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Guerra

Il governo americano ha mentito sulla guerra in Afghanistan

“Cosa stiamo cercando di fare qui (in Afghanistan, ndr)? Non avevamo la minima idea di quello che stavamo facendo”. A pronunciare questa frase è stato nel 2015 Douglas Lute, generale che si occupò della strategia in Afghanistan tanto per l’amministrazione...
Soldati Usa in Afghanistan (LaPresse)

“Cosa stiamo cercando di fare qui (in Afghanistan, ndr)? Non avevamo la minima idea di quello che stavamo facendo”. A pronunciare questa frase è stato nel 2015 Douglas Lute, generale che si occupò della strategia in Afghanistan tanto per l’amministrazione di George W. Bush quanto per quella retta da Barack Obama. Le sue parole rivelano come il governo degli Stati Uniti non avesse una reale concezione della guerra che aveva intrapreso nel 2001 in Afghanistan e fosse ancor meno consapevole della direzione e dell’esito di un conflitto che oggi, dopo 18 anni, non si è ancora concluso. La dichiarazione del generale Lute fa parte dell’inchiesta pubblicata dal Washington Post e da cui emerge come l’amministrazione degli Usa abbia sempre mentito sul conflitto afghano, presentando all’opinione pubblica una visione edulcorata della guerra e alterando le informazioni che diffondeva pur di non ammettere la verità: pacificare l’Afghanistan ed esportare la democrazia non erano obiettivi raggiungibili.

Cosa dicono gli “Afghanistan papers”

Che il governo e l’esercito americano avessero mentito sull’andamento della guerra nel Paese asiatico non è una novità, ma le 2mila pagine di documenti pubblicate dopo anni di battaglie giudiziarie dal giornale statunitense hanno riaperto il dibattito sul conflitto afghano in un momento particolarmente delicato.





L’amministrazione Usa è attualmente coinvolta in un nuovo tentativo di negoziare una pace con i talebani, con l’obiettivo di ritirare definitivamente le truppe ancora presenti sul territorio afghano. Nonostante gli annunci di un accordo imminente, la fine del conflitto sembra ancora lontana e solo di recente le due parti sono tornate a sedersi al tavolo dei negoziati, dopo un periodo di stallo. Un copione che si ripete, quindi, quello che vede gli americani continuamente sicuri – almeno a parole – che la pace in Afghanistan sia oramai dietro l’angolo nonostante tutto indichi il contrario. Dai documenti del Washington Post e che riguardano un’indagine condotta dal 2014 al 2018 dall’Ispettore generale per la ricostruzione dell’Afghanistan emerge infatti lo stesso scenario. La situazione sul campo era disastrosa, il personale militare non aveva una corretta visione del Paese e dell’andamento della guerra, eppure le informazioni che venivano diffuse sia internamente che all’opinione pubblica erano sempre positive o per lo meno edulcorate.

Gli errori commessi in Afghanistan

Per poter condurre la guerra in Afghanistan, gli Usa avevano bisogno di conoscere i loro nemici, ma le informazioni che i funzionari dell’esercito ricevevano dall’alleato pakistano o da altre fonti in loco non erano considerate attendibili. L’amministrazione americana, quindi, non aveva nemmeno un’esatta concezione di chi fossero “i nemici” da sconfiggere come dimostrano le parole scritte da Donald H. Rumsfeld, ex segretario alla Difesa, in un memo del 2003:

Non ho una chiara concezione di chi siano i cattivi

La scarsa conoscenza non solo del nemico, ma anche degli “amici” è stato un altro punto debole della strategia americana. L’intervento militare dei primi anni di guerra si è in seguito trasformato in un’operazione finalizzata a stabilizzare il governo di Kabul e riportare unità e pace nel Paese attraverso l’addestramento delle truppe locali e l’importazione della democrazia. Due strategie che si sono rivelate fallimentari. Gli ufficiali americani non sono riusciti a pieno nel compito di addestrare le forze afghane e ancora meno nell’imporre un sistema democratico di stampo occidentale in un Paese che fino a quel momento era stato retto da una monarchia prima e da un regime sovietico dopo, per poi sprofondare in un caos che aveva ridato piena linfa alle affiliazioni settarie e alla spartizione del territorio tra signori della guerra.

Un altro errore riguarda invece la gestione dei fondi stanziati per il conflitto afghano. Come affermato durante una deposizione del 2016 da un ufficiale anonimo:

Ci venivano dati dei soldi, ci veniva detto di spenderli e noi lo abbiamo fatto senza una ragione precisa

Un simile comportamento aveva danneggiato la strategia americana in Afghanistan, dando vita a quella che il colonnello Christopher Kolenda nel 2016 ha definito una “cleptocrazia“, per cui “la priorità del governo afghano era (…) mantenere in vita questa cleptocrazia”. Senza contare che buona parte dei finanziamenti erogati dagli Usa finivano nelle mani dei signori della guerra, già arricchitisi con quella produzione di oppio che gli americani non sono stati in grado di debellare. La guerra in Afghanistan quindi è andata avanti per 18 anni senza che gli obiettivi Usa venissero raggiunti, nella più totale manipolazione delle informazioni perché, come affermato dal consigliere militare Bob Crowley in una deposizione del 2016, “la verità non era benvenuta”.

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