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“Non trovo più il tuo numero di telefono. A quanto pare sembrerebbe che questo villaggio (Baghouz, Ndr) sia ancora nelle loro mani (dell’Isis, ndr). Mi hanno chiamato ora al volo e tra un’ora parto. Vado a Deir Ezzor. Sembrerebbe che questo villaggio ci sia davvero e che c’è da combattere”. Sono queste le ultime parole inviate da Lorenzo Orsetti a Fausto Biloslavo il 2 febbraio scorso, poco prima di partire per la linea del fronte. Una linea del fronte dalla quale non sarebbe più tornato.

È così che è iniziata l’ultima avventura di Lorenzo, morto forse con il sorriso, come si augurava nel suo testamento. Del resto “Orso” era un veterano della guerra in Siria. Aveva partecipato alle battaglie più crude e sanguinose del conflitto: da Deir Ezzor ad Afrin per fermare l’avanzata delle truppe del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e dell’Esercito siriano libero.

In un lungo post su Facebook, il volontario italiano ha raccontato l’inizio dell’offensiva contro le bandiere nere: “Partiamo in fretta e furia, del resto in accademia c’è stato insegnato che in un minuto e mezzo dobbiamo esser pronti a tutto. Mi ero fidato di ‘livemap’, credendo fosse Marashidah l’ultima città rimasta, invece scopro che è a Baghoz che si chiuderà questa storia”.

Tutto è pronto per partire. Per raggiungere quella linea del fronte che non è solo con i nemici. Ma anche, e soprattutto, con se stessi. “Il giorno dell’attacco ci ritroviamo con diverse altre squadre, in un ampio cortile al riparo tra due case. Guardo i nostri: molti sono giovanissimi, appena freschi d’accademia, alcuni ragazzi arabi sono truccati col mascara e portano strani ciuffi simili alla moda ‘emo’ di qualche anno fa; un altro indossa una maschera antigas, ed un’accetta gli spunta da dietro la schiena. C’è una certa estetica che c’accomuna tutti, ma ognuno indossa pezzi di uniformi diverse e kefieh dei più svariati colori. Sembriamo ‘l’armata Brancaleone’: siamo bellissimi!”, scrive “Tekosher”.

Avanzare è difficile. E possiamo solo immaginare quei momenti grazie alle parole di Lorenzo: “Riconquistiamo diversi edifici. Il nostro gruppo si ferma in quei due dai quali eravamo stati scacciati nella notte. Siamo sul tetto, quando ad una certa cominciano a pioverci addosso proiettili. Guardo dai buchi nel muro che abbiamo fatto per proteggerci, ma non riesco a capire da dove ci stanno sparando. Chiedo al compagno accanto a me, ma dice una parola in curdo che non conosco; chiedo ancora, e lui fa un gesto con le mani come a dire ‘inclinatoi. Allora capisco: c’è un grosso silos pendente, e guardando meglio ci sono fori come feritoie uguali ai nostri. Concentriamo il fuoco lì”.

Combattere non è facile. Ci sono donne e bambini al fianco dei jihadisti: “Del resto la lotta di Daesh è sempre stato un affare di famiglia: le donne si uniscono alla polizia segreta, si fanno esplodere, e anche loro si macchiano dei peggio crimini; i figli, seppur giovanissimi, guidano autobombe e piazzano mine dove possono; i bimbi più piccoli molto spesso vengono portati nelle missioni suicide. Nessuno è escluso, e il confine tra vittima e carnefice è flebile e non sempre chiaro”.

Il racconto di Lorenzo si tinge infine di speranza: “Nel paese appena fuori Hajin i bambini rincorrono le nostre macchine. Gli lancio dal finestrino tutte le merendine e le bottigliette d’acqua che abbiamo; in cambio riceviamo grandi sorrisi e gridolini di gioia. Ma la sorpresa più grande deve ancora arrivare: ha piovuto molto in questi giorni, e quando raggiungiamo il deserto fatico a riconoscerlo. Un sottilissimo strato d’erba lo ricopre per intero, disegnando una distesa verde che si perde all’orizzonte. I miei occhi si riempiono di quell’oceano dal colore brillante. Lo guardo assorto, incredulo, come fossi al cospetto d’un miracolo”. E, proprio come un miracolo, i curdi hanno annunciato oggi di aver preso la città di Baghouz. Certo, i jihadisti si sono spostati poco più in là. Ma il grosso è fatto. Anche grazie al sacrificio di Lorenzo.

Il suo corpo è stato ora recuperato dai curdi e, come richiesto dallo stesso “Tekosher, verrà molto probabilmente seppellito in Siria. Come ha spiegato Fausto Biloslavo ad Agi: “Lo stanno portando vicino al confine con il Kurdistan” dove i miliziani curdi “portano tutti loro caduti”.

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