Sta procedendo più spedita di quanto previsto inizialmente l’azione di forza, coordinata dall’esercito iracheno e dalla unità popolari sciite, contro gli ultimi avamposti dell’ISIS in Iraq e, in particolare, contro i terroristi ancora assiepati lungo il confine con la Siria; se sul finire della scorsa settimana la battaglia sembrava soltanto all’inizio, con le prime avvisaglie date dai raid dell’aviazione di Baghdad sulla cittadina di frontiera di Al Qa’im, adesso invece le truppe lealiste affiancate per l’appunto dai militanti sciiti stanno avanzando speditamente e le ultime notizie parlano di una linea di fronte che si è portata ad appena dieci chilometri dal confine siriano. Dopo la riconquista di Mosul, le autorità centrali irachene hanno iniziato ad attuare tutti gli sforzi nella ripresa delle ultime lande desertiche ancora in mano ai takfiri dell’ISIS, anche se questa volta sembrano dover fare a meno dell’assistenza aerea della coalizione a guida USA che, a differenza che nelle altre occasioni, non sta assistendo le truppe governative di Baghdad nell’ultimo sforzo contro il califfato.

L’importanza strategica di Al Qa’im

Il confine tra Siria ed Iraq non è affatto frutto di remoti retaggi e specifiche differenze culturali o storiche tra chi abita in queste regioni; anzi, la linea perfettamente retta con la quale la frontiera si sviluppa tra l’Eufrate ed il deserto ne mostra la sua vera origine: essa infatti è figlia degli accordi di Sykes – Picot del 1916, con la quale Francia e Gran Bretagna si sono divisi i brandelli dell’Impero Ottomano decretando la creazione di un protettorato francese ed uno inglese. Nel 1932 il protettorato in mano a Londra è diventato indipendente con il nome di Iraq, nel 1946 il lato francese invece ha acquisito autonomia da Parigi con la creazione dello stato siriano; questa linea di demarcazione non è mai stata del tutto ben vista dalle tribù locali, le quali improvvisamente hanno visto propri familiari o propri centri di riferimento diventare di uno Stato diverso rispetto al proprio.

Come spesso sottolineato da Alberto Negri su IlSole24Ore, non è un caso che la propaganda islamista dell’ISIS da queste parti si è basata anche sulle immagini della demolizione di questa frontiera ed anzi uno dei motivi che ha spinto alla creazione di un vero e proprio Stato Islamico nel 2014, ha riguardato per l’appunto la possibilità di creare una grande entità sunnita bruciando le bandiere dei due Stati sorti ai limiti del confine. Ma la situazione ad oggi è molto diversa: nell’ottica della lotta al califfato, il ripristino del ‘limes’ desertico tra Damasco e Baghdad è un obiettivo imprescindibile e fondamentale per ridare forza e stabilità a Siria ed Iraq e, in tal senso, la riconquista di Al Qa’im ad opera delle truppe irachene sembra far avvicinare sempre di più l’archiviazione tra i libri di storia della follia e degli orrori dello Stato Islamico o, per lo meno, della presenza dell’ISIS in questa parte cruciale del medio oriente.

Al Qa’im infatti è una cittadina che negli anni è diventata strategica in quanto ospita tra i più importanti valichi di frontiera tra Siria ed Iraq; al di qua del confine vi è l’Eufrate ed il grande deserto della provincia di Al Anbar, al di là invece vi è la regione siriana di Deir Ez Zour, con i suoi grandi ed estesi campi petroliferi. Se già dunque questo territorio è stata vitale in tempo di pace, lo è ancor di più in tempo di guerra ed in un momento in cui, di fatto, si combattono le ultime decisive battaglie per cacciare l’ISIS; dopo aver ammassato centinaia di soldati, volontari e combattenti, nel giro di appena 48 ore le truppe governative sono arrivate alla periferia di Al Qa’im e ad una manciata di chilometri dal confine. Per Baghdad, dopo il successo di Mosul e dopo la ripresa di alcuni importanti territori occupati nel 2014 dai curdi, l’avanzata lungo la frontiera siriana rappresenta un altro successo del 2017.

Gli iracheni potrebbero sconfinare in Siria

Ed ecco uno dei tanti paradossi di un conflitto che, tra precarie alleanze e rapidi cambiamenti di fronte, di certo non ha mancato di suscitare sorprese e colpi di scena: infatti, per ridare funzionalità e senso ad uno dei confini più delicati del medio oriente, potrebbe essere necessaria ed addirittura richiesta una sua nuova violazione. In poche parole, tanto i soldati iracheni quanto le milizie popolari potrebbero essere chiamate a varcare quel confine in procinto di essere riconquistato grazie all’avanzata su Al Qa’im; le truppe siriane al di là della frontiera infatti, avanzano da Deir Ez Zour ma sono ancora a 70 km dalla linea tracciata più di cento anni fa e, per non rischiare di far cadere Abukamal (ossia la cittadina dirimpettaia ad Al Qa’im) nelle mani dell’SDF guidato dai curdi, da Damasco potrebbe essere richiesto un ulteriore sforzo sul suolo siriano da parte delle forze di Baghdad.

La notizia al momento non è ufficiale, ma già da mesi si parla di questa eventualità all’interno degli ambienti diplomatici: del resto, l’incontro tra truppe fedeli ad Assad e soldati e miliziani fedeli alle autorità di Baghdad, spianerebbe la nascita definitiva dell’asse sciita che dalla capitale siriana arriva fino a Teheran convogliando i tre governi diretti dalla componente sciita di Siria, Iraq ed Iran. L’esecutivo siriano dunque, per mettere al sicuro gli ultimi territori ancora controllati dall’ISIS nel suo paese, potrebbe chiedere l’intervento iracheno; i vantaggi per entrambe le parti non sarebbero di secondo piano: Damasco eviterebbe la consegna del confine alle milizie filo curde, Baghdad sarebbe artefice della creazione del corridoio sciita e, soprattutto, potrebbe mettere fine definitivamente all’esistenza dello Stato Islamico, concludendo di fatto le operazioni militari in Iraq.

Un’eventualità quindi non remota, pur tuttavia bisognerà attendere i prossimi giorni prima di capire se per davvero la Siria autorizzerà l’ingresso di soldati e miliziani iracheni nel proprio territorio; le variabili in tal senso potrebbero essere due: da un lato, la resistenza dell’ISIS nella provincia di Dier Ez Zour, la quale rischierebbe di rallentare ulteriormente l’avanzata governativa, dall’altro lo spauracchio di un intervento curdo ad Abukamal.

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