Gli Stati Uniti hanno torto il braccio agli Emirati per convincere l’impresentabile generale Khalifa Haftar, ormai considerato alla stregua di un criminale di guerra, a riaprire i pozzi di petrolio della Libia. E’ questo, in estrema sintesi, il retroscena dietro al possibile accordo per consentire al paese più ricco di petrolio dell’Africa di tornare a estrarre greggio. Il condizionale è d’obbligo perché non è escluso un colpo di coda degli sceicchi di Abu Dhabi, stanchi di una guerra che doveva essere vinta in due giorni e che si è quasi trasformata in una disfatta totale, ma preoccupati per l’ascesa di un rivale regionale aggressivo come la Turchia del presidente-sultano Recep Tayyip Erdogan. Intanto la Russia di Vladimir Putin muove le sue pedine strappando i giacimenti del Fezzan, dove è presente anche Eni, al controllo delle deboli e divise milizie del sud. Si vocifera che i mercenari del gruppo Wagner stiano installando difese anti-aree e piattaforme per il lancio di droni armati. Vero o no, la presenza di un nuovo attore nei campi petroliferi di Sharara ed El Feel aggrava un quadro che era già abbastanza complicato e rischia di far saltare l’accordo per la riapertura dei pozzi.
Le anticipazioni della stampa
Secondo un’anticipazione di Agenzia Nova, il nuovo piano della National Oil Corporation (Noc) – predisposto d’intesa con gli Stati Uniti e la Missione di sostegno internazionale in Libia (Unsmil), guidata peraltro dalla diplomatica statunitense Stephanie Williams – prevede l’apertura di un conto corrente in Libia “bloccato” dalla stessa compagnia petrolifera per un periodo di almeno quattro mesi. Durante questo arco temporale, le parti libiche dovrebbero trovare un accordo sulla distribuzione dei proventi fra le tre regioni storiche del paese: Fezzan (sud-ovest), Tripolitania (ovest) e Cirenaica (est). Il quotidiano britannico The Guardian spiega che l’intesa includerebbe il versamento dei fondi a tre banche nelle tre regioni libiche dove verrebbero versate le somme incassate dalla vendita del petrolio. Si tratta però di uno step successivo perché resta ancora da sciogliere un nodo cruciale: a chi spetta la fetta più grande della torta? L’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) ha pubblicato tempo fa un interessante articolo in cui propone una soluzione alternativa di “tipo curdo” applicata alla Libia: forte autonomia alla Cirenaica, a cui spetterebbe circa il 30 per cento dei proventi delle risorse petrolifere, in cambio della pace. Una proposta che ha il pregio di andare al nocciolo della questione: l’opaca distribuzione dei proventi del petrolio – estratto dalla National Oil Corporation, ma di fatto distribuito dalla Banca centrale libica di Tripoli – è una delle principali concause che ha portato de facto alla tragica situazione di guerra civile.
Come dividere la torta
La soluzione “curda” si scontra con alcune problematiche, alcuni di natura anche pratica. Quanti e dove sono i libici? L’ultimo censimento della popolazione risale al 2006. Eppure è importante saperlo oggi con esattezza – dopo dieci anni di guerra civile – se si vogliono distribuire i proventi del petrolio e del gas in base alla popolazione. E il Fezzan libico, che ospita il giacimento di petrolio più grande del paese ma è paradossalmente poverissimo e praticamente disabitato, come prenderebbe questa ripartizione? Sono domande a cui è impossibile rispondere oggi: serve un’ampia consultazione delle tribù e dei clan di tutta la Libia. Ma il tempo stringe e il petrolio deve tornare a scorrere per scongiurare ulteriori danni alle infrastrutture che senza manutenzione si stanno rapidamente deteriorando. “Le possibilità che i pozzi di petrolio possano effettivamente essere riaperti sono pari al lancio di una monetina: 50 per cento”, spiegano le fonti consultate da “Nova”. Secondo altre fonti, le probabilità che l’intesa abbia successo sono precipitate dopo l’intervento russo in Fezzan.
Haftar l’appestato
La riapertura dei pozzi, la ripartizione dei proventi e il conflitto armato sono tutte questione ormai legate tra loro. La guerra si è fermata sul fronte di Sirte e Jufra e sarà interessante vedere la risposta di Turchia e Gna alla provocazione russa in Fezzan. Il recente impegno degli Stati Uniti sul dossier libico ha sicuramente cambiato le carte in tavola. L’impressione è che Haftar ne abbia combinate troppe: non ha vinto la guerra, confermando la propria fama di generale perdente; ha venduto carburante al Venezuela per pagare mercenari facendo uno sgarbo a Washington; le sue milizie sono sospettate di aver scavato fosse comuni e disseminato le abitazioni civili di trappole esplosive (una tattica recentemente usata anche dallo Stato islamico) che ora sta sminando l’Italia. L’accordo per tornare a far scorrere il petrolio sarà la cartina tornasole di un’intesa più ampia non solo per la riapertura dei pozzi, ma anche per un cessate il fuoco permanente e l’inizio dei colloqui di pace. Ma il 76enne Haftar, malato e senza dei veri successori, in questo momento è considerato come “una linea rossa” anche per gli occidentali. Le visite ufficiali in passato visitavano sia Tripoli che Bengasi, ma ora le missioni si svolgono solo a Tripoli perché farsi fotografare con Haftar in questa fase è imbarazzante. E anche l’ultima sua mossa, bloccare il petrolio usando come foglia di fico le tribù e la ripartizione dei provento, si sta ritorcendo contro di lui: se trova un accordo viene visto come un debole; se prosegue con il blocco sarà il responsabile di danni per decine di miliardi di dollari.
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