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L’Italia torna a Cipro inviando una nave militare – la fregata Virginio Fasan – nelle acque di Nicosia. Un segnale di estremo interesse per la politica mediterranea, visto che è la seconda volta che una nave della Marina militare italiana fa sosta (nel giro di poche settimane) in un porto cipriota. Ed accade proprio nella fase più critica dei rapporti di forza interni al Mare Nostrum tra Turchia e Paesi (quasi) alleati.

Il segnale da parte delle forze italiane e Nato è eloquente. E non è un mistero che le manovre italiane, francesi, greche e cipriote nelle acque sovrane dell’isola abbiano anche il significato di un avvertimento nei confronti della Turchia, dal momento che la stessa Marina militare italiana parla, nel comunicato stampa, di “attività di presenza e sorveglianza degli spazi marittimi, in rispetto del diritto internazionale e a tutela degli interessi nazionali”. Una frase scarna ma eloquente dal momento che, in teoria, si tratta di acque sovrane di un Paese alleato e circondato da partner commerciali e strategici dell’Italia. Perché quindi mandare costantemente navi a sorvegliare quel settore marittimo?

La risposta nasce da due esigenze. La prima è quella di monitorare le acque del blocco in cui opera Eni, visto che il gas dei fondali ciprioti è estremamente importante per gli interessi nazionali italiani. Ma il controllo nasce soprattutto da un’esigenza: frenare le mosse della Turchia, che da qualche tempo, nelle acque di Cipro, è fin troppo dinamica. E il Mediterraneo orientale, in questo periodo, rischia di incendiarsi da un momento all’altro, visto che Recep Tayyip Erdogan non fa niente per nascondere la sua volontà di espandere i propri confini marittimi. Come confermato anche dall’accordo raggiunto tra Ankara e Tripoli per il nuovo limite delle rispettive Zone economiche esclusive.

L’Europa, soprattutto i Paesi coinvolti nel gas cipriota e del bacino del Levante, guarda con forte preoccupazione a quanto avviene in questo settore del Mediterraneo. La Turchia ha messo gli occhi sui fondali di Cipro ed è soprattutto interessata a evitare che il gasdotto East-Med – progetto di fondamentale importanza per Israele, Cipro, Grecia e Unione europea – possa prendere forma. Se a questo si aggiunge il desiderio mai sopito di Ankara di estendere la propria rete di influenza in tutto il Mediterraneo allargato a partire proprio da Siria, Mediterraneo orientale e Cipro nord, è evidente che le potenze europee coinvolte in quella parte di mare non possano essere tranquille. E per questo mettono le mani avanti: pur mantenendo una propria strategia, è evidente che non possono far finta di nulla davanti a quello che sta accadendo in quella parte del Mediterraneo. Soprattutto perché gli interessi del gas sono parte integrante della strategia nazionale di un Paese. Soprattutto per i Paesi dell’Europa meridionale.

Chiaramente Francia e Italia non hanno la stessa strategia. E i rapporti con la Turchia non sono gli stessi. La Marina militare francese conosce bene i vertici della Marina turca così come tutte e tre le potenze convivono nella Nato. Ma la crisi del Mediterraneo incide non poco sui rapporti reciproci, considerando che la Francia ha una base navale a Cipro, ha un forti interessi nei giacimenti ciprioti, ha interessi strategici in Libano e Siria e in Libia parteggia (pur con alcune differenziazioni) pera l’avversario della Turchia: Khalifa Haftar. L’Italia, invece, si trova in una posizione piuttosto scomoda. I solidi rapporti con Cipro fanno il paio con i necessari rapporti con la Turchia di Erdogan, con cui condividono una difficilissima convivenza a Tripoli e nella parte ovest della libia e intesi legami commerciali. Ma il gas del blocco di Nicosia, dove Eni ha da tempo avviato e le proprie esplorazioni, è un punto fondamentale nell’agenda politica italiana. E anche le recenti commesse militari dell’Egitto (che di fatto scalzano Parigi) indicano la volontà italiana di rimarcare la propria convergenza con il blocco anti Erdogan.