L’Italia non va via dalla Libia. È questo il messaggio lanciato in queste ore dall’ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Buccino Grimaldi, ma soprattutto dallo Stato maggiore della Difesa, che ha negato qualsiasi notizia su un possibile ritiro delle truppe italiane dal Paese nordafricano. Ieri, in un comunicato diramato dopo le prime indiscrezioni su un eventuale abbandono del campo da parte dell’Italia – al pari di quanto hanno fatto, ad esempio, gli Stati Uniti – lo Stato maggiore ha ribadito che il contingente italiano a Misurata e a Tripoli continuerà a “operare regolarmente” così come rimarrà nel porto della Tripolitania la nave Capri, che è all’ancora nel porto di Tripoli per l’operazione Mare Sicuro.

Tripoli e Misurata rimangono quindi controllate dalle forze italiane. Come riporta Agenzia Nova, a Tripoli è dislocato il Comando della Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (Miasit) “e un Mobile Training Team per la formazione, l’addestramento e l’assistenza tecnico-infrastrutturale a favore delle Forze di sicurezza libiche”, mentre a Misurata è schierata la Task Force Ippocrate con una struttura ospedaliera dedicata all’attività di assistenza sanitaria.

Miasit non si tocca quindi. E il motivo è estremamente importante. La missione, che ha avuto inizio a gennaio 2018, rappresenta ancora oggi il fulcro della nostra strategia nel Paese dall’altra parte del Mediterraneo. Con un numero massimo di 400 uomini e numerosi mezzi aerei e navali, Miasit nasce con l’intento di dimostrare al governo di Tripoli di essere perfettamente in grado di rimanere coerenti con i nostri impegni. Un’operazione che è nata con l’intento formale di contribuire alla stabilizzazione della Libia e alla lotta al traffico di esseri umani che dalle coste libiche raggiungono le nostre.

Ma è chiaro che dietro queste motivazioni di carattere securitario, si nasconde qualcosa di ben più strategico: la Libia ci serve. E serve soprattutto dimostrare di non abbandonare il terreno nel momento di crisi. Perché adesso, esserci o non esserci significa molto. E il fatto di essere lì pubblicamente indica anche la volontà di non far passare il proprio impegno come un punto segreto dell’agenda, ma come un impegno pubblico da onorare.

L’attuale situazione a Tripoli e dintorni non ci permette di andar via. Abbandonare ora il campo significherebbe mettere definitivamente la parola “fine” a ogni velleità di leadership in Libia. Leadership che in ogni caso sembra ormai difficile da conquistare (o mantenere) a causa dei nostri errori. Ma almeno non prestiamo il fianco alle critiche per aver abbandonato quello che fino a oggi era il nostro unico alleato sul campo: Sarraj e le milizie di Misurata. E proprio per questo oggi il governo libico ha espresso il sul ringraziamento a Roma per il sostegno ricevuto, Un apprezzamento utile, per quanto proveniente da un esecutivo che non riesce a controllare nemmeno la propria capitale. Perché è comunque indicativo del fatto che in Libia non siano tutti d’accordo con l’avanzata di Haftar. E anzi, ora l’Italia può giocarsi la carta della tutela delle milizie e del governo riconosciuto dalla comunità internazionale.

L’Italia può sfruttare un doppio binario: politico e strategico. Da un punto di vista politico, è chiaro che non andar via quando Haftar bombarda Tripoli permette di mantenere i contatti con il governo riconosciuto ma anche a monitorare tutte le potenze coinvolte. Nessuno può muoversi senza le truppe italiane lo sappiano. E questo può esseri estremamente utile.

Dall’altro, c’è una questione tecnica, se vogliamo anche concreta, che può essere molto importante nella logica di questa escalation militare: la nostra presenza medica a Misurata. Avere un ospedale da campo nella città-Stato libica è una cosa che per noi può rivelarsi utilissima. In primis perché abbiamo strappato un partner utilissimo in tutta la guerra di Libia. In secondo luogo, invece, significa soprattutto evitare che qualcuno arrivi a Misurata senza il nostro consenso o la nostra conoscenza. Ed è per questo che Roma non può abbandonare né Tripoli né Misurata. Perché le nostre uniche speranze si reggono sui nostri uomini impegnati sul terreno. E già, dopo quanto fatto, sembrano essere molto poche.