È la mattina del 7 ottobre. Nel Sud di Israele tutti sono ben consapevoli di quanto sta accadendo, nelle altre parti del Paese la gente capisce di essere sotto attacco solo accendendo la televisione. I miliziani di Hamas hanno avviato all’alba il loro piano che prevede, tra le altre cose, l’ingresso in massa in territorio israeliano e il rapimento e l’uccisione di civili residenti nei kibbutz limitrofi alla Striscia di Gaza. I telegiornali, in quel sabato mattina, stanno aggiornando con le varie notizie provenienti da quell’improvviso fronte aperto quando, a un certo punto, fa la sua comparsa Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano pronuncia poche ma significative parole: “Siamo in guerra – dichiara – questa guerra la vinceremo”.
Forse in quella fase, dove un mix di rabbia e soprattutto di incredulità percorre ogni angolo dello Stato ebraico, il capo dell’esecutivo non si è ancora reso conto di quanto pericoloso sia pronunciare il termine guerra. Una parola, ad esempio, mai nominata dal presidente russo Vladimir Putin nei primi 18 mesi di conflitto con l’Ucraina. E non è un caso: a partire dalla guerra nelle Falkland, ogni qualvolta nel mondo si è andati incontro a un confronto armato non si è mai assistito a una formale dichiarazione di guerra. Quando infatti si avvia un conflitto, poi in qualche modo occorre chiuderlo. Se si annuncia ufficialmente una guerra, poi occorre arrivare alla pace. Per questo, a livello internazionale, negli ultimi 40 anni i vari leader politici e militari hanno preferito non fare passi formali quando si è trattato di mettere in moto i carri armati. Netanyahu, al contrario, ha proclamato da subito in Israele uno stato di guerra. La domanda, dunque, adesso sorge spontanea: con chi farà la pace Israele? Quale parte dovrà, anche indirettamente, riconoscere per apporre una firma in grado di far cessare le ostilità?
Il precedente rappresentato dalle Falkland
Un fazzoletto di terra costituito da alcune isole abitate da poco più di duemila anime, a 500 km dalle coste argentine e nel cuore dell’Atlantico: sono questi i tratti somatici dell’arcipelago delle Falkland (o Malvinas, come chiamate dall’Argentina), in apparenza un territorio dallo scarso significato strategico e dalla scarsa importanza politica. Eppure, per il dominio sulle isole si è scatenata nel 1982 una guerra che ha portato alla mobilitazione di due interi Paesi, Argentina e Gran Bretagna, e alla percezione a livello internazionale di trovarsi difronte a uno scontro senza precedenti dalla fine del secondo conflitto mondiale.
Il dossier delle Falkland è però importante nella storia per un fatto alquanto particolare: Buenos Aires e Londra sono arrivate allo scontro, ma nessuno ha mai formalmente dichiarato guerra all’altro. Il generale Gualtieri, a capo della giunta militare al potere in Argentina, nel marzo del 1982 si è limitato a lanciare un ultimatum alla controparte: in assenza di un accordo entro poche settimane, secondo l’allora leader argentino, allora sarebbero state inviate delle truppe tra i sentieri delle desolate lande contese. Cosa che in effetti è avvenuta, con i soldati di Buenos Aires che hanno occupato ad aprile il territorio dell’arcipelago. A tredicimila chilometri di distanza, il premier britannico Margaret Thatcher ha però promesso un’azione di risposta per riprendere il controllo delle terre in questione. Si è trattato, anche in questo caso, di una promessa mantenuta: la flotta britannica ha raggiunto a maggio le zone occupate dagli argentini ed entro metà giugno le forze di Londra hanno riguadagnato il terreno perduto.
La sconfitta argentina ha determinato il crollo del regime dei militari, la vittoria britannica ha rilanciato la popolarità della Thatcher. La guerra dunque ha cambiato i destini dei due Paesi, ma nessuno ha dovuto affrontare l’incombenza di stipulare un trattato di pace. Il conflitto è stato solo sul campo, a livello formale le rispettive ambasciate non hanno mai dovuto inserire, all’interno dei propri archivi, documenti ufficiali. Notando e annotando il precedente, le cancellerie internazionali da allora in poi hanno pensato di evitare ogni passo formale in caso di scontro ravvicinato. Nei decenni successivi si parlerà più genericamente di operazioni di polizia internazionale, operazioni di sicurezza, operazioni speciali, ma mai di guerra. Un andazzo confermato anche nel XXI secolo: nessuno ha dichiarato guerra alla Libia di Gheddafi, eppure su Tripoli per mesi sono cadute le bombe della Nato che hanno portato alla deposizione del rais. Pochi anni dopo, nessuno dal Cremlino ha inviato una lettera formale all’ambasciata ucraina di Mosca, tuttavia a Kiev e nel Donbass raid e operazioni via terra dei russi rappresentano ancora oggi la tragica realtà.
La dichiarazione di stato di guerra dell’8 ottobre
Netanyahu ha preferito invece parlare di guerra già mentre Israele contava i propri morti. E il giorno dopo in effetti, il suo governo è riuscito a convincere la Knesset, il parlamento israeliano, a dichiarare ufficialmente lo stato di guerra. Non accadeva nel Paese da esattamente 50 anni: l’ultima volta di una dichiarazione di emergenza legata a un conflitto si è avuta esattamente 50 anni prima, nell’ottobre del 1973. Lì c’era in ballo quella che alla storia è passata come “guerra dello Yom Kippur“. In quel caso, come nei due altri precedenti storici legati a Israele, si era però davanti a un conflitto “convenzionale”: il confronto era cioè tra più eserciti espressione di realtà statali. In particolare, mezzo secolo fa la guerra è scattata tra lo Stato ebraico e una coalizione di Paesi arabi comprendenti tra gli altri l’Egitto e la Siria. Si sapeva dunque chi erano i nemici e quali uniformi indossavano. Un discorso simile può essere fatto a proposito delle due precedenti guerre che hanno coinvolto Israele: quella del 1948/49 e quella “dei sei giorni” del 1967, anch’esse frutto di una disputa convenzionale tra l’Idf e coalizioni di Stati arabi.
Con la dichiarazione di stato di guerra approvata l’8 ottobre scorso, al contrario, è stato avviato un conflitto contro un nemico che non rappresenta un esercito statale e che non ha uniformi ben definite. Gli apparati politici e militari israeliani cioè, a mezzo secolo di distanza dall’ultima volta, sono stati mobilitati e posti in stato di guerra contro un’organizzazione terroristica. Hamas è infatti considerata tale dallo Stato ebraico, dagli Usa e da molti altri Paesi e anche prima del 7 ottobre si era macchiata di attacchi terroristici in territorio israeliano. Certo, l’obiettivo di Netanyahu apparentemente appare chiaro e riguarda lo smantellamento delle basi di potere del movimento palestinese, ma non sembra nulla di diverso rispetto a quella che in altre parti e in altri tempi sarebbe stata chiamata “operazione di polizia”. Forse la scelta del premier israeliano è stata dettata dall’emozione del momento, dall’impatto emotivo derivante da una tragica conta dei morti e dall’impressione di vedere per 24 ore diversi kibbutz rimanere nelle mani di Hamas. Da non escludere anche la consapevolezza, sempre da parte di Netanyahu, del fatto che una dichiarazione di guerra avrebbe momentaneamente salvato la sua posizione di primo ministro.
I “rischi” legati alla pace
La scelta di dichiarare lo stato di guerra non ha conseguenze solo sulla sfera giuridica, bensì anche in quella pratica: il Paese è infatti nella sua interezza chiamato a sostenere lo sforzo bellico, non solo sul fronte militare e della mobilitazione di truppe ma anche sotto il profilo economico. L’instaurazione di un gabinetto di guerra è un po’ l’emblema di tutto questo. Per scioglierlo e per dichiarare terminato il conflitto, non basterà affermare di aver raggiunto tutti gli obiettivi militari: servirà scrivere degli accordi, siano essi anche solo di tregua momentanea o di armistizio. Se l’attuale operazione israeliana fosse rimasta confinata a una generica azione di sicurezza, Netanyahu avrebbe potuto in qualsiasi momento mostrare di aver portato il compito a termine e ritirare senza indugio le sue truppe.
Al contrario, il premier israeliano dovrà scendere a patti. Al di là delle tregue oggetto in questi giorni di esame diplomatico dai mediatori stanziati in Egitto, il governo di Tel Aviv dovrà comunque trovare la quadra sul dopoguerra, sul futuro status di Gaza, anche su un possibile esilio sulle sponde del Golfo Persico della leadership di Hamas. Per fare questo, Netanyahu dovrà apporre delle firme a dei documenti molto delicati. Carte che dovranno trovare forse anche la legittimazione parlamentare, con conseguenti rischi politici per la tenuta del suo governo. Carte inoltre che potrebbero prevedere indiretti riconoscimenti della controparte. Si pensi ad esempio proprio all’eventualità di un accordo sull’esilio dei capi di Hamas: una firma di Netanyahu sigillerebbe un indiretto riconoscimento dell’esistenza di Hamas come controparte impegnata a rispettare un compromesso. Dando così indiretta legittimazione al movimento che si vorrebbe combattere e che si vorrebbe eliminare del tutto.
Non solo, ma i futuri accordi potrebbero prevedere questioni legate ai confini. E qui si entrerebbe in un campo minato per Israele: qualsiasi intesa anche solo parziale sui territori occupati, porterebbe all’accelerazione degli attuali processi internazionali volti a riconoscere uno Stato palestinese. Non ne ha fatto mistero nei giorni scorsi, per bocca del rappresentante esteri dell’Ue Josep Borrell, nemmeno la diplomazia europea. Il riconoscimento di uno Stato palestinese successivo a una guerra scatenata dagli attacchi di Hamas, porterebbe a una pericolosa legittimazione, all’interno del mondo islamista e radicale, delle azioni del 7 ottobre. Eventualità che, in ottica futura, rischierebbe di creare grossi guai alla sicurezza di Israele.