Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Il mercato della droga frutta ogni anno almeno 500 miliardi di Dollari. Almeno questa è la stima più accreditata dalle varie polizie e organizzazioni che seguono da vicino il traffico delle sostanze stupefacenti. Il narcotraffico non conosce crisi. La domanda non è calata, nemmeno durante le fasi più acute della pandemia. E le organizzazioni che gestiscono il mercato hanno trovato il modo di far affluire fiumi di droga nelle aree dove viene più consumata. Essenzialmente Stati Uniti, Europa e Russia.

La rotta dal sud America agli Usa

Il narcotraffico comprende una varietà importante di sostanze stupefacenti. Quelle che negli anni tengono in maggiore apprensione le organizzazioni di Polizia sono la cocaina e l’eroina. Si tratta di droghe dai gravi e importanti risvolti sociali. Oltre che redditizie per i gruppi criminali impegnate a diffonderle. L’Unodc, l’Agenzia delle Nazioni Unite sulle droghe, vede nel continente sudamericano il polo più importante delle sostanze stupefacenti. Il clima rende possibile la coltivazione di gran parte delle piante da cui derivano le droghe più esportate. Una di questa dà il nome al suo derivato più famoso: è la pianta di coca, da cui viene prodotta e raffinata la cocaina. Coltivazioni di coca sono diffuse soprattutto in tre Paese dell’America Latina: Colombia, Perù e Bolivia. É da qui che parte la filiera. La cocaina è arrivata nel mercato statunitense negli anni ’70 e ha iniziato a destare allarme sociale per il suo consumo nel decennio successivo. Il presidente Usa Donald Reagan, dopo aver notato l’aumento di omicidi negli ambienti coinvolti nello spaccio a Miami, ha iniziato la prima vera e propria lotta al narcotraffico.

La Colombia per anni, oltre a essere stata il primo produttore della pasta di coca e il primo esportatore della cocaina raffinata, è stata simbolo della crescita del narcotraffico negli Usa e in Europa. I cartelli della droga colombiani hanno preso il sopravvento e hanno accumulato una ricchezza tale da riuscire in molti casi a soppiantare lo Stato. La storia di Pablo Escobar, il più famoso signore della droga ucciso poi nel 1994, ne è una testimonianza. Oggi il Paese è ancora tra i principali produttori. Ma i cartelli colombiani degli anni ’80 e ’90 sono stati ridimensionati. L’obiettivo dei trafficanti non è certamente quello di rimanere nel mercato sudamericano. La meta è rappresentata dagli Stati Uniti. E per questo la rotta più presa di mira dalle forze antidroga è quella che risale dai Paesi latinoamericani fino al Messico. Da qui, secondo l’Fbi, arriva il 90% della cocaina consumata negli Usa. I cartelli messicani sono quelli più potenti e in grado di ricevere da Colombia, Perù e Bolivia la droga e farla poi arrivare oltre il confine statunitense.

Lungo questa rotta però a risalire non è soltanto la cocaina. Il Messico è anche il principale produttore di eroina del continente. Il Paese da questo mercato ha un vantaggio: non è soltanto un territorio di passaggio, come avviene per i derivanti della pianta di coca, ma è qui che si coltivano i papaveri da oppio, la pianta da cui si ricava l’eroina. La ricercatrice Ines Gimenez, in un’intervista su Sputnik nel 2019, ha tracciato una mappa delle coltivazioni: a essere coinvolti sono gli Stati di Sinaloa, Chihuahua, Durango, Nayarit, Jalisco, Michoacán , Guerrero e Oaxaca. Anche per questo il Messico è il vero crocevia della principale rotta della droga. Una vera e propria autostrada delle sostanze stupefacenti, capace di far risalire dal sud America la cocaina e di esportare negli Usa l’eroina. E non solo: El Chapo Guzman, uno dei capi indiscussi dei cartelli messicani, negli anni ’90 ha introdotto anche lo spaccio, sempre verso gli Stati Uniti, della metanfetamina. Sostanza importata da alcuni Paesi del sud est asiatico e in grado di fruttare sul mercato della droga miliardi di Dollari ogni anno. El Chapo è stato arrestato nel 2016, ma i gruppi criminali in Messico rimangono i più potenti e lo Stato attualmente non riesce, anche a causa della diffusa corruzione, a contrastarli.

Dall’America Latina all’Europa, passando per l’Africa

Se il Messico è il crocevia più importante delle rotte della droga verso gli Usa, in sud America i principali poli delle rotte verso l’Europa sono il Venezuela e il Brasile. La posizione di quest’ultimo Paese è poi abbastanza particolare. Nel mercato della droga nel corso degli anni ha assunto una doppia veste: da un lato è un importante consumatore di sostanze stupefacenti, dall’altro un territorio di transito per l’esportazione al di fuori del continente. Le statistiche dell’Università di San Paolo diramate nel 2012 hanno evidenziato infatti come il Brasile assorba il 18% delle quantità di cocaina consumate nel mondo, ponendosi in questa classifica dietro soltanto agli Usa. Inoltre è in testa a livello globale per il consumo di crack, altra sostanza ricavata dalle piante di coca.

Le tonnellate non consumate partono verso l’Europa. Una rotta sempre più usata e trafficata, capace di portare la droga nel Vecchio Continente in due modi: per via aerea oppure per via marittima. Nel primo caso, così come avviene in Venezuela, la cocaina viene imbarcata di nascosto nei cargo che atterrano poi nei principali aeroporti europei. Nel secondo caso invece la droga viene stipata nelle navi che partono soprattutto dal porto di Santos, il più importante dello Stato di San Paolo, e raggiungono l’Africa occidentale. Le autorità brasiliane hanno da tempo messo nel mirino le rotte che terminano nei porti di Stati africani di lingua portoghese, come Capo Verde e Guinea Bissau. Da qui poi, una volta nel continente africano, i corrieri della droga prendono la via del deserto per arrivare lungo le coste del Mediterraneo.

L’Unodc ha osservato come proprio l’Africa stia diventando, anno dopo anno, un centro di smistamento fondamentale per il traffico di droga. Dal Brasile arriva soprattutto la cocaina, dall’oriente invece l’eroina. Le confraternite nigeriane gestiscono buona parte dello spaccio, riuscendo a far arrivare le sostanze tra Mali e Niger, ultime tappe prima di giungere nel Magreb. Da qui poi la tappa finale è l’Europa. L’Italia in tal senso ha un ruolo fondamentale. A testimoniarlo l’aumento dei sequestri svolti dalla Polizia nel porto di Gioia Tauro. Il nostro Paese, oltre che per la sua posizione geografica, ha assunto una funzione importante per via del peso della ‘Ndrangheta, sempre più ramificata a livello internazionale.

L’hub mediorientale dell’eroina

L’eroina però non arriva solo dal sud America. Esistono due punti nevralgici nel traffico di questa sostanza verso Europa e Russia. Si tratta dell’Afghanistan e del cosiddetto “triangolo d’oro” formato da Birmania, Laos e Thailandia. Il caso afghano è quello che ha avuto di recente maggiore rilevanza. Qui nell’agosto scorso hanno ripreso il potere i talebani, i quali negli anni hanno continuato a finanziarsi grazie anche all’esportazione del papavero da oppio. Da solo l’Afghanistan copre più della metà del fabbisogno mondiale di questa sostanza. Le coltivazioni più importanti si trovano nella provincia di Helmand, ma lungo il confine con il Pakistan sono sorte negli anni anche vere e proprie raffinerie da dove l’eroina prende poi la via del commercio internazionale illegale. Soltanto nel 2000 si è assistito a un drastico ridimensionamento della coltivazione del papavero da oppio nel Paese. Negli anni successivi le tonnellate esportate dall’Afghanistan sono cresciute fino a toccare l’apice delle 9.000 tonnellate prodotte nel 2017. Il valore dell’eroina afghana si aggirerebbe in totale a 350 milioni di Dollari all’anno secondo l’Undoc.

Dall’Afghanistan sono due le direttrici principali della droga. Da un lato vi è la cosiddetta “rotta balcanica“. Si tratta della via che tramite l’Iran raggiunge la Turchia e, da qui, le sostanze stupefacenti vengono immesse sul mercato europeo dopo essere transitate dai Balcani. L’altra rotta invece coinvolge il Pakistan, da cui l’eroina raggiunge poi le coste del Corno d’Africa. Il continente si conferma quindi come punto di snodo fondamentale verso l’Europa. Dal Pakistan la droga riesce a raggiungere anche il sud est asiatico, punto nevralgico per far accedere le sostanze in Australia oppure, tramite il Giappone, le coste occidentali degli Stati Uniti e del Canada. Scalzati dal predominio afghano, i Paesi del triangolo d’oro negli ultimi due decenni si sono specializzati soprattutto nella produzione delle metanfetamine. Le esportazioni avvengono seguendo la rotta pacifica, in grado di far arrivare queste sostanze in Messico da dove poi vengono commercializzate negli Usa.

Le implicazioni politiche del traffico di droga

La commercializzazione delle sostanze stupefacenti ha inciso e incide anche a livello politico. E non solo per le implicazioni sociali che il consumo di droga ha in occidente. La gestione del narcotraffico ha spesso permesso a organizzazioni terroristiche o parastatali di avere gli introiti necessari per proseguire le guerre. Il caso dei talebani è emblematico. Nei vent’anni in cui gli studenti coranici sono stati fuori dal governo dell’Afghanistan il movimento si è anche finanziato grazie a una taglia del 10% imposta ai coltivatori di papavero da oppio nelle province da loro controllate. Negli anni ’80 e ’90 lo strapotere dei cartelli colombiani ha profondamente messo in difficoltà lo Stato centrale. Inoltre il traffico di droga nel Paese sudamericano ha alimentato le casse del Farc e di altri gruppi impegnati nella guerra civile in quel momento in corso. La rotta messicana del narcotraffico inoltre è stata spesso oggetto di diatribe politiche importanti tra Città del Messico e Washington, soprattutto in materia di sicurezza lungo i confini.

In anni più recenti il commercio internazionale di droga ha permesso a molti gruppi terroristici di finanziarsi. A partire dall’Isis, il cui califfato ha intercettato tra il 2014 e il 2017 una parte dei guadagni della rotta mediorientale/balcanica dell’eroina. Lo Stato Islamico inoltre sta traendo molto vantaggio dal traffico di sostanze stupefacenti che risale dalla Nigeria alle coste nordafricane, passando per il Sahel. Proprio in quest’area le cellule legate all’Isis, così come ad Al Qaeda, si stanno rafforzando e la droga è un introito diventato per loro indispensabile. In Somalia invece è Al Shabaab ad essere coinvolta, secondo l’intelligence Usa, nel traffico sia di parte dell’eroina che arriva dal Pakistan che delle droghe sintetiche diffuse nel Corno d’Africa, a partire dal Mephedrone.

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