La prima giornata di formale cessate il fuoco tra l’Iran e la coalizione israelo-americana è stata anche la più dura mai vissuta dal Libano dall’inizio della fase più acuta del conflitto mediorientale. Nel pomeriggio dell’8 aprile Israele ha bombardato a tappeto la capitale libanese Beirut nonostante fossero emerse voci che Hezbollah, la milizia legata all’Iran, fosse disponibile ad adeguarsi al cessate il fuoco del patrono centroasiatico. Teheran e il Partito di Dio vedono la Terza guerra del Golfo e la Quarta guerra del Libano come un conflitto comune e inscindibile.
Il governo israeliano di Benjamin Netanyahu no, e forse sarebbe corretto definire come unitaria la fase di guerra iniziata nel settembre 2024, dato che da novembre di quell’anno fino al 2 marzo scorso, quando Hezbollah ha lanciato dei missili verso Israele dopo l’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, non c’è stata giornata in cui Tel Aviv non abbia attaccato con missili, droni o artiglieria il Paese dei Cedri, espandendo via via nel 2026 anche la zona d’occupazione costruita dopo gli scontri di due anni fa con Hezbollah.
I raid dell’8 aprile sono stati definiti da Nour Odeh di Al Jazeera come “i un evento senza precedenti, forse dai tempi dell’invasione israeliana del Libano nel 1982. Nell’arco di 10 minuti si sono susseguiti 100 raid aerei, molti dei quali hanno colpito zone di Beirut che tradizionalmente non verrebbero considerate in alcun modo collegate a Hezbollah”. La guerra del Libano ha causato 1.500 morti in un mese. Si teme che centinaia possano essersi aggiunte al triste computo nell’ondata di attacchi che ha colpito il Libano. Da tempo dicevamo che la guerra di Tel Aviv era contro il Libano intero, non contro Hezbollah. Le autorità di Beirut, inclusi il premier Nawaf Salam e il presidente Joseph Aoun, hanno ben accolto il cessate il fuoco e chiesto il rispetto da parte degli attori coinvolti. Israele ha tirato dritto.
La reporter di Al Jazeera collega le mosse di Israele al fatto che il primo ministro Benjamin Netanyahu si trovi in un limbo politico dopo che gli avversari del governo nazionalista di Tel Aviv hanno definito bruciante il modo in cui si è giunti al cessate il fuoco in Libano, ritenuto penalizzante per Israele:
Importanti figure politiche definiscono pubblicamente il primo ministro israeliano un bugiardo e un codardo. Tutto ciò riporta al centro dell’attenzione il fronte libanese; si tratta di una questione che tocca da vicino gli israeliani. Il conflitto ha comportato per loro un numero di vittime superiore a quello del fronte di guerra con l’Iran, e porvi fine bruscamente senza esservi costretti sarebbe devastante sul piano politico.
Di fronte a tale scenario, Netanyahu e l’esecutivo si trovano sotto il fuoco incrociato delle opposizioni e dell’opinione pubblica. La guerra in Iran non ha ottenuto, nei due tempi di giugno e delle scorse settimane, alcun obiettivo strategico: il regime iraniano è colpito ma resta integro; la capacità balistica e di reazione iraniana permane; nessun cenno di secessionismo interno alla Repubblica Islamica è emerso. Parimenti, i nazionalisti di Potere Ebraico e i radicali di Sionismo Religioso, alleati del Likud conservatore di Netanyahu, hanno rumoreggiato per il cessate il fuoco deciso dagli Usa di Donald Trump. Senza scenari militari, Netanyahu rischia di doversi presentare in aula in futuro per rispondere ai suoi numerosi processi e entro il 27 ottobre Israele andrà al voto per il rinnovo della Knesset, il Parlamento nazionale.
Netanyahu sta rispondendo a questo combinato disposto di pressioni con una personale dottrina securitaria: non più la guerra come eccezione estrema per rispondere alle minacce esistenziali ma come normalità e prassi di governo. “Il primo ministro sta preparando Israele a un futuro di guerra a tempo indeterminato contro le minacce percepite”, analizza il Financial Times, sottolineando che ai sensi di questa visione:
Israele deve lanciare quella che definisce una guerra “preventiva” contro qualsiasi minaccia percepita; conquistare territori ai paesi vicini per creare “zone cuscinetto” tra i nemici e i suoi cittadini; e impiegare costantemente la forza come unica vera garanzia di sicurezza.”
La dottrina della guerra infinita è entrata nella mentalità strategica israeliana dopo il 7 ottobre 2023 e vede nella ricerca di un nemico un fine, più che un mezzo, per legittimare assetti e sistemi di potere altrimenti precari e arroccare una coalizione eterogenea ma unita dalla volontà espansionista e dall’opposizione agli avversari regionali di Israele. Netanyahu ha bisogno di successi da sbandierare, a qualunque costo. Il Libano, dal suo punto di vista, è sacrificabile. La pace, nemmeno contemplata.