Che si sia trattato di una farsa o meno, ora Vladimir Putin si troverebbe, almeno sulla carta, a dover fare a meno di un capo carismatico di una milizia privata come la Wagner, della quale ha disperato bisogno: lo dimostra il fatto che, alla notizia della “marcia” verso Mosca dei mercenari al soldo di Evgeny Prigozhin, si sono intensificati gli attacchi ucraini nell’area da loro coperta.
L’ipotesi dell’intelligence britannica
Ma secondo l’intelligence britannica, la leadership ucraina ora deve guardarsi da un possibile attacco (guidato da Prigozhin) dalla Bielorussia: lo riferisce a Sky News il generale Lord Richard Dannatt, ex capo di stato maggiore dell’esercito britannico. “Il fatto che sia andato in Bielorussia desta allarme”. Se ha “mantenuto una forza combattente efficace intorno a lui, allora rappresenta di nuovo una minaccia per il fianco ucraino più vicino a Kiev”, lì dove, in pratica, è cominciato il conflitto. Secondo Dannatt, infatti, qualcosa non torna nella narrazione delle ultime ore, dall’ammutinamento in sé fino al suo esilio in Bielorussia, barattato con l’immunità. Non è da escludere, dunque, che in un momento di grande confusione, ove non ci sono né vincitori né vinti, Prigozhin possa essere utile in Bielorussa per compiere il tentativo più estremo: provare nuovamente a riprendere Kiev, nel pieno della controffensiva ucraina. Nel frattempo, da Kiev si minimizza questa possibilità: il consigliere del ministro della Difesa ucraina Yuriy Sar rassicura il fronte degli alleati ribadendo che l’Ucraina ha fortificato il confine settentrionale da tempo ed è pronta ad affrontare “qualsiasi sviluppo degli eventi”.

Il destino di Prigozhin e dei suoi uomini
A stabilire quanto questo rischio sia reale, contribuiranno numerosi fattori ed eventi attesi nei prossimi giorni. Innanzitutto, il destino di Prigozhin stesso. Quando al portavoce del Cremlino Dmitry Peskov è stato chiesto se al capo della Wagner sarà concesso realmente di partire per la Bielorussia, quest’ultimo ha ribadito come le sue parole fossero “quelle di Putin”. Ma nulla è dato sapere circa il futuro del soldato Prigozhin che, secondo la vulgata, ha potuto contare sull’amicizia ventennale con Alexandr Lukashenko.
Il secondo punto da appurare è se alcuni dei suoi uomini lo stanno seguendo e quanti sono: da ciò che sappiamo, il Cremlino non procederà contro i miliziani che hanno preso parte alla “marcia su Mosca” e offrirà l’ingresso nelle truppe regolari a coloro i quali ne sono rimasti fuori. Questo, formalmente, è un preludio allo scioglimento “politico” della brigata Wagner. L’esilio in quel di Minsk del capo dei mercenari russi arriva in un momento abbastanza tumultuoso: sono in arrivo in Bielorussia le armi nucleari tattiche che Mosca ha scelto di dispiegare nella nazione sorella; un’intenzione che Putin aveva rimarcato nel suo show personale in quel di San Pietroburgo, in occasione del Forum Economico Internazionale di alcuni giorni fa: alcuni di questi armamenti sarebbero già sul territorio bielorusso e il loro dispiegamento dovrebbe essere completato entro la fine dell’estate. “Per usarle, basterà una chiamata di Putin”, aveva dichiarato il presidente bielorusso solo pochi giorni fa.
Da Minsk si levano le voci dell’opposizione
Anche le voci che giungono da Minsk non contribuiscono a chiarire il panorama entro cui si muovono i vari attori chiave. Il Consiglio di sicurezza bielorusso sembra mantenere la linea del golpe ad opera della Wagner dichiarando che la Bielorussia è stata e rimane tutt’ora un alleato della Russia, condividendo pienamente gli obiettivi dell’operazione militare speciale vestendola di toni messianici: “Si tratta di una missione difficile, forzata e giustificata per proteggere il popolo russo nel Donbass. C’è una lotta in corso per il futuro del mondo slavo”. Il medesimo Consiglio di sicurezza ha poi bollato l’operazione come “un regalo a tutto l’Occidente”. Ma restano forti nel Paese anche le voci dell’opposizione: quest’ultima, infatti, ha invitato i militari a ribadire la propria indipendenza rispetto alle forze di Mosca.

Valery Sakhashchyk, esponente del governo transitorio di opposizione a guida di Svetlana Tikhanovskaya, ha infatti chiesto alle forze politiche e all’esercito unità per salvare la Bielorussia. Pubblicamente ha poi accusato il presidente di aver condotto Minsk in un vicolo cieco: “O usiamo questa opportunità storica e diventiamo un Paese europeo prospero, o perderemo tutto e il nome della Repubblica di Bielorussia rimarrà solo nei libri”.
Resta, infine, da chiarire la posizione dello stesso Lukashenko. Marionetta nelle mani di Putin costretto a recitare la parte del mediatore? Nell’ipotesi opposta, la mediazione, qualora fosse reale, apparirebbe come una pesante umiliazione per il Cremlino. Un dettaglio che permetterebbe al presidente bielorusso di ricattare Mosca su alcuni dettagli, per esempio ritardare la formalizzazione dello Stato dell’Unione di Russia e Bielorussia o impedire al governo di Mosca di usare le forze bielorusse in Ucraina. Una visuale offerta dall’ Institute for the Study of War che rimescolerebbe le carte tra Russia e Bielorussia: infatti, se fra le prime operazioni compiute da Putin all’alba del 24 giugno c’è stata la messa al corrente dell’alleato bielorusso vuol dire che Lukashenko possiede dei canali (ed una forza) che la Russia non possiede più, in primis la possibilità di mediare con un uomo come Prigozhin, disposto a morire la sera prima, preoccupato del bagno di sangue il giorno dopo. Inoltre, Lukashenko sa bene che un’invasione dell’Ucraina da nord costituirebbe un pericolo anche per la Bielorussia e per la sua poltrona: se, dunque, il potere di Minsk di imporsi e tenere testa a Putin dovesse rivelarsi reale allora il pericolo da nord, per Kiev, potrebbe essere solo uno spauracchio.
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