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L’Europa corre ai ripari dopo il catastrofico ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan e pensa di formare una forza di intervento rapido per evitare spiacevoli sorprese ai suoi confini. E’ questa l’idea lanciata dall’Alto rappresentante dell’Ue, Joseph Borrell, in procinto di partire per un tour che lo vedrà presto nei “fronti caldi” (ma dimenticati) del fianco sud dell’Unione europea, vale a dire Tunisia, Libia e Iraq. In un’intervista all’agenzia di stampa francese Afp del 22 agosto, il capo della diplomazia europea aveva parlato un “corpo di spedizione di 50.000 uomini, in grado di agire in circostanze come quelle che stiamo vedendo in Afghanistan”. In una successiva intervista al Corriere della Sera del 30 agosto, Borrell aveva corretto il tiro parlando di una “First Entry Force composta di cinquemila soldati”.

I fronti caldi dell’Europa

Secondo quanto appreso dall’Agenzia Nova, il tour di Borrell dovrebbe iniziare la prossima settimana. La prima tappa dovrebbe essere la Tunisia, dove il presidente Kais “Robocop” Saied ha instaurato una dittatura costituzionale dal percorso ancora incerto. L’ex professore di diritto ha sospeso il parlamento dominato dal partito islamista Ennahda, licenziato il primo ministro Hichem Mechichi e avviato una serie di purghe in nome della lotta alla corruzione. Se da una parte un intervento muscolare era necessario per sbloccare un’impasse che stava spingendo la Tunisia sull’orlo del baratro, dall’altra l’amministrazione presidenziale è chiamata a risolvere (e alla svelta) i nodi relativi all’economia: il Paese è pieno di debiti e senza un cambio di rotta rischia il default.

In Libia più ci si avvicina alla data delle elezioni del 24 dicembre, più aumentano le tensioni tra le milizie rivali del Paese membro del cartello petrolifero Opec. Chi è al potere oggi si dice a favore del voto, ma in realtà non ha alcuna intenzione di cedere la poltrona, ricalcando in questo un’usanza assai italica. I mercenari e le forze straniere restano sul terreno, nonostante i numerosi appelli di Stati Uniti e Onu. Data la situazione di totale incertezza, le elezioni potrebbero essere rimandate qualche settimana. Ma attenzione: cristallizzare questo status quo troppo a lungo potrebbe certificare la partizione (de facto già in essere) della Libia in aree di influenza di potenze straniere come TurchiaRussia ed Emirati Arabi Uniti. Uno scenario che l’Europa farebbe bene a scongiurare a tutti i costi.

L’Iraq del primo ministro Mustafa Khadimi, ex capo dei servizi segreti considerato vicino agli Stati Uniti, si avvicina alle elezioni parlamentari anticipate del 10 ottobre che potrebbero segnare una svolta – in positivo o in negativo è ancora da capire – nella nazione araba a maggioranza sciita, cruciale per gli equilibri dell’intera regione. Il governo ha organizzato, d’accordo con la Francia, il 28 agosto un vertice a cui hanno partecipato funzionari di alto livello di nove Paesi (tra cui alcuni rivali di lungo corso come Iran e Arabia Saudita, Egitto e Qatar, Emirati Arabi Uniti e Turchia) nel tentativo di svolgere un ruolo di “mediatore”. Il risultato non è stato proprio memorabile: di fatto, l’unico risultato concreto è stato quello di istituire “un comitato di follow-up composto dai ministri degli Esteri dei paesi partecipanti”. Ma è già qualcosa: mettere nella stessa stanza i ministri di Paesi sostanzialmente in guerra come Arabia Saudita e Iran è già qualcosa.

La lezione dell’Afghanistan

Tutti questi fronti di instabilità – a cui si aggiunge ad esempio la rottura delle relazioni tra Algeria e Marocco, per non parlare della disastrosa crisi del Libano e del conflitto che ancora si combatte in Siria – rischiano di cogliere l’Europa impreparata. E il caotico ritiro degli Stati Uniti da Kabul, secondo Borrell, dovrebbe fare da un monito. “L’’Europa spesso reagisce solo di fronte alle emergenze. Da questa esperienza dobbiamo tirare degli insegnamenti. Ognuno dei Paesi Ue presenti in Afghanistan si è mobilitato attorno all’aeroporto di Kabul in queste settimane. Hanno cooperato fra loro e hanno condiviso le capacità di trasporto. Ma come europei non siamo stati in grado di mandare seimila soldati attorno all’aeroporto per proteggere la zona. Gli americani ci sono riusciti, noi no. Per questa ragione nella “bussola strategica” proponiamo la creazione di una “Initial Entry Force” europea che possa agire rapidamente nelle emergenze. La Ue dev’essere in grado di intervenire per proteggere i propri interessi quando gli americani non vogliono essere coinvolti”, ha detto Borrell al Corriere. Un concetto chiaro che Bruxelles intende portare avanti a prescindere dai veti nazionali. “Se non c’è unanimità, prima o poi un gruppo di Paesi deciderà di andare avanti da solo. I governi che lo vogliono non accetteranno di essere fermati”, ha concluso il politico spagnolo.