Iniziato da Roma nella giornata di lunedì, il tour europeo del premier libico Fayez Al Sarraj si chiude a Parigi dove incontra il presidente francese Emmanuel Macron al termine di due giorni molto delicati per il capo dell’esecutivo di Tripoli. Ed il giro nelle principali capitali europee si chiude con una dichiarazione che appare alquanto significativa: “Non tratteremo più con Haftar”.

“Il generale non rappresenta l’est della Libia”

Nelle altre capitali visitate, Al Sarraj sembra non volersi sbilanciare: nessuna dichiarazione congiunta con i suoi omologhi, al massimo qualche foto di rito accompagnata quasi sempre dalle dichiarazioni dei leader padroni di casa volte a confermare l’impegno per una soluzione politica della Libia. Ed all’Eliseo anche Macron appare di questo avviso: “Non esiste alcuna soluzioni miliare per la Libia – dichiara il presidente francese al termine dell’incontro con Al Sarraj – Lavoriamo per un cessate il fuoco senza condizioni”. Ma subito dopo il premier di Tripoli, “beccato” da France 24, questa volta si sbottona e parla in prima persona di quanto sta accadendo attorno alla capitale da quando, a partire dallo scorso 4 aprile, Haftar decide di lanciare l’operazione militare per prendere la città.

Da un lato, al Sarraj si mostra come propenso al dialogo, ma dall’altro sbarre le porte ad Haftar: “Servono interlocutori affidabili dall’est della Libia ed Haftar non lo è – dichiara nell’intervista il capo dell’esecutivo libico – Le condizioni da quando è iniziata la battaglia sono cambiate. Ci siederemo al tavolo dei negoziati, ma solo con persone diverse”. Al Sarraj dunque, conferma la sua linea impostata nei giorni scorsi di concerto con il resto del consiglio presidenziale: l’azione di Haftar viene ritenuta offensiva, il generale considerato alla stregua di un criminale di guerra e dunque in futuro non più adatto al ruolo di interlocutore.

“Haftar è distruttore della pace”, prosegue poi Al Sarraj il quale, nel corso dell’intervista, si dichiara soddisfatto delle parole di Macron volte a sostegno del processo di stabilizzazione della Libia. Anche se non nega le tensioni dei giorni scorsi con Parigi, al culmine dei quali il suo governo decide di sospendere la collaborazione sui temi della sicurezza con l’Eliseo: “Ci aspettiamo dalla Francia, paese amico della Libia, che prenda una posizione chiara nel prossimo periodo”.

Frasi in linea con la strategia diplomatica di Tripoli

“Fayez al Sarraj sta giocando la carta della diplomazia in contrapposizione alla strategia aggressiva del generale Khalifa Haftar”, dichiara nelle scorse ore la docente Michela Mercuri ai microfoni di AgenziaNova: in poche parole, Al Sarraj prova a costruire attorno a sé l’immagine di “uomo del dialogo” e di far passare il messaggio secondo cui invece è soltanto Haftar ad attuare azioni offensive. Lui in pratica, secondo la visione che prova a far passare nelle cancellerie e nei media europei, è vittima delle mire espansionistiche del generale uomo forte della Cirenaica. Non si spiegherebbe altrimenti la sua posizione netta, ribadita nella sopra citata intervista a France 24, contro Haftar. Frasi, quelle di Al Sarraj, nella realtà poco applicabili: anche se il generale suo rivale dovesse fallire militarmente a Tripoli, è impossibile escluderlo dai negoziati in quanto controlla già l’80% del paese.

Il premier libico sa che l’unica sua arma è quella diplomatica: le sue milizie resistono per il momento, ma non possono certo avere l’ambizione di far indietreggiare del tutto Haftar, né di avanzare nelle roccaforti del generale. Soltanto la costruzione di un’immagine di uomo del dialogo può in qualche modo salvarlo dalla doppia morsa, quella cioè dello stesso generale ma anche quella di alcune delle milizie più estremiste al momento al fianco del suo governo. Al Sarraj torna a Tripoli solo parzialmente soddisfatto: riesce ancora ad interloquire in qualità di rappresentante libico, ma sa bene che difficilmente i suoi interlocutori europei rinunceranno a parlare anche con Haftar. Solo lui, tirando le somme, crede nella ricostruzione secondo cui il generale è l’unico responsabile della crisi. Tanto basta però per rilanciare la sua immagine e, con essa, la sua iniziativa diplomatica.

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