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L’esplosione davanti l’ambasciata a Kabul di inizio settembre ha rappresentato un segnale molto potente. Quanto accaduto davanti la sede diplomatica russa nella capitale afghana, a prescindere dalle ricostruzioni e dalle interpretazioni, ha messo in chiara una cosa: gli obiettivi di Mosca all’estero sono più vulnerabili. Specie adesso che la guerra in Ucraina sta subendo pieghe inaspettate agli occhi del Cremlino. Gli scontri esplosi poi nelle ultime ore tra Armenia e Azerbaijan potrebbero arrecare ulteriori grattacapi alla diplomazia russa. E il tutto si andrebbe ad aggiungere poi alle vicende relative allo scenario libico, altro scacchiere dove la Russia è impegnata, e agli scambi di colpi d’arma da fuoco tra tagiki e kirghisi. La domanda quindi sorge spontanea: esiste un nesso di casualità tra tutti questi episodi?

Quel filo comune che inquieta Mosca

L’unica cosa certa al momento che, prima ancora che un nesso di casualità, a legare i casi è un nesso comune rappresentato dagli interessi russi nelle aree coinvolte. In Afghanistan il Cremlino ha scommesso parecchio sul nuovo corso talebano. Quando il 15 agosto 2021 gli studenti coranici sono arrivati al potere, l’ambasciata di Mosca è stata una delle poche a non chiudere. E a distanza di un anno esatto è invece l’unica a subire un grave attentato terroristico. Anche in Libia il Cremlino ha scommesso molto e già da molti anni. Sostiene il generale Haftar dal 2016, nonostante spesso come alleato quest’ultimo si è dimostrato poco affidabile. Ad ogni modo nel Paese nordafricano sono ancora presenti membri della Wagner, la compagnia militare privata russa, a supporto delle milizie del generale.

Proprio in Libia si è tornati a sparare negli ultimi giorni. A Tripoli gruppi legati al governo di Ddebeiba, riconosciuto dall’Onu, hanno respinto l’assalto dato invece da milizie a supporto di Fathi Bashaga, l’altro premier che rivendica il governo sul Paese. Un golpe fallito e un episodio a cui probabilmente la Russia ha assistito come mera spettatrice interessata. Ma di certo, al tempo stesso, anche un ennesimo caso che dimostra l’estrema complessità degli scenari dove Mosca è impegnata. Peraltro Bashaga è molto più vicino ad Haftar e alle istituzioni situate nella Libia orientale, lì dove il Cremlino ha i maggiori agganci.

C’è poi l’inquietante scenario del Caucaso, dove tra Armenia e Azerbaijan sono riprese le ostilità. Forse si tratta delle “solite” scaramucce che accadono tra le due parti da trent’anni a questa parte e culminate con la guerra di fine 2020, conclusa con un cessate il fuoco che ha ridato a Baku la sovranità su gran parte della regione contesa del Karabakh. Un accordo mediato dalla Russia, la quale sul campo ha inviato una forza di interposizione. A prescindere se si tratti o meno del solito scambio di colpi, di certe le tensioni hanno messo in forte discussione il cessate il fuoco e posto Mosca in una posizione di discreto imbarazzo. Al Cremlino tutto si sperava, meno che impiegare uomini ed energie per provare a dirimere l’ennesima controversia tra Yerevan e Baku.

Mosca sempre più vulnerabile?

Impossibile parlare di “regia comune” dietro quanto avvenuto in Afghanistan, Libia e Caucaso. Impossibile oltre che superfluo. Perché l’unico dato che conta, al netto di un certo eventuale nesso di casualità tra i tre eventi, è che la Russia oggi si riscopre ancora più vulnerabile. Nel pieno di una guerra che in Ucraina non sta andando secondo i piani, nonostante quanto dichiarato ufficialmente, il Cremlino è chiamato a prendere coscienza del fatto che lì dove ci sono altri suoi interessi ci sono anche situazioni difficili da monitorare.

In Afghanistan una lotta tutta interna ai talebani potrebbe aver contribuito a dirottare contro un obiettivo russo la mano che ha armato il kamikaze fattosi esplodere dinnanzi l’ambasciata di Mosca. In Libia un Haftar non così forte come qualche anno fa, potrebbe compromettere non pochi interessi russi, specialmente nell’est del Paese. Nel Caucaso le tensioni mai domate potrebbero chiamare Mosca a una difficile mediazione, oltre che mettere in pericolo i soldati inviati dal Cremlino come forza di interposizione. Peraltro la Russia deve fare i conti con la tensione esplosa, sempre negli ultimi giorni, in un’altra area dello spazio ex sovietico. Spari infatti sono stati registrati mercoledì tra soldati di frontiera kirghisi e tagiki, rinnovando un conflitto tra i due Paesi latente da diverso tempo.

Forse al momento soltanto la Siria rappresenta un fronte a cui i russi possono guardare con meno tensione, ma solo perché stanno tenendo gli accordi siglati anni fa con Erdogan per il fragile equilibrio fissato all’interno del Paese arabo. Per il resto, Mosca appare sotto forte pressione. Lì dove vuole aumentare il proprio peso nel Mediterraneo, ossia in Libia, i suoi alleati appaiono in difficoltà. Lì dove vuole rinnovare la propria zona di influenza e il proprio ruolo di forza di intermediazione, ossia lo spazio ex sovietico, più Paesi si fronteggiano a vicenda rischiando di destabilizzare intere regioni. E infine in quell’Afghanistan dove il Cremlino vuole sfruttare lo spazio libero lasciato dagli Usa, la Russia deve anche affrontare molte insidie. In questa maniera, la diplomazia russa rischia di apparire poggiata su piedi di argilla. Circostanza che Mosca, specie in questa fase, non può permettersi.

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