I video dei soldati israeliani che distruggono case e negozi a Gaza, tanto per il gusto di farlo, ma soprattutto di pubblicarlo sui social, hanno fatto il giro del web. Accanto a questo però, c’è un altro crimine di guerra, meno discusso ma ampiamente documentato: il saccheggio. Recentemente il quotidiano israeliano Ynet ha pubblicato un articolo che spiega bene il ruolo di una specifica unità delle Forze di Difesa israeliane, quella dedita, per l’appunto, alle operazioni di saccheggio. Ebbene, scrive il media israeliano, l’IDF ha effettuato “saccheggi sistematici” sia a Gaza sia nel Libano meridionale e persino nelle regioni siriane confinanti, oltre le Alture del Golan.
Ynet scrive che, dall’inizio delle varie occupazioni, l’IDF “ha sequestrato abbastanza armi da poter costituire un piccolo esercito”, oltre a “montagne” di contanti e oro. Tra i beni rubati casse di denaro (per un valore di quasi 28 milioni di dollari), lingotti d’oro e migliaia di armi, tra cui carri armati dell’era sovietica, fucili francesi e tedeschi, droni e armi anticarro avanzate.
Secondo il quotidiano, i commando dell’IDF hanno condotto decine di operazioni segrete nel Sud del Libano per individuare e sequestrare depositi di armi e munizioni destinati alla forza d’élite Radwan di Hezbollah. Durante queste missioni, hanno familiarizzato con il territorio e preparato il terreno per l’operazione su larga scala avviata a fine settembre 2024.
Un soldato ha raccontato che lui e i suoi compagni trasportavano a piedi le armi saccheggiate per evitare di essere scoperti. “All’inizio portavamo missili, armi e casse di munizioni sulle spalle, attraversando il confine di notte, ma presto è diventato insostenibile. Ci ha spezzato la schiena,” ha dichiarato.
Oltre 500 riservisti fanno parte dell’unità di saccheggio sotto il centro di rifornimento centrale dell’IDF, nella Divisione Tecnologia e Logistica (ATL). Tuttavia, secondo diversi media, il numero complessivo di soldati coinvolti nelle operazioni di saccheggio supera i 2.400.
Souvenir da Gaza
Accanto a questo “bottino” sono stati sottratti anche innumerevoli “cimeli di famiglia sia a Gaza che in Libano”. Oggetti, apparentemente senza alcun valore, come tazze, piatti, specchi e cornici, presi per il solo scopo di “testimoniare la missione nella Striscia”. A tal proposito, vale la pena ricordare come tale condotta sia annoverata come crimine di guerra dal diritto internazionale.
Alcuni soldati tornati dalla Striscia hanno confermato a +972 Magazine che il fenomeno è onnipresente e che, per lo più, i comandanti permettono che accada. “La gente prendeva degli oggetti, tra cui tazze e libri, come souvenir da Gaza” ha detto un soldato, ammettendo di aver preso lui stesso un “souvenir” da uno dei centri medici occupati dall’esercito. Un riservista che ha operato nel Nord e nel centro di Gaza ha raccontato che i soldati prendevano di tutto: tappeti, coperte, utensili da cucina. Ha aggiunto che l’esercito non ha dato alcuna direttiva in merito, né prima dell’invasione né durante le operazioni sul campo. “I comandanti non ne parlavano affatto,” ha detto. “Tutti sanno che la gente prende cose, ed è persino visto come qualcosa di divertente — c’è chi scherza dicendo: ‘Mandatemi all’Aia.’ Non è un segreto. I comandanti vedevano, tutti lo sanno, ma a nessuno importa.”
Un fenomeno normalizzato
In una comunicazione inviata questa settimana ai comandanti delle unità impegnate a Gaza, il Capo di Stato Maggiore dell’IDF, Herzi Halevi, ha esortato i soldati a “non prendere nulla che non sia nostro.” Direttiva, questa, che arriva ora, dopo mesi in cui il saccheggio è diventato del tutto abituale.
Il fenomeno è talmente normalizzato che, in un recente servizio della rete pubblica israeliana Kan, i soldati hanno mostrato al reporter Uri Levy uno specchio che avevano portato via da Gaza. “Dalle rovine di Khan Younis, nello stile classico di Gaza,” ha scherzato Levy, senza chiedere ai soldati dove avessero trovato lo specchio o perché lo avessero rubato.
Anche Channel 13 ha riportato il fenomeno all’inizio di questo mese. Tuttavia, invece di condannarlo, i presentatori si sono limitati a sottolineare che i video vengono condivisi in tutto il mondo per “mettere in imbarazzo” i soldati israeliani. La solita narrazione capovolta, in cui incredibilmente chi delinque viene rappresentato come vittima.
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