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Il cessate il fuoco in Libano esiste solo sulla carta. E perdura sul piano politico perché i firmatari, Israele e Hezbollah, continuano a chiamarlo così. Ma non c’è dubbio sul fatto che Tel Aviv si stia sforzando attivamente, dalle ore successive all’annuncio nella giornata del 26 novembre, per farlo apparire tale solo a parole.

Secondo Middle East Eye sono almeno un centinaio le incursioni che l’Israel Defense Force ha condotto dal ritiro delle truppe dal Sud del Libano, dove hanno per un mese e mezzo combattuto contro il Partito di Dio. Ne riporta meno, 52 per la precisione, il governo francese, mediatore assieme agli Usa della tregua, ma la sostanza non cambia e, anzi, Emmanuel Macron ha alzato la voce contro Benjamin Netanyahu mostrandosi contrariato per le violazioni della tregua. Lo stesso ha fatto l’inviato presidenziale statunitense Amos Hochstein, emissario di Joe Biden, invitando Tel Aviv a rispettare gli accordi.

Il governo di Netanyahu ha approfittato del cessate il fuoco per rivendicare i successi ottenuti decapitando la leadership di Hezbollah, ma il Partito di Dio è rimasto un osso duro e, va sottolineato, per la coalizione di destra di Tel Aviv la conflittualità con le forze di stampo islamico è ormai una necessità politica per darsi una ragion d’essere. Cosa spinge Israele a continuare a colpire Hezbollah nonostante la tregua, finendo per uccidere nei raid aerei che stanno venendo lanciati anche decine di civili? Diverse urgenze operative di vario tipo. In primo luogo, una sostanziale paranoia securitaria che porta l’Idf a colpire ogni movimento o concentrazione sospetta. Segno che la guerra sul campo contro il Partito di Dio è stata tutto fuorché vinta. In secondo luogo, la volontà di porre una linea rossa al governo centrale libanese, che dovrà subentrare come autorità sovrana nel Sud del Paese ma ben si guarda dal disconoscere Hezbollah a Beirut.

Il terzo e più grande obiettivo di Israele è però di natura propagandistica. L’esecutivo di Netanyahu ha bisogno di questa conflittualità per autolegittimarsi e coprire i magri risultati ottenuti altrove. L’Iran non è a terra e a Gaza Hamas, per quanto indebolita, non è sconfitta. E peraltro per Israele continua a essere lontana dal successo la corsa alla liberazione degli ostaggi rimasti nella Striscia.

La Cbs ricorda che nelle giornate in cui Israele ha alzato il confronto in Libano dopo il cessate il fuoco “il governo aveva confermato la morte di Omer Neutra, cittadino statunitense e israeliano, il cui corpo si ritiene sia ancora detenuto da Hamas a Gaza”, ennesimo caso di ostaggio che non è stato salvato dalla campagna di Netanyahu. Per il quale è pronta a tornare una fase di contestazione politica che la chiusura del fronte libanese certamente non allevierà.

Avversari di Bibi come l’ex presidente del Parlamento e capo di Stato Maggiore Benny Gantz hanno criticato il cessate il fuoco con Hezbollah perché ritenuto fonte di debolezza, e Netanyahu si è sentito toccato sul vivo. Ne consegue che il cessate il fuoco non è mai stato veramente tale. Viene chiamato così perché conviene a tutti: a Hezbollah, che può ricostruire le sue forze senza raid della stessa intensità del recente passato, al Libano che tira un sospiro di sollievo ed evita, per ora, il collasso, a Israele che deve far riposare i riservisti e accorciare le linee dei numerosi fronti dopo 14 mesi consecutivi di guerra. Ma per quanto questa situazione possa durare è incerto e, per il Libano, ogni giorno porta con sé il rischio di nuove tensioni.

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