“La parte pubblica dell’incontro tra Netanyahu e Donald Trump è stata delirante. Per molti israeliani, è stata una piacevole e inebriante illusione. Si può capire cosa abbiano provato. Ogni rottura con l’attuale realtà israeliana è piacevole e inebriante”. Inizia così un articolo di Gideon Levy pubblicato da Haaretz dedicato alla visita di Netanyahu a Trump, che ha definito il miglior amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca, motivo per cui è stato anche insignito del premio Israele 2026.

“A Mar-a-Lago”, continua Levy, “la realtà era fuori dall’orizzonte. Due milioni di persone che arrancavano nel fango e nel freddo non c’erano più. Il ricordo di circa 100.000 morti nella Striscia di Gaza non c’era più. Ran Gvili, l’ostaggio morto, era l’unico essere della Striscia di Gaza presente a Mar-a-Lago”.
“Un primo ministro ricercato dalla Corte penale internazionale dell’Aia per crimini contro l’umanità, il cui Paese è sospettato di genocidio presso la Corte internazionale di giustizia, che ha le mani sporche del sangue di moltitudini di innocenti, tra cui moltitudini di bambini e un migliaio di neonati, viene ricevuto per la sesta volta nel suo attuale mandato con grandi onori e nessuno dei suoi reati viene menzionato”.
“Com’è possibile accogliere qualcuno ricercato come criminale di guerra e come è possibile glorificarlo in un momento in cui le sue mani e quelle del suo Paese sono macchiate da così tanto sangue?”
“È altamente dubbio che Israele fosse davvero in pericolo di distruzione, come credono molti dei suoi amici. Tutt’altro. È ancora più dubbio che sia stato Netanyahu a salvarlo” [come da riconoscimento di Trump ndr].
“Ma se così fosse, chi esattamente l’ha portato sull’orlo della distruzione? Questo non è stato detto nella residenza del presidente degli Stati Uniti. Non è possibile minacciare mezzo mondo e risparmiare allo Stato di Israele ogni colpa, ogni responsabilità. Hamas è colpevole, questo è ovvio, così come è chiaro per Hezbollah e l’Iran [opinabile ndr]. Ma com’è possibile minacciare Hamas di aprire le porte dell’inferno – che sono spalancate nella Striscia di Gaza da circa due anni e mezzo – e non pronunciare una sola parola su chi ha creato l’inferno di Gaza?”
“Come è possibile lamentarsi dell’Autorità Nazionale Palestinese dopo che Israele ha fatto di tutto per distruggerla? Ah, sì, quei programmi scolastici palestinesi… Ogni giorno le Tv israeliane propalano più diffamazioni e incitamenti contro i palestinesi di quanti ne contengano tutti i libri di testo palestinesi contro gli israeliani”.
“Dobbiamo ‘allargare la visuale’ invece di concentrarci sui particolari, e vedere il quadro completo. Allo Stato di Israele è stata concessa l’immunità totale, cieca e automatica dall’amministrazione Trump. Chiunque pensi che questa sia una buona notizia dovrebbe recarsi nella Striscia di Gaza”.
Quindi, la critica contro la spinta a rimodellare il Medio oriente, avviata da tempo dagli Stati Uniti e proseguita con Trump, il quale “sta cercando di fare molto più dei suoi due predecessori liberali e illuminati, Barack Obama e Joe Biden, per cambiare il volto del Medio Oriente”.
“Gli altri due presidenti non hanno fatto altro che proferire una bella retorica sulla pace, mentre inondavano lo Stato di Israele di armi sempre più potenti – senza porre alcuna condizione. Ora, il loro successore sta cercando di dare una scossa e cambiare la regione, e per questo merita un riconoscimento – e forse anche il Premio Nobel, se ci riuscirà”.
“Ma il cambiamento non può essere ottenuto solo minacciando Hamas e bombardando Fordow [infrastruttra nucleare iraniana ndr]. Abbiamo già visto dove ci porta questo. Poiché lo Stato di Israele è stato dietro una parte considerevole dei bombardamenti, dei raid, della fame, dell’occupazione e degli assassini in Medio Oriente, non ci sarà cambiamento senza imporre quel cambiamento anche a Israele. Trump potrà diventare il ‘migliore amico’, un vero amico, solo quando capirà questo”.
Fin qui Levy. Sarebbe da aggiungere che le pubbliche convergenze tra Trump e Netanyahu corrono in parallelo alle divergenze consumate in privato, ma in questo momento tali discrasie hanno un peso davvero relativo, come denota il silenzio assenso sulla decisione di espellere tante Ong, anche autorevoli, da Gaza, che aggraverà le condizioni di quello che è ormai diventato palesemente un campo di sterminio.

Su tale divieto, le conclusioni dell’editoriale di Haaretz: “A Gaza, Israele ha creato una delle peggiori crisi umanitarie del XXI secolo. Centinaia di migliaia di persone vivono in tende, afflitti da freddo, malattie, fame e privazioni”.
“Contrariamente a quanto affermato dal Primo Ministro e dai ministri del suo gabinetto, le uccisioni e le sofferenze a Gaza non hanno altro scopo che quello di ottenere vendetta e di servire cinici interessi politici interni. Il minimo che Israele possa fare è smettere di molestare coloro che cercano di prestare soccorso”.
In realtà, non si tratta solo di un moto di vendetta e di cinici interessi, alla base di tale follia resta la spinta a edificare la Grande Israele espellendo dalle loro terre i palestinesi. Aggiunta doverosa e peraltro più che nota al media israeliano, tanto da essere denunciata sul suo sito.

Ad esempio lo ha fatto Hanin Majadli lo scorso febbraio, in una nota in cui commentava un sondaggio sul pensiero degli israeliani sull’espulsione dei palestinesi e concludeva: “Prendere coscienza di vivere in un Paese in cui il 72% della popolazione sostiene apertamente la perpetrazione di un altro crimine contro l’umanità e su un altro popolo è agghiacciante e terrificante. Non riesco a smettere di pensare a ciò che provarono gli ebrei in Germania negli anni ’30. Quando potremo iniziare a fare paragoni?”


