Libano-Israele, accordo quadro per la pace. Ma Netanyahu annuncia: le Idf restano nel Paese dei Cedri

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Un accordo-quadro per porre fine al conflitto in Libano e aprire al ritiro delle milizie di Hezbollah dal Sud del Paese dei Cedri, secondo gli Usa. La legittimazione di una rivendicata vittoria, per Israele. La svendita di un Paese, per i critici dell’attuale governo di Beirut. Il patto annunciato nella notte italiana dal Segretario di Stato Usa Marco Rubio e volto a porre definitivamente fine alla guerra tra Israele e Libano, a garantire la sicurezza degli interessi dei Paesi belligeranti e a ridurre l’influenza del Partito di Dio nella fragile nazione mediorientale si può prestare a molteplici interpretazioni. E sicuramente mostra la grande fragilità del contesto mediorientale odierno, in cui la stessa pace in Libano è stato oggetto negoziale di una trattativa più ampia, quella tra Usa e Iran mediata dal Pakistan, e in cui Israele persegue interessi autonomi dal suo stesso alleato e patrono, gli Usa. In questo nuovo accordo si prevede, secondo quanto anticipato da fonti mediatiche, che il Libano imponga a Hezbollah il ritiro dal Sud del Paese e che via via Israele lasci i territori occupati dal 2024 ad oggi man mano che ciò sarà accaduto. Ma l’applicazione sembra più complessa.

Il canovaccio del Libano di questi ultimi mesi è stato chiaro: negoziati e tregua a parole, combattimenti nella realtà. In punta di diritto, in Libano un cessate il fuoco c’è dal 16 aprile, quando Tel Aviv e Beirut si accordarono per porre fine a un conflitto durato 45 giorni all’ombra dell’assalto israelo-americano all’Iran. Il regolamento di conti tra Israele e Hezbollah, dopo la precedente guerra del 2024, si era esteso in un’operazione di larga scala contro l’intera ex colonia francese. E di fatto questa asimmetria è continuata dopo il cessate il fuoco di Washington, con Israele arrivato a espandere la zona d’occupazione nel Sud del Libano. Dal 2 marzo non c’è stato un giorno senza combattimenti, e nei bombardamenti israeliani sono morte almeno 4mila persona, mentre le autorità libanesi hanno dovuto affrontare enormi difficoltà: il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam si sono trovati con una guerra che le fragili forze armate di Beirut non potevano gestire, con il nuovo attivismo interno di Hezbollah, con i blocchi all’attività militare del Partito di Dio imposti per legge e rimasti lettera morta, col Sud del Paese invaso.

Da qui è emersa la critica strategia, in larga parte obbligata, del governo libanese: provare a sacrificare Hezbollah in nome di un tentativo di pacificazione con Israele. Tentativo sostanziato tramite negoziati in cui Beirut è partita in salita: in casa dell’alleato principale del Paese invasore, gli Usa, senza potere negoziale e con la pressione dei miliziani filo-iraniani alle spalle, con una fetta del territorio invasa e un quinto della popolazione, circa 1 milione di persone, sfollata. Il patto di Washington, che rafforza il cessate il fuoco di aprile sul piano politico, segue di poco una tregua Israele-Hezbollah prontamente disattesa. Ma che possa essere la premessa per una pace duratura è ancora presto per dirlo. Hezbollah non ha partecipato ai negoziati in cui si chiede il suo ritiro dal Sud del Paese e questo potrebbe creare un circolo vizioso: Israele giustifica l’occupazione espansionista della parte meridionale del Libano in nome della lotta ai miliziani, questi sono in rotta con le autorità di Beirut e ciò rende difficile l’applicazione di ogni accordo-quadro. Del resto, Netanyahu lo ha ben detto: “Manterremo (la zona cuscinetto) finché Hezbollah non si disarmerà e finché esisterà una minaccia per lo Stato di Israele”. Insomma, sarà da capire se questo accordo quadro sarà il primo passo per la pace o una tappa della guerra infinita del Medio Oriente. Processo che potrebbe, paradossalmente, contribuire a infiammare se mal gestito. E la sovranità del Libano appare, alla luce di questi fatti, sempre più precaria.