SOGNI DI DIVENTARE FOTOREPORTER?
FALLO CON NOI

Alle 8 di mattina del 20 ottobre le Forze di mobilitazione popolare hanno lanciato un nuovo attacco – dopo essere entrate a Kirkuk il 16 ottobre – contro alcuni avamposti in mano ai peshmerga curdi, tra cui le città di Altun Kupri e Qushtapa, a sud di Erbil. A differenza di cinque giorni fa, quando i curdi se ne erano andati da Kirkuk senza intraprendere scontri a fuoco, questa volta i peshmerga hanno risposto all’avanzata delle forze fedeli a Baghdad e hanno distrutto – secondo quanto afferma un comunicato stampa della Cancelleria della presidenza del Kurdistan – 10 veicoli corazzati Humvees e due carriarmati tra cui un Abrams M1.

Per Barzani è inaccettabile che armi e equipaggiamento made in Usa, consegnati all’esercito iracheno con l’obiettivo di combattere le milizie dello Stato Islamico, vengano utilizzati per attaccare i curdi, ovvero coloro che hanno combattutto i tagliagole dell’Isis in prima linea. Oltre a condannare l’utilizzo improprio delle armi americane da parte di Baghdad, Barzani si è scagliato contro le milizie sciite che si stanno muovendo a fianco dell’esercito iracheno; secondo le parole dello stesso Barzani espresse nel comunicato sopracitato l’esercito iracheno, già coadiuvato dalle forze di mobilitazione popolare, continua a ricevere il supporto di altri gruppi fedeli a Teheran tra cui Asaib Ahl al-Haq, i Badr Corp, Kata’ib Hezbollah, la divisione di Abbas, le brigate di Ali Akbar, le compagnie Khorasan e i battaglioni dell’Imam Alì.

Ora Barzani, mentre è tornato ieri stesso a invitare la comunità internazionale affinché intervenga per scongiurare l’inizio di un nuovo conflitto in Medio Oriente, deve riuscire a trovare un accordo con i membri dell’Unione patriottica del Kurdistan (PUK), storici rivali del suo partito (PDK). Infatti secondo diversi analisti internazionali la presa di Kirkuk da parte dell’esercito iracheno avvenuta senza scontri armati deve essere vista non come un ordine arrivato dalla presidenza del Kurdistan, ma come un tradimento della famiglia Talabani che, per mettere in difficoltà la famiglia Barzani, ha deciso di allearsi con l’asse sciita guidato da Teheran, concedendogli i giacimenti petroliferi di Kirkuk dopo aver ordinato ai peshmerga sotto al loro comando di ritirarsi da Kirkuk senza opporre resistenza.

C’è chi crede che il destino del Kurdistan iracheno sia quello di essere diviso in due, così che una parte finisca sotto il controllo della famiglia Barzani e un’altra sotto quello della famiglia Talabani. Per ora l’unica cosa certa è che la famiglia Talabani intrattiene ottimi e storici rapporti con l’Iran degli Ayatollah e che, quindi, se Barzani ha intenzione di trovare una soluzione politica alla questione curda in Iraq, dovrà utilizzare le sue migliori doti diplomatiche.

Se la tensione non fosse già abbastanza alta, l’altro ieri su La Stampa è stato scritto che “il partito Gorran, terza formazione politica curda dopo il Kdp del presidente Massoud Barzani, insieme con il Puk, sostengono che tutte le forze politiche del Kurdistan non considerano più Barzani presidente della Regione autonoma. La nuova situazione sarebbe stata comunicata agli Stati Uniti, in particolare all’inviato speciale della Casa Bianca nella Regione per la lotta all’Isis, Brett McGurk.” Anche se non ci sono conferme da parte americana, “un tribunale iracheno ha chiesto l’arresto del vicepresidente della Regione autonoma del Kurdistan, Kosrat Rasul, e secondo voci non ufficiali si appresterebbe a farlo anche nei confronti di Barzani.”

Barzani ha deciso di non rimandare il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno, tenuto il 25 settembre scorso, nonostante i continui inviti della comunità internazionale a rimandarlo almeno fino al completo annientamento dell’Isis. Ha voluto accelerare i tempi credendo che questo fosse il momento migliore per far diventare Erbil la capitale non più di una Regione autonoma, ma di uno Stato indipendente. Ora bisognerà vedere come se la caverà Barzani per risolvere una situazione a dir poco complessa, instabile sia sul fronte interno dove dovrà tentare di placare i contrasti con l’Unione patriottica del Kurdistan, sia in ambito internazionale, dove dovrà tentare di trovare degli alleati che supportino la sua causa il prima possibile. L’esercito iracheno e le milizie sciite non aspettano, proprio come lui non ha voluto attendere per tenere il referendum di indipendenza del Kurdistan.