Il Mar Caspio può salvarci la vita. Quella che potrebbe sembrare una dichiarazione folle è, in realtà, una constatazione amara legata all’attualità degli ultimi giorni. Infatti, la crisi fra Roma e Il Cairo, in seguito alle indagini sulla morte di Giulio Regeni, potrebbe avere ripercussioni molto forti sugli interessi del Bel Paese in Egitto. Chiaramente, il primo settore a risentirne sarebbe quello dell’approvvigionamento: per l’energia dipendiamo ancora dai combustibili fossili, la maggior parte dei quali (81%) è di importazione. Lo scorso agosto, poi, proprio in Egitto l’ENI ha scoperto un importante giacimento del quale detiene (attraverso una partecipata) il 100% della quota di sfruttamento. Considerato che il pozzo di gas egiziano contiene 850 miliardi di metri cubi di gas, non c’è bisogno di essere economisti per comprendere quali danni potrebbe causare un deterioramento delle relazioni diplomatiche con il governo di Al Sisi. Seppure sia ancora troppo presto per fare previsioni, va da sé che l’attuale tensione fra i due paesi qualche preccupazione la sollevi. Il Mar Caspio, allora, potrebbe venire in nostro soccorso. Vi spieghiamo come. Un po’ di storia In una relazione del 2006, presentata all’Università di Princeton, Rachel E. Neville scrive: “i sacerdoti Zoroastriani veneravano le fiammelle blu del gas metano; Marco Polo scrisse di fuoriuscite di olio sfruttate dai locali come cure medicamentose”. Le potenzialità energetiche del bacino caspico, quindi, sono note da secoli. E’ sul finire dell’Ottocento che la Russia zarista realizza i primi impianti di estrazione; poi, con la rivoluzione del 1917, la neonata Urss nazionalizza i pozzi. Inseguito alla fine dell’ Era comunista, sul Mar Caspio si affacciano nuove repubbliche, fra le quali l’Azerbaijan, che proprio grazie agli idrocarburi conosce un rapido sviluppo. Partnership L’Italia è uno dei principali partner commerciali degli azeri. Stando al rapporto di Info Mercati 2015, infatti, Roma intrattiene con Baku un interscambio di 7 miliardi di euro. Sotto il profilo degli approvvigionamenti, poi, la repubblica sul Caspio è il nostro primo fornitore di petrolio sin dal 2013. Un approvvigionamento costante, dunque, dovuto anche all’impegno che il Bel Paese e le sue aziende hanno profuso nelle relazioni con l’Azerbaijan: ad esempio, l’Ente Nazionale Idrocarburi è socio del consorzio che ha realizzato l’oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan) e che garantisce all’ENI circa 50 mila barili di greggio al giorno. TAP A riprova della strategicità dell’area caspica, c’è anche l’ambizioso progetto della Trans Adriatic Pipeline, gasdotto di 4000 km che, una volta ultimato, si stima sarà capace di trasportare 10 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno attraverso Turchia, Grecia, Albania e Italia (timeline lavori di costruzione, 2020). Quindi, i buoni motivi per cui continuare a guardare con interesse all’area caucasica si contano in miliardi di euro. Inoltre, il crollo del prezzo del greggio e la svalutazione del manat (moneta azera) hanno spinto Baku a cercare di attirare nel pase nuovi investitori. Un’opportunità, dunque, che dovremmo saper sfruttare, in particolare se le relazioni con Al Sisi dovessero aggravarsi. Perché, in fondo, un paese che ha detto no al nucleare per la seconda volta deve saper guardare oltre ed essere previdente. Abbiamo pensato quanto potrebbe costarci una eventuale perdita delle commesse egiziane? A farci un’idea delle conseguenze, può aiutare il passato prossimo. Otto anni fa, il Trattato di Bengasi garantiva ad Italia e Libia circa 40 miliardi di euro di interscambio senza contare, per noi, una maggiore autonomia energetica. Quaranta miliardi, quattro in più della prima manovra finanziaria del governo Renzi. Accordi e progetti andati in fumo, insieme al regime del Colonnello…

Nel campo comunista di Goli Otok
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