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Quando un Paese è sotto attacco, di norma riesce a ritrovare una certa unità nazionale. Si tratta di una legge non scritta che aiuta a leggere le dinamiche politiche e sociali di conflitti presenti e passati. Ma, come per ogni norma, ci sono sempre delle eccezioni. Una di queste è rappresentata dal Libano, Paese che presenta diverse peculiarità rispetto ai vicini.

Unica nazione araba con una forte componente cristiana, il Libano ha all’interno almeno 18 comunità religiose riconosciute dallo Stato. Ma la sua società è storicamente divisa in tre grandi gruppi confessionali: sunniti, sciiti e, per l’appunto, cristiani. Con gli attacchi israeliani nel Sud del Paese, la domanda sorge spontanea: la società si riunificherà oppure virerà verso una maggiore distanza tra le varie componenti?

La peculiarità di Hezbollah

Ma il vero elemento peculiare al Libano odierno è costituito da Hezbollah. Il movimento sciita, oltre a rappresentare una certa parte della sua comunità, si è affermato negli anni come milizia para militare. E, come tale, ha dinamiche politiche e militari diverse da quelle di Beirut. Le sue azioni si esprimono in due distinte direzioni: da un lato, Hezbollah si muove come attore politico pienamente addentrato alla realtà libanese, con tanto di rappresentanti nel Parlamento e nel Governo.

Ma, dall’altro lato, il movimento si pone come attore autonomo, capace di avere una propria forza militare, peraltro ben più equipaggiata rispetto all’esercito nazionale libanese. Questo fa di Hezbollah, tra le altre cose, anche una forza altamente divisiva: c’è chi approva le sue mosse e c’è chi vede la sua esistenza come un freno per l’intero Libano.

Molto dipenderà dalla percezione del conflitto

Ed è proprio la differente posizione su Hezbollah che determina una divisione nell’opinione pubblica libanese, anche in caso di guerra nel proprio territorio. Nel 2006, quando il movimento sciita esultava dopo il cessate il fuoco legato alla prima guerra contro Israele, buona parte dei libanesi rimproverava a Hezbollah di aver portato il Paese nel baratro e di essere responsabile della distruzione delle aree raggiunte dal conflitto.

Lo shock generato dal vedere un conflitto in casa, ha quindi prodotto in quel caso una reazione non necessariamente diretta contro attori esterni. C’è però una potenziale differenza tra il 2006 e il contesto odierno: in quel caso, era stata Hezbollah ad attuare un attacco in territorio israeliano e a generare la risposta di Tel Aviv. Oggi, il movimento sciita rivendica invece di non aver provocato escalation, di essersi limitato ad alcuni lanci di razzi dopo il 7 ottobre e di aver più che altro ricevuto provocazioni da parte israeliana.

Se dovesse passare questa narrativa, allora una fetta consistente di libanesi potrebbe vedere Hezbollah come vittima e condannare fortemente gli attacchi contro il territorio nazionale. Il conflitto cioè, potrebbe essere percepito non come riguardante solo il Sud del Libano ma, al contrario, come una guerra contro la stabilità del Paese.

Difficile trovare unità nazionale

Ad ogni modo, in un complesso sistema sociale e politico come quello libanese, trovare una precisa unità nazionale è pressoché impossibile. Lo si vede dalle ultime dinamiche politiche: il Paese è senza un governo dal 2021, senza un presidente dal 2022, oppresso in uno stallo politico senza precedenti. E la situazione non è cambiate nemmeno con le prime avvisaglie del conflitto. Nonostante un Paese sotto attacco, nessuno ha premuto per trovare accordi di unità e rimettere in sella a Beirut un governo.

Il settarismo in Libano, del resto, consiste proprio in questo: ogni comunità, in caso di pericolo, corre per salvaguardare sé stessa prima ancora che l’intero Paese. Il conflitto nel sud di questi giorni, lo sta confermando.

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