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“Non siamo in guerra, non c’è bisogno che l’equipaggio muoia. Se non agiamo ora, falliremo nel compito di prenderci cura della nostra risorsa principale: i marinai”. Queste sono state le parole del capitano Brett E. Crozier, comandante della portaerei Uss Theodore Roosevelt in una lettera di quattro pagine in cui denuncia quanto sta avvenendo a bordo dell’unità navale che attualmente si trova a Guam. La lettera, datata lunedì 30 marzo e riportata per la prima volta martedì dal San Francisco Chronicle, descrive la situazione a bordo della nave dove è scoppiata l’epidemia di coronavirus Covid-19 che, allora, aveva colpito 93 uomini sul totale di circa 4mila che ne compongono l’equipaggio. Questi marinai rappresentavano, da soli, il 10% dei casi in tutte le Forze Armate Usa, come ha riferito il facente funzione del Segretario della Marina Thomas Modly.

Come si è diffuso il virus a bordo?

La Uss Theodore Roosevelt è attualmente dispiegata nell’area di operazioni della Settima Flotta: partita il 17 gennaio da San Diego ha raggiunto le Hawaii il 28 per poi attraccare a Guam dove vi è rimasta per tre giorni dal 7 al 10 febbraio; mollati gli ormeggi l’11, ha effettuato una lunga crociera nei mari dell’Estremo Oriente solcando quello delle Filippine e il Mar Cinese Meridionale sino al 4 marzo, giorno in cui l’unità è arrivata davanti alle coste del Vietnam dove ha attraccato nel porto di Da Nang il giorno successivo, rimanendovi sino al giorno 8, quando è ripartita diretta ancora verso le acque contese del Mar Cinese Meridionale per poi fare rotta verso Guam, dove si trova ancorata dal 27 di marzo.

Proprio durante quest’unica sosta nel Paese del Sudest Asiatico si ritiene che possa essere avvenuto il contagio che sta causando una piccola epidemia a bordo: nel quadro delle celebrazioni del 25esimo anniversario delle relazioni bilaterali tra i due Paesi, un tempo in guerra, i marinai hanno goduto di franchigia mescolandosi con la popolazione locale anche grazie a eventi organizzati, mentre è stato possibile visitare l’unità da parte di un folto gruppo di giornalisti e autorità.

La visita è stata importante non solo nel quadro dell’anniversario che celebra 25 anni di rinnovate relazioni diplomatiche, ma è stato soprattutto un forte segnale diretto al diretto avversario della politica americana nell’area: la Cina. Qualche giorno prima un velivolo da pattugliamento marittimo e antisom P-8 Poseidon americano era stato “accecato” dai laser di un’unità navale cinese mentre stava effettuando una missione di ricognizione sulle acque del Pacifico Occidentale.

Per tutta risposta la Cina, proprio durante il difficile, dal punto di vista epidemico, mese di marzo, ha effettuato diverse manovre aggressive proprio nelle acque del Mar Cinese Meridionale che sono state accompagnate anche da incursioni nella Air Defence Identification Zone (Adiz) del Giappone.

Questa sosta nel porto vietnamita rappresenta quindi la “pistola fumante” del contagio a bordo della portaerei Roosevelt, che si è rapidamente trasformata in una Diamond Princess con l’aggravante degli spazi ancora più angusti rispetto a un vascello civile.

Una portaerei, infatti, è una città galleggiante con una “densità abitativa” molto alta: l’equipaggio condivide spazi molto ristretti come le cuccette, i servizi igenici e gli stessi scompartimenti in cui ci sono i centri nevralgici della nave. Le superfici in comune sono praticamente quasi tutte quelle della nave e quindi il virus, che ha dimostrato di poter resistere molto a lungo all’infuori dell’organismo umano, può diffondersi con notevole facilità.

Una portaerei fuori gioco

Lì dove non potrebbe forse arrivare la mano armata dell’uomo sembra quindi essere arrivato efficacemente il coronavirus. Se l’efficacia dei nuovi missili balistici a raggio intermedio cinesi DF-26 che vengono propagandati essere in grado di colpire una portaerei in navigazione non è stata ancora fortunatamente dimostrata, il diffondersi del virus ha praticamente bloccato in porto mettendo temporaneamente fuori combattimento la Roosevelt, nonostante la propaganda americana si sforzi di dire il contrario.

La Us Navy ha infatti riferito che circa mille marinai sono stati fatti sbarcare a Guam, per essere messi in una sorta di quarantena a rotazione, e che nei prossimi giorni altri 1700 seguiranno la stessa sorte. Con un numero così elevato di uomini di equipaggio costretti a terra, ma anche se fosse stato di un paio di centinaia, la portaerei semplicemente è da considerarsi fuori servizio, nonostante lo stesso comandante in capo della Flotta del Pacifico, l’ammiraglio John C. Aquilino, abbia detto che con la rotazione degli uomini si possa mantenere la nave in grado di effettuare le missioni.

La realtà però è ben diversa, e ad oggi i casi di coronavirus a bordo, dopo aver fatto 1273 tamponi, sono saliti a 814: una crescita esponenziale rispetto ai 93 casi di solo quattro giorni fa.

Intanto, arriva la notizia che la Us Navy ha silurato il capitano Crozier, per via delle modalità con cui ha denunciato quanto stava succedendo a bordo della Roosevelt: si legge infatti che Modly, il facente funzione di segretario della Marina Usa, ha ravvisato una “perdita di fiducia” nei riguardi del comandante.

Una flotta in ginocchio?

Si aprono quindi delle doverose riflessioni su come l’epidemia possa avere pesanti ripercussioni sull’apparato militare in generale ma soprattutto sulla flotta, qualora dovesse, come in questo caso, diffondersi nell’equipaggio di unità navali maggiori e ancora fondamentali come le portaerei.

Il principio epidemico a bordo della Roosevelt potrebbe non essere l’unico, anche in considerazione della scarsità di infrastrutture mediche idonee all’isolamento nelle basi navali toccate dalla portaerei come quella di Guam. I due contagi sulla portaerei Ronald Reagan, anch’essa nella zona di competenza della Settima Flotta e attualmente in porto nella base navale di Yokosuka, in Giappone, fanno tremare i polsi della Us Navy e del Segretario alla Difesa Esper proprio sulla scorta di quanto sta accadendo sulla Roosevelt.

Risulta praticamente impossibile mettere in quarantena i marinai a bordo, ed è lo stesso capitano Crozier a dirlo nella sua missiva: “nessuno degli alloggi a bordo di una nave da guerra è appropriato per la quarantena o l’isolamento” ed applicare il “distanziamento sociale” è altrettanto impossibile dato l’ambiente in cui si lavora e si vive. Quindi l’unica possibilità per salvare l’equipaggio è sbarcarlo, rendendo così inefficace un’intera unità navale.

Se dovesse scoppiare l’epidemia anche a bordo della Ronald Reagan, o su altre unità navali facenti parte dei Csg (Carrier Strike Group) che accompagnano le portaerei, la capacità di proiezione di forza degli Stati Uniti in un intero scacchiere come quello del Pacifico, nonché la stessa capacità di deterrenza convenzionale, sarebbero non solo menomate ma praticamente eliminate fintanto che non dovessero essere sostituite da altre risorse schierate su altri fronti, contribuendo così ad una diluizione pericolosa delle capacità globali americane.