Skip to content
Guerra

L’esodo da Rafah, i palestinesi in marcia verso un altro inferno

L’IDF ha obbligato, ancora una volta, decine di migliaia di civili ad abbandonare alcune zone della città in direzione Khan Yunis

Da Gaza a Rafah, da Rafah a Khan Yunis. Cambia la direzione dell’esodo, ma l’inferno resta lo stesso. Non c’è pace per il popolo palestinese, che ora è costretto dall’esercito israeliano a spostarsi ancora, per sgomberare la città a sud della Striscia, dove in questi mesi si sono rifugiati oltre un milione di civili.

E dunque, famiglie intere, o quel che ne resta, a iniziare dalla parte orientale di Rafah dove più si concentra l’azione israeliana, hanno intrapreso la marcia verso due delle destinazioni possibili. Come riporta Amira Hass su Haaretz, si può andare tra le rovine di Khan Yunis oppure a Muwasi, un lembo di zona costiera senza infrastrutture idriche e fognarie, che “Israele si ostina a chiamare ‘zona umanitaria’”. I più fortunati si spostano in macchina, insieme agli oggetti personali caricati sulla cappotta. Alcuni si muovono in bicicletta, altri, la maggior parte, a piedi.

Chi decide di rimanere a Rafah “rischia di morire sotto le bombe”. Come è accaduto a 22 civili, tra cui neonati e bambini, uccisi nella notte tra domenica e lunedì scorso, nella zona ad est della città.

“In Israele – scrive la giornalista – il bombardamento è stato riportato come una risposta a quanto accaduto a Gaza, dove quattro soldati dell’IDF (Israel Defense Forces) sono stati uccisi a colpi di mortaio durante un attacco di Hamas”. Tuttavia, così non è parso alla popolazione delle Striscia, che ha interpretato il raid “come un ordine per i residenti di sradicarsi dalle loro case”.

Subito dopo il bombardamento, infatti, sono piovuti dal cielo anche foglietti di carta che “invitavano all’evacuazione”, due parole che in questo drammatico contesto risuonano come un tragico eufemismo. Infatti, “un termine così neutrale come ‘evacuazione’ – scrive Hass – non trasmette neanche una frazione del terrore, della rabbia e del logoramento che i civili stanno vivendo a Rafah”.

Rafah e la red zone: c’è chi resta e chi se ne va

Hamas aveva accettato la proposta di tregua, Israele l’ha bocciata. Questo stallo nelle trattative è una spada di Damocle per decine di migliaia di palestinesi in fuga da Rafah. “Al consueto orrore, alla paura di morire da un momento all’altro, al timore di perdere un figlio o, nella migliore delle ipotesi, un arto, per tutti i civili che scappano dalla città per dirigersi altrove si aggiunge l’incertezza sul da farsi”. La lunga processione di sfollati prosegue a passo lento, con la speranza che arrivi la notizia del cessate il fuoco.

C’è un’amara logica che prevede lo sgombero di alcune zone di Rafah, piuttosto che di altre. Ai civili è stata consegnata una cartina: chi risiede nella parte evidenziata in rosso deve andare via al più presto. E così, le famiglie di palestinesi cercano di capire cosa fare, se rientrano nella red zone, se sono al limite e soprattutto quanto questo limite possa garantire una sicurezza così precaria.

Haaretz riporta la testimonianza di una coppia di amici, Dalia e Yakub, che rende bene l’idea di cosa stia accadendo nell’inferno delle bombe e dell’incertezza. I due, con le rispettive famiglie, vivono ad una manciata di metri gli uni dagli altri. “Lunedì Dalia ha detto che erano all’interno della mappa, il che significa che la loro casa affollata, dove alloggiavano i suoi figli e altri parenti, era nell’area da evacuare. Quindi hanno dovuto fare le valigie con quel poco che avevano e fuggire”. La casa di Yakub, dove vivono quattro famiglie, invece, non era nella red zone. Nella cartina diffusa dall’esercito israeliano, duecento metri di distanza fanno la differenza. Tuttavia, “Yakub e i suoi cari hanno preparato i bagagli, nell’attesa di prendere una decisione”. Non sanno se partire, se restare. E soprattutto non sanno se quei duecento metri che li separano dalla linea rossa basteranno a salvarli dalle bombe che, com’è probabile, cadranno poco più in là.

La crisi umanitaria si aggrava

Il calendario segna il giorno di guerra numero 217, mentre le vittime palestinesi sono 34596 e i feriti oltre 77mila, mentre 10mila giacciono sotto le macerie, presumibilmente morti. Numeri enormi che sono destinati a crescere, anche se fonti israeliane promettono “attacchi mirati”. La crisi umanitaria sarà inevitabilmente aggravata dal fatto che l’unico ospedale di Rafah, Yousef al-Najjar, all’interno della mappa, è nella zona evidenziata in rosso. Se il personale medico fosse costretto ad andarsene, come avvenuto per tanti altri presidi sanitari, c’è da chiedersi cosa ne sarà di tutti i pazienti e degli sfollati che si trovano lì. Molti di loro non possono neppure muoversi.

Infine, resta un ulteriore quesito: tutte le persone che raggiungeranno Khan Yunis dove verranno curate? Ormai da tempo, gli ospedali di Al-Amal e di Nasser hanno smesso di funzionare. Data la situazione, appare più che indovinato il titolo che la Hass ha voluto dare al suo articolo: “Per gli sfollati di Gaza, lasciare Rafah significa passare da un inferno all’altro”.

Onu, primo sì per riconoscere la Palestina come stato membro

Intanto, al Palazzo di vetro qualcosa si è smosso. Nella giornata di ieri è arrivata l’approvazione alla risoluzione che riconosce la Palestina come stato qualificato per diventare membro delle Nazioni Unite. I voti a favore sono stati 143, 9 i contrari – tra cui Usa e Israele – e 25 le astensioni, compresa quella dell’Italia.
Tuttavia si tratta di un primo, primissimo passo di una strada lunga e tortuosa. Difatti, affinché vi sia un’approvazione piena della risoluzione, è necessario il via libera del Consiglio di Sicurezza Onu. Meno di un mese fa, però, gli Stati Uniti avevano posto il veto alla bozza presentata dall’Algeria, in cui sostanzialmente si chiedeva la stessa cosa, ovvero il riconoscimento della Palestina come stato. Dunque, una volta che la questione ritornerà all’esame del Consiglio, appare assai improbabile che l’amministrazione Biden non ponga nuovamente il veto.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.