Valère Llobet e Théo Claverie hanno scritto questo interessante articolo sull’uso di immagini tratte da videogiochi per creare disinformazione nel conflitto a Gaza per il Centre Français de Recerche sur le Renseignement. Giuseppe Gagliano lo ha tradotto in italiano per InsideOver
Nella conclusione di una precedente pubblicazione, avevamo brevemente menzionato l’uso distorto di immagini tratte da videogiochi come strumento di disinformazione nel contesto della guerra Israele-Hamas. Infatti, dall’inizio del conflitto e dai massacri del 7 ottobre 2023, si osserva un fenomeno simile a quello già in atto nel conflitto attuale tra Ucraina e Russia.
Tuttavia, l’uso del mezzo videoludico nel contesto del conflitto israelo-palestinese non è nuovo. Tra propaganda e disinformazione, il conflitto si è esteso da diversi anni sul terreno videoludico. Citiamo, ad esempio, il gioco Special Force, sviluppato nel 2003 dal Hezbollah Central Internet Bureau, l’organismo incaricato della gestione dell’«architettura internet del Partito di Dio», che pone il giocatore nei panni di un membro della milizia che deve combattere le truppe israeliane nel sud del Libano durante l’occupazione della regione tra il 1985 e il 2000.

Così, l’uso del videogioco è in realtà una componente importante del conflitto israelo-palestinese, con la maggior parte degli attori coinvolti direttamente come Israele e Hamas, o indirettamente come Hezbollah e Iran, che non esitano a ricorrere a questo mezzo per portare i loro narrativi e condurre una guerra informativa contro i loro nemici.
Il videogioco come strumento di propaganda
Il conflitto israelo-palestinese, per la sua antichità e importanza sulla scena internazionale, ha da tempo integrato il videogioco come una componente delle operazioni di propaganda e di influenza dei diversi attori di questo conflitto.
Prima di tutto, è necessario notare che dal 7 ottobre, il ricorso ai videogiochi come strumento di propaganda segue il modello già in atto nel conflitto russo-ucraino. Infatti, in quest’ultimo, si sono visti giocatori russi ricostruire la battaglia di Soledar in Minecraft o ancora una parata online, sul gioco Roblox, in occasione della festa nazionale russa. Nel contesto del conflitto israelo-palestinese, gli stessi giochi sono stati utilizzati. Citiamo, ad esempio, la ricostruzione di un video di uomini di Hamas che attaccano un carro armato israeliano in Minecraft, o ancora l’organizzazione di manifestazioni pro-palestinesi su Roblox.

Questi esempi recenti rappresentano solo una piccola parte dell’uso del videogioco come strumento di propaganda da parte di gruppi palestinesi. Possiamo citare il gioco per computer The Liberation of Palestine uscito nel 2014, o ancora il titolo mobile Gaza-man, uscito nel 2015. Quest’ultimo mette in scena il supereroe palestinese eponimo che deve affrontare e distruggere il massimo di veicoli e truppe di Tsahal per accumulare punti. Questo gioco creato da attivisti gazaui è lontano dall’essere un caso isolato; oltre ai numerosi progetti simili con mezzi modesti e spesso disponibili su mobile – come il satirico Raid Gaza!, Rocket Pride, Gaza Defender, Gaza Hero o ancora Liyla and the Shadows of War –, esistono anche giochi molto più ambiziosi.

Il gioco più riuscito e più popolare è sicuramente Fursan al-Aqsa: The Knights of the Al-Aqsa Mosque, sviluppato ed edito da Nidal Nijm Games. Il gioco pubblicato nell’aprile 2022 è disponibile in cinque lingue, tra cui l’arabo e l’ebraico, ed è stato creato da Nidal Nijem, un palestinese residente in Brasile il cui padre era membro del Fatah. Il titolo, disponibile in due versioni (una originale e una versione remake che «migliora la grafica, la fisica»), racconta la storia di uno studente palestinese, Ahmad al-Falastini, che dopo essere stato ingiustamente torturato e imprigionato per cinque anni, e la cui famiglia è stata uccisa da un attacco aereo, decide di vendicarsi. In questo gioco che riprende numerosi simboli e slogan propri della causa palestinese, i giocatori affrontano poliziotti e soldati israeliani nel contesto di eventi reali, come la battaglia di Nablus nell’aprile 2002, o di eventi fittizi.

Sebbene il suo creatore affermi che il suo gioco «non è più violento di qualsiasi altro gioco fatto negli Stati Uniti, che sia Mortal Combat, Grand Theft Auto o Call Of Duty, (…) o che qualsiasi altro gioco standard di oggi», la violenza grafica del titolo solleva interrogativi. Infatti, mentre i giochi precedentemente citati offrono una violenza cruda, Fursan al-Aqsa va oltre proponendo, tra l’altro, di eviscerare soldati e poliziotti israeliani con una motosega, di bruciarli vivi, o ancora di finirli con un coltello gridando «Allah ‘Akbar». Sebbene il dibattito sulla violenza nei videogiochi non sia recente, se confrontiamo quest’opera agli altri giochi dello stesso genere, cioè agli FPS che trattano direttamente o si ispirano a conflitti reali, è chiaro che licenze come Call Of Duty o Battlefield non offrono un tale condensato di rappresentazioni violente e generalmente non vanno così lontano come Fursan al-Aqsa. Aggiungiamo anche che Nidal Nijem tiene apertamente posizioni virulente sui social media e promuove azioni violente nei confronti di responsabili politici e di media israeliani.
La guerra Israele-Iran? Invenzione da videogiochi
Nel contesto delle tensioni esistenti tra Israele e il suo alleato americano di fronte allo sviluppo dell’influenza iraniana e soprattutto alla sua acquisizione dell’arma atomica, i videogiochi hanno più volte messo in scena un possibile conflitto tra questi attori. Citiamo, tra gli altri, la serie di giochi Heavy Fire, che propone di infiltrarsi in territorio iraniano e distruggere installazioni nucleari prima del lancio di un missile, o ancora il celebre Battlefield 3, che propone ai giocatori di incarnare soldati americani partecipanti all’invasione dell’Iran. Precisiamo che nel gioco, i principali antagonisti sono i membri di un’organizzazione iraniana, il PNR (People’s Liberation and Resistance), un gruppo fittizio ampiamente ispirato ai Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) e che è responsabile, tra l’altro, di un attacco terroristico con arma nucleare perpetrato a Parigi il 13 novembre 2014. Notiamo che il gioco fu considerato da Teheran come propaganda e vietato nel suo territorio.

Di contro, l’Iran utilizza anche le opere videoludiche con un fine di propaganda destinata sia alla sua popolazione che alle altre nazioni. Sebbene i videogiochi, allora in fase iniziale, siano stati banditi dal paese nel 1979 durante la rivoluzione iraniana, il paese ha ricominciato a interessarsene già dal 1995. Inizialmente liberale in materia di creazione, lo Stato ha rapidamente ripreso il controllo producendo giochi tramite istituzioni o organismi controllati dal potere, in particolare attraverso la Fondazione iraniana per l’informatica e i videogiochi fondata nel 2007, o ancora l’organizzazione paramilitare Basij.
Nella produzione locale si trovano due grandi tipi di giochi: innanzitutto i giochi storici o ambientati nella cultura del paese, come Safir Eshgh – noto anche come Ambassador of Love, Moktar: the season of rebellion –, 1979 Revolution: Black Friday o ancora la serie di giochi Quest of Persia. In questi giochi, viene messa in evidenza la visione del regime di Teheran sulla storia del paese.
In secondo luogo, ci sono giochi mirati a portare la propaganda di Teheran sui conflitti recenti nella regione e soprattutto a prendere di mira i suoi nemici, in primo luogo gli Stati Uniti, ma anche Israele. Citiamo giochi come Special Operation 85: Hostage Rescue – creato dall’Unione degli studenti islamisti – che permette al giocatore di incarnare un membro delle forze speciali iraniane che deve liberare una coppia di scienziati nucleari iraniani rapiti da soldati americani e detenuti in Israele. Menzioniamo anche i giochi Nid du diable, Flotille de la liberté, Missile Strike o ancora Attack on Tel-Aviv che mirano apertamente a Israele. Aggiungiamo ancora il gioco The Commander of the Resistance: Amerli battle, uscito nel 2022, che permette ai giocatori di incarnare combattenti iraniani alle prese con gli uomini dello Stato Islamico. Il gioco, prodotto dalla Basij Cyberspace Organization, la branca digitale dell’organizzazione Basij, glorifica la figura di Qasem Soleimani che è qui l’eroe della storia. Notiamo che il secondo episodio della serie di giochi Battle of Persian Gulf mette in scena un personaggio simile al generale Soleimani.
Anche Hezbollah è in campo
In apertura, abbiamo citato il gioco Special Force, creato nel 2003 dal Hezbollah Central Internet Bureau, che pone il giocatore nei panni di un membro della milizia che deve combattere le truppe israeliane nel sud del Libano durante l’occupazione della regione tra il 1985 e il 2000. Questo gioco non è un’eccezione, infatti l’organizzazione ha creato un nuovo gioco nel 2018 chiamato Sacred Defense – Protecting the Homeland and the Sanctuaries, in cui i giocatori incarnano membri di Hezbollah che devono combattere gli uomini dello Stato Islamico. Ispirato a veri combattimenti avvenuti in Siria o in Libano, il gioco si inserisce nella linea di Special Force, sia nel suo obiettivo di valorizzare l’azione dell’organizzazione sciita, sia nella sua concezione, che è stata anch’essa opera del Hezbollah Central Internet Bureau. La creazione di videogiochi da parte di Hezbollah sembra essere una componente ben radicata nella propaganda dell’organizzazione. Infatti, nel 2007, Hezbollah ha creato Special Force II, basato sulla guerra in Libano del 2006.
Così, dall’inizio degli anni 2000, ogni conflitto maggiore in cui è direttamente coinvolta l’organizzazione sembra essere rapidamente adattato in un videogioco, e è molto probabile che questo fenomeno continui negli anni a venire, soprattutto di fronte al rischio attuale di conflitto con Israele. Ricordiamo che il gruppo utilizza anche il mercato dei videogiochi per finanziarsi; è il caso, ad esempio, di un’organizzazione affiliata a Hezbollah che avrebbe venduto copie pirata di giochi “per raccogliere fondi, implementando su alcuni giochi immagini e film di propaganda”.
Notiamo che esistono anche mod (modifiche) sul conflitto; alcuni sono antichi, come il mod Middle East Conflict – che permette ai giocatori di incarnare membri del Hamas o di Hezbollah – o ancora il mod Hamas Naval Commandos – che offre la possibilità ai giocatori di incarnare i Nukhba, l’equivalente dei commando-marine delle Brigate Izz al-Din al-Qassam. Altri, più recenti, sono apparsi pochi giorni dopo gli eventi del 7 ottobre. Precisiamo che la maggior parte di essi è stata creata per il gioco Digital Combat Simulator. Permettono ai giocatori di ricreare la risposta israeliana, l’operazione Iron Sword.
Per concludere, sembra che Israele, a differenza di Hamas, Hezbollah e Iran, non abbia ancora utilizzato il mezzo videoludico in modo così sistematico come strumento di propaganda e disinformazione.
I videogiochi di guerra di Israele
Per quanto riguarda Israele, si può notare che il paese non utilizza il mezzo videoludico con la stessa intensità e sistematicità di Hamas, Hezbollah e Iran. Tuttavia, non mancano esempi di giochi in cui Israele è raffigurato come il protagonista, specialmente nei contesti di lotta contro il terrorismo. Giochi come America’s Army, sviluppato dall’esercito degli Stati Uniti, offrono missioni in cui i giocatori combattono contro gruppi terroristici in scenari che richiamano il Medio Oriente. Questi giochi, pur non essendo direttamente sviluppati da Israele, contribuiscono a veicolare un’immagine positiva del paese come alleato nella lotta contro il terrorismo globale.

Un altro esempio è il gioco mobile Israel Defense Forces: Mobile Strike, che permette ai giocatori di gestire e potenziare una base militare israeliana per difendersi dagli attacchi nemici. Sebbene questi giochi non abbiano la stessa portata propagandistica dei titoli sviluppati dagli avversari di Israele, mostrano comunque un uso del videogioco come strumento di soft power e promozione dell’immagine delle forze armate israeliane.
In conclusione, l’uso del videogioco come strumento di propaganda e disinformazione è una pratica consolidata nel contesto del conflitto israelo-palestinese e coinvolge vari attori regionali e internazionali. Dalla propaganda palestinese e iraniana, che utilizzano giochi per promuovere la loro narrativa e demonizzare Israele, alla risposta meno sistematica ma comunque presente di Israele, il videogioco si rivela un mezzo potente per influenzare l’opinione pubblica e veicolare messaggi politici.

