La geopolitica della corsa allo spazio
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L’esercito russo, tradizionalmente, ha il suo tallone d’Achille nel sistema dei rifornimenti: debolezza confermata dai tentativi di riforma della logistica, avvenuti in modo prevalente a partire dalla riforma “New Look Army” voluta dall’ex ministro della Difesa Anatoly Serdyukov nel 2008, ma soprattutto evidenziata recentemente da alcune immagini che ci giungono dalle basi aeree da cui partono le missioni per il conflitto in Ucraina.

Fonti aperte sui social network mostrano infatti fotografie che ritraggono personale militare russo in posa insieme a materiale più disparato: dai carrelli elevatori ai sistemi di posizionamento satellitare, passando per divise mimetiche, binocoli e cacciaviti elettrici. Tutto equipaggiamento per le truppe al fronte, compresi i piloti della Vks (Vozdushno-Kosmicheskie Sily), le forze aerospaziali russe.

Sappiamo che queste spedizioni di materiale raccolto attraverso raccolte fondi organizzate dai civili sono cominciate da tempo: le prime testimonianze fotografiche ci sono arrivate ad aprile e sono proseguite sino a oggi, ma molto probabilmente si tratta di qualcosa che è avvenuto anche prima.

Già durante le prime fasi del conflitto, infatti, abbiamo potuto vedere filmati ripresi all’interno dell’abitacolo di cacciabombardieri che mostravano sistemi di navigazione satellitare (nella fattispecie Gps) di produzione occidentale facilmente reperibili in commercio.

La stessa dinamica si è vista anche sull’altro fronte, dove l’esercito ucraino è stato sostenuto anche da parte di spedizioni di materiale da parte di privati cittadini occidentali, se pur in modo marginale rispetto agli invii effettuati dai governi dei Paesi della Nato e alleati. Se però ci si aspetta che l’Ucraina abbia bisogno di tutto il sostegno disponibile per via della sua situazione di nazione aggredita e soprattutto per questioni legate alle difficoltà di modernizzazione delle sue forze armate, alle prese con scarsità di fondi e corruzione, si tenderebbe invece a pensare che la Russia non abbia bisogno di questo meccanismo per poter sostenere il suo impegno bellico.

In realtà, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, le forze armate russe non sono quel “rullo compressore” efficiente e moderno che si sarebbe portati a pensare che siano. La riforma “New Look” che ha cercato di trasformare le forze armate non ha infatti visto la sua totale attuazione per una serie di cause, che si possono individuare anche nel regime sanzionatorio a cui è stata sottoposta la Russia a partire dal 2014, ma che possiamo definire strutturali, quasi endemiche. È stato lo stesso Serdyukov, in un’intervista del 2018 al Kommersant, a chiarire quali siano: corruzione, resistenza opposta dai quadri, dispersione delle risorse (esigue), scarso livello addestrativo.

In particolare a pesare sulla catena logistica è stata proprio la corruzione, piaga che l’avvento del presidente Putin non è riuscito a debellare. Possiamo affermare con una certa sicurezza che la battaglia cominciata da Serdyukov contro questo fenomeno (che ha pagato in prima persona con un’accusa infamante poi amnistiata) non ha avuto successo. Una corruzione che si estende a tutti i livelli, sia nei servizi di sicurezza sia nelle forze armate, e che ha avuto come conseguenza il vedere i mezzi militari russi senza carburante oppure fermi per guasti, e ancora l’uso di sistemi di navigazione satellitare o radio di tipo commerciale da parte di unità terrestri e aeree.

Probabilmente questo sistema è talmente radicato, ed è stato anche esacerbato dalle sanzioni internazionali, che gli stessi mezzi militari, come i cacciabombardieri, non hanno la suite di strumenti moderni ed efficienti coi quali erano stati pensati in origine.

Per quanto riguarda la catena di rifornimento, ha sicuramente pesato anche il fatto che la Russia per molti decenni non ha avuto la necessità di allestire grandi eserciti in grado di operare a lunga distanza dai propri confini, fattore che ha determinato, ad esempio, la scelta di non avere in linea una flotta di aerei da trasporto pesante pari a quella statunitense. Pertanto, dovendo pensare al suo “vicinato”, Mosca ha considerato di poter utilizzare la sua rete ferroviaria, che però non è sufficiente per trasportare tutto il necessario sino al fronte, soprattutto quando si tratta di un territorio come quello ucraino che ha infrastrutture stradali e ferroviarie generalmente poco sviluppate, e così abbiamo visto, quasi da subito durante questa guerra, una serie di mezzi civili chiamati a “tappare i buchi” lasciati dalla scarsezza di quelli militari.

Quello che più balza all’occhio per quanto riguarda il materiale raccolto dai civili e inviato alle truppe, è che sia per la maggior parte di fabbricazione occidentale (se si tratta di sistemi ad alta tecnologia) o cinese (per quanto riguarda i piccoli droni): crediamo che si tratti di un sintomo delle difficoltà dell’industria nazionale a produrre beni di qualità, sempre per via dell’embargo a cui è sottoposta Mosca dopo il colpo di mano in Crimea.

Questo mix di risorse civili e militari è qualcosa che non ha precedenti nella storia russa moderna, anche considerando che in Siria, trattandosi di un’operazione militare di tipo diverso (counterinsurgency) e se vogliamo limitata, non abbiamo visto nulla di simile. L’Ucraina quindi diventa una cartina tornasole delle reali capacità delle forze armate russe – forse troppo facilmente sopravvalutate dagli analisti occidentali –, che sino a oggi stanno evidenziando tutti i loro limiti strutturali che faticano a essere eliminati.

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