I greci la conoscevano il nome di Hierapoli, città del santuario. E qui in effetti vi era il luogo di culto principale dedicato alla dea Atargatis, non a caso conosciuta dai romani come Deasura, ossia dea della Siria. Il nome con cui adesso questa città è maggiormente conosciuta è Manbij: si trova a nord di Aleppo, con i suoi 100mila abitanti prima della guerra in Siria risulta come uno dei centri principali della parte settentrionale del Paese, un riferimento per i comuni al confine con la Turchia ad ovest dell’Eufrate. Adesso è lì che si concentra l’attenzione circa le prossime decisive evoluzioni del conflitto siriano. 

L’arrivo dell’Isis a Manbij 

Questa parte del territorio della Siria viene risucchiato dalla guerra civile tra il 2012 ed il 2013. Risente inevitabilmente della vicinanza con il confine turco, da cui nel 2012 arrivano migliaia di jihadisti fatti passare con non poca complicità del governo di Ankara dalla cosiddetta “autostrada della Jihad”. Quando l’Fsa, oramai imbottito di terroristi e di combattenti anche stranieri, attacca Aleppo nell’estate del 2012 l’esercito siriano va in difficoltà in tutto il nord della Siria. Ben presto le truppe rimaste fedeli ad Assad e le autorità di Damasco sono costrette ad andare via da Manbij. La città rimane quindi in balia delle forze islamiste presenti a nord di Aleppo. Ma il peggio deve ancora arrivare. Nei primi mesi del 2014 Al Nusra, la filiale siriana di Al Qaeda, e l’Isis (a sua volta emanazione dell’ex gruppo di Al Qaeda in Iraq) entrano in conflitto e si contendono diversi territori nel nord e nell’est della Siria. 

Manbij nella primavera del 2014 cade in mano all’Isis. Il califfato si stabilizza anche qui, per diversi anni i suoi abitanti sono costretti a convivere con la presenza delle bandiere nere. Ed anche qui non mancano episodi di razzie, omicidi e persecuzioni contro chiunque non appoggi la presenza degli islamisti. 

Agosto 2016: la città in mano ai curdi 

Con l’attenzione internazionale mediatica e politica indirizzata verso l’Isis, per via del clamore dell’annuncio del califfato da parte di Al Baghdadi a Mosul, in Siria ed all’estero cresce la pressione per combattere contro i miliziani jihadisti. Da questo punto di vista, a Manbij la svolta arriva a seguito della battaglia di Kobane. Questa cittadina posta al confine tra Siria e Turchia, ha al suo interno una popolazione in maggioranza curda. L’Isis l’assedia per diversi mesi, molti media danno ampio risalto nella seconda metà del 2014 a quanto accade da queste parti. Viene esaltato, in particolare, il ruolo delle Ypg, ossia le milizie di autodifesa curde. Kobane si trova poco ad est dell’Eufrate, mentre Manbij come detto è l’ultimo grosso centro a ridosso della sponda ovest del fiume. Le due città sono vicine e quando a Kobane l’Isis rimedia la sua vera prima sconfitta militare, la situazione di riflesso è destinata a cambiare anche a Manbij.

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Il califfato per la verità continua ad avanzare ai danni dell’esercito siriano, conquistando nel maggio 2015 anche Palmira mentre, proprio a nord del paese, sembra in procinto in quei mesi di attaccare la stessa periferia di Aleppo. Ma dopo aver respinto l’Isis da Kobane, le forze curde avanzano nel nord della Siria, nella parte ad est dell’Eufrate. Questo consente una maggior pressione dei miliziani del califfato presenti a Manbij. Nella primavera del 2016 l’Isis collassa anche ad est dell’Eufrate, con le milizie curde sempre più vicine all’antica Hierapoli. Nel frattempo queste ultime milizie risultano organizzate all’interno dell’Sdf, la coalizione filo curda sostenuta dagli americani. I loro uomini giungono ad inizio estate 2016 in prossimità di Manbij, la città viene posta sotto assedio ed i curdi perdono numerosi uomini in quanto poco abituati alla guerra urbana. 

La definitiva capitolazione dell’Isis a Manbij è datata 16 agosto 2016, ma è contornata da uno degli episodi più controversi della guerra siriana. Infatti le milizie jihadiste di fatto sembrano andar via ordinatamente dalla città, la sensazione è che i seguaci di Al Baghdadi proseguano con un’ordinata ritirata evidentemente protetta a seguito di accordi. Una sensazione poi rivelatasi esatta alcuni mesi dopo, con sempre più indiscrezioni che confermano un accordo tra Isis e forze curde filo americane per l’evacuazione di Manbij. Da quel mese di agosto comunque, la città appare in mano curda. 

Il ritorno dell’esercito 

Ma non sono anni di pace per questo territorio. Manbij infatti è una città a maggioranza araba, i curdi sono minoranza. La gestione del territorio affidata ai curdi è causa ovviamente di non poche tensioni, a volte sfociate in violenze o proteste di piazza. La situazione per Manbij sembra di nuovo cambiare dopo le minacce dei giorni scorsi di Erdogan, pronto ad entrare in questa parte del territorio siriano per combattere i curdi sfruttando l’annunciato ritiro americano dalle zone sotto il controllo dell’Sdf. A quel punto gli stessi curdi decidono di richiamare l’esercito siriano e di chiedere aiuto dunque a Damasco. Che da queste parti certamente, dopo la presenza islamista e curda, gode di ampia popolarità essendo per l’appunto la popolazione in gran parte araba. 

E adesso la bandiera siriana dovrebbe a breve tornare a sventolare su Manbij. A dispetto degli annunci, l’esercito regolare siriano non è ancora entrato in città ma è stanziato nelle zone circostanti. Si aspettano forse nuovi ordini oppure le definitive conclusioni delle trattative tra curdi e governo di Damasco. Nel frattempo report locali riferiscono di numerosi elicotteri americani in volo nella zona, probabilmente per presidiare i confini ed iniziare le operazioni di ritiro dal territorio circostante Manbij. Se per davvero l’esercito siriano entrerà in città, la Siria avrà ripreso un altro importante territorio sfuggito da più di un lustro. E la guerra, sia per Manbij che per il resto del paese, assumerà inevitabilmente nuovi significativi aspetti.