Il conflitto tra Israele e Hamas ha innescato la risposta dei proxy dell’Iran nella regione mediorientale. Come sappiamo Teheran utilizza Vnsa (Violent Non State Actor) per condurre la sua politica di contrasto agli interessi israeliani, occidentali – in particolare statunitensi – e non solo: il conflitto in Yemen è stato sfruttato dagli Ayatollah per indebolire l’Arabia Saudita.
Attualmente, oltre alle milizie filosciite che si adoperano in attacchi alle basi statunitensi in Iraq o in Siria, e oltre a Hezbollah che è attiva nel colpire posizioni dell’Idf nel nord di Israele, sono i ribelli yemeniti Houthi a destare maggiore preoccupazione per via dell’attività di interdizione del traffico commerciale marittimo in transito attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb.
Mercantili e portacontainer che sono obbligati a passare per quel collo di bottiglia per navigare lungo la rotta che va dal Mediterraneo al Mare Arabico, quindi collegante l’Europa, la costa orientale statunitense e l’Asia, sono stati attaccati principalmente con droni di vario tipo e missili da crociera costringendo le società di navigazione a effettuare il periplo del continente africano, quindi con importanti ritardi e aumenti del costo delle merci.
Attraverso il Mar Rosso, però, non passano solo vitali linee commerciali: sul suo fondale sono presenti importanti cavi di comunicazione per il traffico dati da e per l’Europa.
Proprio alcuni di questi cablaggi, secondo media israeliani, sarebbero stati danneggiati dagli Houthi nei giorni scorsi: si tratterebbe dell’AAE-1, del Seacom, dell’EIG e del TGN. Il danno, in generale, non è considerato critico perché altri cavi non sono stati danneggiati, pertanto non si è avuta una fatale interruzione delle comunicazioni.
L’EIG (European India Gateway) collega l’Europa meridionale con Egitto, Arabia Saudita, Gibuti, Emirati Arabi Uniti e India. Il cavo sottomarino è stato posato con un costo di 700 milioni di dollari ed è stato il primo che si estende dal Regno Unito all’India. Il TGN Atlantic è stato venduto alla società indiana Tata Communications nel 2005 per 130 milioni di dollari. L’AAE-1 ha una capacità di 40 terabyte al secondo e collega la Cina con l’Occidente attraverso il Pakistan e il Qatar. Il Seacom collega Europa, Africa, India e Sud Africa.
Gli Houthi smentiscono ufficialmente di aver attaccato i cablaggi, ma quello che è certo è che sono stati danneggiati per mano umana.
Alla fine di dicembre, un account collegato ai miliziani yemeniti aveva pubblicato su Telegram quelle che sembravano essere minacce verso i cavi in fibra ottica che passano attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb, e secondo il Middle East Media Research Institute, quelle velate minacce erano state riprese e amplificate da account collegati ad altri proxy iraniani, tra cui Hezbollah.
Viene pertanto da chiedersi se gli Houthi abbiano capacità tecniche di poter effettuare questo tipo di attacco, e alcuni analisti ritengono che attualmente essi non siano in grado perché mancanti di assetti sottomarini adeguati, sebbene durante i numerosi attacchi al naviglio in transito lungo Bab el-Mandeb, sia stato usato, in almeno un’occasione, un drone subacqueo di fabbricazione iraniana.
In effetti gli Houthi, come detto, sono sostenuti e armati dall’Iran e utilizzati da Teheran come uno dei suoi delegati regionali per attaccare gli interessi occidentali, pertanto è possibile che dietro l’attacco ci sia l’ombra dell’Iran, anche in considerazione dei recenti movimenti delle sue unità navali da guerra: all’inizio di questo mese, i media statali iraniani avevano affermato che una flottiglia che includeva la “Behshad”, una nave cargo utilizzata come vascello per attività di intelligence, stava tornando nelle acque del Paese dopo tre mesi. I dati di tracciamento della nave mostrano che è salpata per Gibuti, ma non è mai tornata in Iran. Il ritorno della “Behshad” in zona di operazioni ha coinciso con un attacco cyber statunitense ai suoi danni, ma il sospetto, secondo chi scrive, è che possa aver fatto da nave appoggio per qualche tipo di azione condotta dai piccoli sottomarini di cui è dotata la marina iraniana.
In particolare potrebbe essere stato utilizzato un battello della classe “Fateh”, che nonostante le sue piccole dimensioni (600 tonnellate di dislocamento in immersione), è dotato di una stiva stagna per operazioni speciali. Nonostante la natura dei sottomarini iraniani, concepiti per attività litorale fatta esclusione per i battelli più grandi della classe Kilo, sarebbe comunque possibile per Teheran arrivare in quelle acque con adeguato supporto da naviglio di superficie.
L’attacco ai cavi sottomarini nel Mar Rosso è solo l’ultima di una serie di azioni contro le infrastrutture sottomarine che si sta allungando: oltre al caso dei gasdotti Nord Stream nel Mar Baltico, cablaggi sono stati troncati in due occasioni nei freddi mari del Circolo Polare Artico: a metà novembre 2021, circa 4 chilometri di un cavo sottomarino situato nei pressi delle isole Svalbard sono misteriosamente spariti, e pochi mesi dopo, a inizio gennaio 2022, uno dei due cavi di trasmissione dati che collega le Svalbard alla Norvegia, è stato tagliato.
Il sorgere della possibilità di colpire infrastrutture posate sui fondali marini grazie ai nuovi strumenti messi a disposizione dagli sviluppi tecnologici, ha portato con sé la necessità di difenderle, e quindi lo sviluppo di dottrine e strumenti per la Seabed Warfare. Nonostante manchi a tutt’oggi una definizione univoca di Seabed Warfare, e nonostante attualmente il mondo militare occidentale non parla del mondo sottomarino come di un dominio a sé stante ma solo di una “dimensione”, per le dinamiche determinatesi a cui si aggiungono anche sfide tecnologiche a cui l’industria deve far fronte, si può definire un nuovo dominio che va ad aggiungersi ai cinque attualmente considerati dal mondo militare (Sea, Air, Land, Space e Cyber), ovvero quello sottomarino (o Underwater).
Bisogna però considerare che per controllare e agire in un dominio, una forza militare deve avere una completa consapevolezza situazionale (situational awareness) dello stesso e possedere la capacità di agire tempestivamente al suo interno. La capacità di una forza marittima di agire da e nelle profondità di un oceano è attualmente estremamente limitata se non addirittura inesistente per alcune marine militari, ma l’apertura di questo nuovo fronte sta dando impulso a ricerche che coinvolgono la Difesa, l’accademia e l’industria attraverso un processo sinergico.
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