L’assedio di Lashkar Gah, nel sud dell’Afghanistan, continua. I talebani avanzano nel capoluogo della regione di Helmand. E, come racconta Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera, nove quartieri su dieci sono già saldamente nelle mani delle forze talebane.
L’esercito afghano è pronto alla controffensiva. Dopo l’attentato contro la residenza del ministro della Difesa, Bismillah Khan Mohammadi, le forze governative vogliono cercare di lanciare un segnale di riscossa. Ma nonostante i bombardamenti statunitensi e le incursioni dei commando afghani, le speranze di evitare la conquista di Lashkar Gah sono appese a un sottilissimo filo.
Intanto, mentre Lashkar Gah resiste insieme a molte altre città del sud dell’Afghanistan, il Wall Street Journal getta una strana ombra su quanto sta avvenendo nella regione dell’Helmand. Secondo le fonti del quotidiano, infatti, il comandante dei talebani che assediano la città faceva parte di un gruppo di 5mila prigionieri liberati dal governo di Kabul lo scorso anno su pressione degli Stati Uniti. Il suo nome è Mawlavi Talib. E oggi sarebbe lui a guidare l’assalto a una delle “chiavi” del sud dell’Afghanistan e per controllare le rotte verso il Pakistan.
La storia di Mawlavi Talib è una storia che sembra ripetersi come un incubo ricorrente nelle guerre degli Stati Uniti. La storia di un ribelle imprigionato insieme a migliaia di altri combattenti, e che poi, una volta liberato non solo torna a combattere, ma a guidare un esercito pronto a infliggere il colpo fatale proprio a chi lo ha liberato. È una storia già vista. Un racconto fatto di prigionia e sangue e che diventa la metafora di un tragico errore che gli Stati Uniti sembrano commettere con una facilità disarmante.
Non sappiamo cosa possa essere balenato nella mente di chi ha pensato di liberare Talib insieme ad altre migliaia di talebani. Qualcuno dirà che c’è stata estrema superficialità nella decisione. Altri parleranno di accordi inevitabili con il fronte talebano nella speranza di un sincero cambiamento tra i signori della guerra. Altri ancora diranno che è stato tutto un rischio calcolato in attesa di vedere di nuovo il caos prendere il sopravvento. Un nemico tenuto in gabbia per anni e liberato proprio in attesa che si compisse il suo destino e arrivasse ai vertici della colonna talebana a Lashkar Gah. Un filo rosso che ricorda per certi versi quello di altri comandanti dei nemici di queste guerre infinite, molto spesso frutto anche della prigionia nei campi di detenzione americani. Luoghi che non servono a rieducare, non consentono di avere pace e che in larga parte si trasformano in laboratori di radicalizzazione e proselitismo.
L’accusa del Wall Street Journal, qualora venisse confermata, sarebbe non solo una metafora perfetta di un ritiro come quello dall’Afghanistan, ma anche un avvertimento per queste fasi del conflitto tra talebani e Kabul. Non c’è solo chi combatte sul campo, ma anche chi è ancora nelle prigioni disseminate sul territorio afghano e che aspetta solo di essere liberato. A Kabul lo sanno benissimo, tanto che il Washington Post ha lanciato l’allarme sul rischio che l’esercito talebano punti il mirino sulle carceri.
Sono migliaia i talebani rinchiusi nelle celle in attesa che i miliziani assaltino caserme e centri di detenzione e li liberino. Tra le montagne, i deserti e le vie polverose delle principali città del Paese, queste strutture sono bombe a orologeria di vendetta. I comandanti ribelli sono certi che, una volta liberati, quegli uomini si uniranno alle loro schiere. Chi esce da lì non ha prospettiva: o entra nelle file dei talebani o rischia di essere considerato un traditore, e con lui la sua famiglia. Molte guardie carcerarie, direttori e funzionari sono attirati dai facili guadagni offerti dalle file nemiche e sono pronti a cedere alle lusinghe della corruzione. Quanto avvenuto nei giorni scorsi a Badghis, con un’evasione di massa facilitata dai dipendenti, è un segnale che ha messo in allarme tutto l’Afghanistan. O meglio, quella parte dell’Afghanistan che ancora non è stata soggiogata dall’avanzata talebana e che rischia di piombare in un inferno di rappresaglie, assedi e bombardamenti a tappeto dell’aviazione Usa.