Una situazione in divenire, con repentini mutamenti tanto politici quanto militari. Le ultime ore in Siria sono state contrassegnate soprattutto dalla svolta arrivata dall’accordo tra Damasco e le forze curde delle Forze democratiche siriane, con queste ultime che hanno iniziato a lasciare spazio all’esercito governativo in diverse aree da loro controllate. Nel dettaglio, la situazione sta vedendo in queste ore il dispiegamento delle forze di Damasco in molte zone nevralgiche del nord est della Siria.

La “corsa” verso Manbji

Che qualcosa stesse cambiando lo si era intuito nel tardo pomeriggio di domenica, quando da Washington è arrivato l’annuncio della dislocazione di mille militari Usa in aree più a sud della Siria orientale. Tradotto in politichese, lo spostamento delle truppe americane ha voluto significare di fatto il ritiro di Washington dal teatro di guerra delle zone del Rojava. Tutto questo, secondo diverse ricostruzioni, sarebbe stato possibile grazie a un accordo con la Russia che, a sua volta, avrebbe mediato tra Damasco e le forze delle Sdf. Gli americani infatti, oltre al passo indietro, hanno posto sul piatto anche la garanzia di non ostacolare le operazioni dell’esercito siriano nell’est del Paese: è forse questo il segno più importante che dimostra il dialogo con Mosca delle scorse ore. Viene infatti lasciato campo libero al presidente siriano Bashar al Assad, il quale ha potuto iniziare a programmare l’ingresso nei luoghi controllati dai filo curdi e di attuare, nel giro di poche ore, l’accordo mediato dalla Russia.

Un’intesa, quest’ultima, che ha previsto tra le altre cose l’arrivo dell’esercito siriano in molte delle aree che i curdi nel 2017 avevano strappato all’Isis ma che – soprattutto a nord di Aleppo e nelle province di Raqqa e Deir Ezzor – sono sempre state a maggioranza araba. In cambio, Damasco si è impegnata a fronteggiare l’avanzata turca iniziata nella giornata di giovedì.

Se tutto questo, a sua volta, può essere considerato o meno nel novero di un più complessivo accordo regionale (sempre a mediazione di Russia ed Usa) con la Turchia è difficile dirlo. Guardando soltanto ai fatti di queste ore, sta emergendo la volontà sia di Assad che di Erdogan di precipitarsi in alcune aree lasciate dai curdi. Il primo vuole riprendere regioni che erano state perse con la guerra, in modo da velocizzare i piani di riunificazione del paese, il secondo vuole invece incrementare la fascia di sicurezza anti curda.

La prima area contesa potrebbe essere quella di Manbji: città a maggioranza araba, dall’agosto 2016 essa si trova sotto occupazione delle Sdf, che l’hanno strappata all’Isis al termine di una lunga avanzata (ma anche di una sospetta ordinata ritirata delle forze del califfato). Le ultime notizie danno i soldati siriani oramai ben presenti nelle campagne circostanti la città e, nella mattinata inoltrata di oggi, sono iniziate ad apparire su Twitter le prime immagini di mezzi siriani all’ingresso della città.


Difficile però dire che Damasco abbia già o meno proceduto con l’occupazione di tutte le aree nevralgiche della zona. Anche perché, contestualmente, sempre sui social sono apparsi video di miliziani dell’Fsa filo turchi in preparazione, con tanto di divise ed armi nuove, nella zona di Jarabulus.


Quest’ultima è una cittadina sotto controllo dell’Esercito siriano libero da fine 2016 ed è da qui che si potrebbero muovere i miliziani appoggiati da Ankara per prendere Manbji. Sembra una vera corsa contro il tempo: Damasco ha la necessità di evitare ulteriori scontri nell’area, prendendo il prima possibile questa città.

La situazione al di là dell’Eufrate

E mentre nel Rojava i turchi per adesso sembrano far avanzare le milizie dell’Esercito siriano libero attorno a Tal Abyad, la cittadina più importante del nord della Siria per adesso in mano ad Ankara ed ai suoi alleati, nella provincia di Al Hasakah da domenica sera si è iniziato ad assistere al riposizionamento delle truppe siriane nei centri più importanti. Sia nello stesso capoluogo omonimo che a Qamishli, la città curdo siriana più grande ed importante, l’esercito di Damasco ha già ripreso possesso del territorio. Per la verità, grazie ad accordi stabiliti negli anni scorsi, qui le forze lealiste non sono mai andate via controllando però solo alcuni presidi militari ed attestandosi nelle periferie. L’accordo delle scorse ore tra Damasco ed Sdf, ha previsto invece adesso il repentino totale controllo da parte dell’esercito siriano. Su Twitter sono apparse scene di giubilo sia ad Al Hasakah che a Qamishli per l’ingresso delle truppe di Damasco nelle due città.


L’esercito siriano starebbe tornando anche in altre importanti aree a maggioranza arabe dell’est del Paese. Prime truppe sono state avvistate nelle scorse ore al di là dell’Eufrate nella provincia di Raqqa. In particolare, sarebbe già tornata sotto controllo del governo l’area di Tabqa. Si tratta di una zona non solo strategica, bensì anche simbolica: nella locale base militare infatti, nel 2014 si è verificato uno dei più terribili eccidi dell’Isis che, dopo averla espugnata, ha trucidato tutti i soldati siriani che resistevano al suo interno. Riprendere la base di Tabqa per i siriani significa riappropriarsi di uno dei luoghi simbolo della barbarie del Califfato. Nelle prossime ore, l’esercito di Damasco potrebbe virare anche verso Raqqa, altro luogo simbolico visto che la città fino al 2017 è stata capitale dello Stato Islamico.

La tenuta dell’accordo con i curdi, insieme alle reazioni di turchi ed Fsa all’accordo stesso, saranno elementi decisivi per comprendere non solo le evoluzioni del conflitto di queste ore, ma anche in generale l’assetto futuro della Siria.