Dal processo alla guerra all’Iran, le ultime 48 ore folli di “Bibi”

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Mercoledì 11 giugno: il premier Benjamin Netanyahu è a Tel Aviv, all’interno di un tribunale. Due giorni prima ha parlato telefonicamente con Donald Trump, ha spiegato al presidente le sue intenzioni di attaccare l’Iran e oramai sopra la sua scrivania ha pronti tutti i piani operativi per l’azione contro Teheran. Ma, prima di allora, il premier israeliano deve affrontare due appuntamenti cruciali: l’udienza in tribunale per l’appunto, dove è in corso il processo che lo vede imputato per corruzione, e il voto della Knesset in cui potrebbero emergere spaccature letali per la sua maggioranza. In poche parole, Netanyahu è ben consapevole di giocarsi tutto nel giro di folli 48 ore, dove le sorti sue personali sono destinate a incrociarsi, come spesso accaduto ultimamente, con quelle di Israele e dell’intero medio oriente.

Il malore in tribunale

Le due giornate che porteranno all’attacco contro Teheran, hanno avuto inizio in tribunale. Netanyahu probabilmente è presente lì solo fisicamente, la mente è proiettata altrove. Più in particolare, all’interno del palazzo che a Gerusalemme ospita la Knesset. Qui i suoi fedelissimi stanno provando un’impresa ardua: convincere i deputati ultra religiosi a non votare per la mozione di scioglimento del parlamento. Un documento quest’ultimo paventato dai parlamentari di Giudaismo Unito nella Torah (Utj), formazione che rappresenta parte della comunità ultra ortodossa e che appare indispettita per la mancata esenzione dalla leva per gli studenti religiosi. L’opposizione, mentre Netanyahu è in tribunale, ha dichiarato di votare compatta per la mozione. L’ordine del premier è chiaro: mentre lui risponde ai giudici, alla Knesset deve esserci ostruzionismo. Tutto pur di ritardare il voto e dare modo ai suoi emissari di convincere sia l’Utj che lo Shas, altro partito ultra ortodosso che minaccia di appoggiare la crisi di governo, a salvare l’esecutivo.

L’udienza per Netanyahu è comunque durata poco. Così come rimarcato dal Jerusalem Post, dopo appena un’ora tutto è stato sospeso. Il motivo è legato alle condizioni di salute dello stesso premier, il quale avrebbe accusato un malore. La difesa ha così chiesto un rinvio e l’ha ottenuto dopo una visita medica. A determinare il malore, si legge su molti media israeliani, forse i postumi di un intervento chirurgico subito nei mesi scorsi e di controlli effettuati tra fine maggio e inizio giugno. L’udienza è stata comunque aggiornata e Netanyahu ha potuto riprendere le attività politiche.

La vittoria di misura alla Knesset

Nel frattempo, la strategia del Likud, il partito del premier, in parlamento stava dando i suoi frutti. La mozione sullo scioglimento della Knesset è scivolata indietro tra i punti all’ordine del giorno, con la votazione rinviata fino a ben oltre l’orario di cena. Dal suo ufficio, Netanyahu ha potuto seguire passo dopo passo il dibattito. Shas e Utj hanno 18 membri in parlamento, senza di loro la coalizione del premier scenderebbe a quota 50. Ben al di sotto della cifra di 61, quella che garantisce la maggioranza. Se il Likud ha scelto la via dell’ostruzionismo, evidentemente la preoccupazione per Netanyahu appariva piuttosto concreta. Anche perché se da un lato è vero che la Knesset si auto scioglie dopo almeno quattro votazioni della mozione di sfiducia, è altrettanto vero dall’altro che un primo voto contrario avrebbe reso il premier politicamente più debole.

Quel piano di cui ha parlato con Trump e che giace nella scrivania in attesa di firma, rischierebbe di trasformarsi in carta straccia da riporre nei cassetti. Quella di Netanyahu, rientrato nell’aula parlamentare dopo il malore nell’aula del tribunale, è una vera e propria corsa contro il tempo. Tanto affannosa quanto, dal suo punto di vista, difficile. Alla fine però il suo governo è riuscito a sopravvivere. Contro lo scioglimento della Knesset hanno votato 61 parlamentari, quanto bastava cioè per avere ancora una maggiornza.

La lunga notte dell’attacco a Teheran

Netanyahu ha così superato i due scogli, gli ultimi, che si frapponevano all’azione contro l’Iran. Uscendo dalla Knesset, il premier era ben consapevole di poter lavorare soltanto su ciò che realmente in quel momento lo premeva: i piani di attacco contro Teheran. Dal suo ufficio ha potuto leggere le prime indiscrezioni sulle tensioni nella regione, con la chiusura dell’ambasciata Usa in Iraq che ha fatto da preambolo all’inizio delle operazioni. Le 48 ore più drammatiche della sua carriera politica, si sono poi concluse probabilmente dentro un bunker, da dove ha parlato alla nazione sull’attacco appena sferrato contro la Repubblica Islamica.

Due giorni intensi in cui Netanyahu ha navigato sul filo della sopravvivenza politica, tra udienze e voti parlamentari. Due giorni folli, in cui l’agenda di una singola persona si è sovrapposta alle vicende di un’intera regione. Due giorni in cui la storia del medio oriente si è intrecciata con gli impegni di un primo ministro.