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Il programma per il Jsf (Joint Strike Fighter), che ha dato la nascita al cacciabombardiere F-35 della Lockheed Martin, è forse il più controverso, discusso e parimenti bistrattato progetto di sviluppo di un velivolo nella storia dell’aeronautica dai tempi del Tfx, che generò la serie di F-111 della General Dynamics.

L’F-35 è un velivolo di quinta generazione con elevate capacità stealth in grado di essere una piattaforma di raccolta, elaborazione e trasmissione dati in tempo reale sul campo di battaglia che non ha eguali nel panorama aeronautico odierno. In quanto caccia di quinta generazione deve rispettare determinati parametri: i propulsori devono esser dotati di spinta vettoriale; devono essere impiegati materiali compositi; e devono esser adottati sensori, radar e avionica integrata di tipo avanzato per migliorare enormemente la situational awareness (ovvero la capacità del pilota di prendere coscienza dell’ambiente tattico circostante).

Il programma di sviluppo si è esplicitato in tre varianti diverse: la A, quella “base” per un caccia basato a terra, la B quella Stovl (Short Take-off Vertical Landing) per l’impiego navale su unità “minori” e a terra, la C nata appositamente per essere utilizzata sulle portaerei dotate di sistema Catobar (Catapult Assisted Take Off But Arrested Recovery). Un programma che è anche uno dei più costosi di sempre: a dicembre del 2017 il costo complessivo di acquisizione e sviluppo per l’F-35 ammontava a 325,1 miliardi di dollari inclusi 59,8 di ricerca e sviluppo, 260,9 di procurement (tutti i meccanismi di approvvigionamento necessari) e 4,4 di military construction (la costruzione di infrastrutture).

L’F-35 è quindi davvero una macchina molto costosa e inutile? L’utilità non si discute: pur con tutti i limiti dati da uno sviluppo lento, causato dalla complessità del velivolo, l’F-35 rappresenta il giusto connubio tra invisibilità, carico bellico, raggio d’azione, velocità, manovrabilità con in più una capacità di situational awareness mai vista prima, e soprattutto con la possibilità di condivisione immediata delle informazioni con tutti gli altri assetti presenti sul campo di battaglia. Potenzialmente un game changer dei conflitti del presente.

Per quanto riguarda il costo anche qui bisogna sfatare il mito che vuole l’F-35 una macchina molto cara rispetto ad altri velivoli. Una precisazione però: se questa considerazione poteva essere valida negli anni passati, all’inizio della sua produzione segnata da un futuro incerto, ora, con un pacchetto di ordini via via crescente (ultimo quello giapponese per altre 100 macchine), i prezzi si sono notevolmente abbattuti tanto da essere paragonabili a quelli di altri caccia.

Quando il Dipartimento della Difesa americano ha concluso un accordo con la Lockheed Martin per la produzione dei lotti dal 12 al 14 lo scorso ottobre, ha annunciato contestualmente che avrebbe raggiunto l’obiettivo di un ulteriore abbattimento del costo unitario un anno prima rispetto quanto preventivato (per il lotto 13), coi velivoli pronti a uscire dalla linea di produzione nel 2021. In dettaglio il prezzo per un F-35A dovrebbe scendere dai 82,4 milioni dollari nel lotto 12 ai 79,2 milioni nel lotto 13 fino ai 77,9 milioni nel lotto 14.

Per fare un paragone, il costo unitario dell’ultima versione del cacciabombardiere F-16 (chiamata Viper), un velivolo progettato all’inizio degli anni ’70 ed entrato in servizio nel 1978, è stata venduta dalla Lockheed Martin al Bahrein nel 2019 ad un costo di 147 milioni di dollari per velivolo (con un accordo per la fornitura di 19 macchine in totale).

Facciamo ora una carrellata dei prezzi dei cacciabombardieri occidentali sul mercato per capire meglio quanto ormai l’F-35 sia diventato più abbordabile rispetto a qualche anno fa.

Il Boeing F-18E/F, il caccia imbarcato spina dorsale della Us Navy, ha un prezzo unitario compreso tra i 57 milioni di dollari e i 67, a seconda delle versioni. Restando negli Stati Uniti e guardando sempre in casa Boeing, l’ultima versione dell’F-15, la EX che in molti considerano come valida alternativa all’F-35, costa 87,7 milioni di dollari a velivolo. Passando in Europa, il nostro Eurofighter Typhoon, attualmente in servizio nell’Aeronautica Militare Italiana oltre che in Germania, Spagna, Regno Unito e Arabia Saudita, ha un costo unitario di 73,9 milioni di dollari (62,9 milioni di euro), il francese Dassault Rafale M si aggira sulla stessa cifra con 67,9 milioni di dollari, mentre lo svedese Saab Jas-39C Gripen 68,9. L’aereo dal costo unitario più caro della storia risulta essere uno dei primi caccia stealth in assoluto: lo sfortunato F-22 Raptor: si stima si aggiri tra i 177 e i 180 milioni di dollari.

Insomma, intorno all’F-35, per via della sua travagliata gestazione, continuano a circolare voci che contribuiscono ancora oggi a rendere pessima la sua reputazione: per alcune c’è sempre un fondo di verità, del resto il protrarsi delle problematiche tecniche è ben noto, ma altre, come quella dell’essere il caccia più caro della storia, non lo sono affatto.

Per quanto riguarda l’efficacia della sua invisibilità, la prova sarà il campo di battaglia, anche se pare che gli Adir israeliani abbiano avuto già modo di sperimentare cieli ostili senza essere visti (e quindi senza le lenti di Luneburg che aumentano la segnatura radar con le quali volano solitamente), quindi al momento possiamo solo dire che, sulla carta, la “stealthness” dell’F-35 è la migliore sul mercato (perfino esasperata), soprattutto se paragonata a quella del russo Su-57 e del cinese J-20, ma per le costruzioni “orientali” si tratta probabilmente di precise scelte progettuali.

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