La narrativa dominante nell’Europa occidentale, rilanciata dai vertici politici e dai principali media, ha smesso da tempo di esprimersi con il linguaggio della possibilità. Le dichiarazioni di Emmanuel Macron, secondo cui Mosca sarebbe pronta ad attaccare la Moldavia o persino la Romania, rientrano in un discorso che ha già saltato ogni fase di analisi. Le parole non cercano di capire: mirano a condizionare. In questa cornice, anche le parole del deputato europeo Raphaël Glucksmann – secondo il quale truppe russe attraverseranno presto i confini di Estonia e Lettonia – non sono profezie, ma atti politici, strumenti di mobilitazione e di allineamento atlantico.
Dietro questa rappresentazione, si cela un sottotesto inquietante: l’idea che la Russia, come entità geopolitica, esista solo come minaccia. Ogni tentativo di trattativa viene considerato debolezza, ogni concessione diplomatica una trappola. Il Cremlino mente, sempre. E l’unica risposta possibile è la forza. Questo schema, che giustifica l’abbandono della via diplomatica, si fonda su una lettura lineare e strumentale degli ultimi trent’anni di storia post-sovietica.
La storia riscritta a uso e consumo dell’Occidente
La visione che oggi domina a Bruxelles e a Parigi si fonda su una sequenza precisa: Cecenia negli anni Novanta, Georgia nel 2008, Crimea e Donbass nel 2014, invasione dell’Ucraina nel 2022. Questa serie di conflitti viene letta come il segno evidente di un progetto imperiale: restaurare i confini sovietici o quantomeno ricostituire una zona di influenza in Europa orientale. A rafforzare questa tesi si aggiungono le accuse – spesso non dimostrate – di interferenze elettorali, cyber-attacchi e manipolazione dell’opinione pubblica europea.
Ma questa narrazione ignora il contesto, le cause profonde, gli errori occidentali. Ignora il fatto che la NATO, pur promettendo il contrario, si è progressivamente espansa verso Est. Ignora che gli accordi di Minsk del 2015, che avrebbero dovuto garantire un’uscita diplomatica alla crisi del Donbass, non furono mai rispettati. E non da Mosca, ma da Kiev, con la complicità silenziosa di Berlino e Parigi. Lo hanno ammesso apertamente Angela Merkel e François Hollande: gli accordi erano solo un diversivo per guadagnare tempo.
L’Ucraina è (anche) questione identitaria
L’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022, nella visione di Mosca, non è un gesto isolato né un atto irrazionale. È il culmine di un’escalation lunga trent’anni, in cui l’Occidente ha costantemente ignorato le preoccupazioni strategiche russe. Dal 1991, la Russia non ha mai smesso di considerare Bielorussia e Ucraina come parte integrante del proprio spazio di sicurezza e identità. Non si tratta solo di geopolitica: si tratta di cultura, di lingua, di religione, di storia condivisa. Per Mosca, l’Ucraina non è un satellite come la Moldavia o la Georgia. È il cuore simbolico dell’identità russa.
L’annessione della Crimea nel 2014, così come il sostegno al Donbass, non sono che risposte – dure, discutibili, ma coerenti – a una strategia occidentale percepita come ostile e minacciosa. La richiesta russa era chiara: fine dell’espansione NATO. Non ottenendola, il Cremlino ha alzato il livello dello scontro. Ma anche in questo caso, l’Occidente ha risposto negando ogni responsabilità, alimentando la narrativa della “minaccia russa” come unica causa del conflitto.
Le illusioni occidentali
Parigi e Berlino, per anni, hanno creduto di poter gestire Mosca con una strategia ambigua: da un lato la retorica dei “valori europei”, dall’altro la cooperazione energetica e commerciale. L’annessione della Crimea fu digerita senza grandi proteste. I gasdotti continuarono a pompare metano russo nelle industrie tedesche. La Francia mantenne una fitta rete di scambi e progetti. Ma questa doppiezza non ha mai prodotto stabilità: ha solo alimentato la sfiducia.
L’errore profondo dell’Occidente non è stato quello di illudersi di poter “contenere” Putin. È stato quello di non capire cosa rappresentasse davvero l’Ucraina per la Russia. Trattare Kiev come un semplice “Paese terzo”, destinato a entrare nel mercato e nella difesa europea, significava ignorare una verità fondamentale: per Mosca, l’Ucraina è una questione esistenziale, non negoziabile. E in politica estera, ignorare ciò che è esistenziale per l’altro è un errore fatale.
Il fattore militare: Mosca in difficoltà ma l’allarme cresce
Le difficoltà russe sul campo non sembrano ridurre l’allarme. Secondo il ricercatore Pavel Baev, la Russia si trova oggi in posizione di inferiorità convenzionale, specialmente nel Baltico. Le scorte di veicoli corazzati si sono ridotte, le forze aeromobili logorate, la marina del Mar Nero in difficoltà. Eppure, l’Occidente non rallenta la propria corsa al riarmo: la Joint Expeditionary Force – coalizione guidata dal Regno Unito, che unisce 12 paesi del Nord Europa – si rafforza con Polonia, Germania, Danimarca. E senza gli Stati Uniti.
Si consolida così un “pilastro europeo” della NATO che sembra voler anticipare ogni possibile ritiro americano. Gli Stati baltici, insieme alla Polonia, valutano persino il ritiro dalla Convenzione di Ottawa sulle mine antiuomo: un segnale del clima bellico che si respira in Europa orientale.