagoma di uomini armati su uno dei mezzi di Misurata che combattono a Tripoli. Per il fronte di Haftar è la “prova” che i corpi speciali italiani sono impiegati al fianco dei governativi. In realtà si tratta del simbolo del battaglione Ben Galpoon di Misurata, anche se centinaia di libici sono stati addestrati nel nostro Paese negli ultimi anni.

Nella base navale di Abu Sitta è ormeggiata nave Capri, della marina militare italiana, che secondo la Difesa fornisce “supporto manutentivo a favore dei mezzi libici impegnati in compiti di Ricerca e soccorso e di contrasto dei flussi migratori illegali” grazie a motovedette donate dall’Italia. La base navale, però, si trova nella zona di Suk al Juma sotto il controllo della katiba (brigata) al Nawasi della famiglia Gaddour. La brigata ha esercitato pressioni sulla Guardia costiera e Marina libica per abbandonare il contrasto ai clandestini e concentrarsi sulla guerra anche in mare. Non solo: almeno una delle nostre motovedette è stata riarmata e le foto con l’equipaggio in tenuta da combattimento sono finite su twitter.

Ieri da Pechino, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha parlato al telefono con il premier libico Fayez al Serraj invitando  “gli altri leader internazionali all’impegno per un cessate il fuoco in Libia”. Conte affronterà il nodo libico con il presidente russo Vladimir Putin. Il presidente del Consiglio ha ribadito che “non siamo a favore di Haftar o di Al Serraj, ma con il popolo libico, che ha diritto a vivere in pace”.