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Vladimir Putin, almeno per il momento, potrebbe anche accettare la permanenza a Kiev dell’attuale Stato ucraino. A patto di alcuni compromessi, a partire dal riconoscimento della Crimea come parte della Russia e dallo status di neutralità sotto il profilo militare. Ma mai potrebbe accettare lo status quo post 2014 nel Donbass. Per il capo del Cremlino chiudere i conti in questa regione orientale dell’Ucraina rappresenta un autentico perno della sua strategia politica e militare. A provarlo sono due elementi rintracciabili nelle azioni russe delle ultime ore: l’accelerazione imposta all’operazione su Mariupol da un lato e i preparativi per l’imminente offensiva sull’intero Donbass dall’altro. Come mai per Putin l’est dell’Ucraina è sostanzialmente irrinunciabile? I motivi sono essenzialmente tre: la presenza della popolazione russofona, la presenza di miniere e industrie “ereditate” dall’era sovietica e la vicinanza con il territorio della federazione russa.



La popolazione russofona

Spesso il discorso relativo alla presenza di una popolazione russofona è stato, specialmente in questi ultimi mesi, sottovalutato. Per Putin però si tratta di uno degli elementi fondamentali per giustificare il proprio attacco all’Ucraina. Quando il leader del Cremlino parla di “liberazione del Donbass” e di prevenzione di un “genocidio” dei russofoni si riferisce proprio alla necessità, avvertita come prioritaria nelle stanze del potere di Mosca, di tutelare la popolazione russofona. Anche nel 2014 la questione era tutt’altro che secondaria. La guerra nel Donbass è iniziata nell’aprile di quell’anno con la sollevazione di una parte dei cittadini di Donetsk e Lugansk dopo l’approvazione, da parte del nuovo governo filo occidentale nato dopo le rivolte di Piazza Maidan, di una legge che toglieva al russo il rango di lingua ufficiale.

Essere obbligati a parlare unicamente l’ucraino ha spaventato molti russofoni delle regioni orientali dell’Ucraina. Da qui le proteste prima e la proclamazione delle due repubbliche filorusse subito dopo. Nella visione del Cremlino, è impensabile vedere estendere nel Donbass quanto già fatto a Kiev e Leopoli. Se qui è “concepibile” l’esclusivo uso dell’ucraino, non può esserlo altrettanto a Donetsk, Lugansk e Mariupol. Vorrebbe dire rischiare di assistere a una “ucrainizzazione” di territori limitrofi alla Russia e non dare più modo a Mosca di avere influenza su una regione storicamente vicina sotto il profilo culturale. Fallito l’assalto a Kiev, con le truppe russe costrette a indietreggiare, Putin ha (ma solo forse per il momento) abbandonato l’idea di far cadere l’attuale impianto statale ucraino. Ma in Donbass, anche a costo di pagare un caro prezzo politico e militare, il presidente russo non ha intenzione di veder utilizzato l’ucraino quale unica lingua ufficiale.

La questione economica

Se in Italia, per spiegare le differenze sull’andamento dell’economia, si parla della storica dicotomia nord-sud, in Ucraina questo concetto è sintetizzato con la tradizionale dicotomia est-ovest. C’è sempre stata storicamente una forte contrapposizione tra un est industrializzato ed economicamente più avanzato e un ovest invece agricolo e più arretrato. Le regioni del Donbass da sole riescono ad incidere su circa il 25-30% del Pil ucraino. Si tratta di un retaggio dell’era sovietica. Qui, grazie ai tanti bacini idrici e a una posizione geografica strategica, già negli anni ’30 la dirigenza sovietica di Mosca ha impiantato industrie e miniere. Donetsk è ben presto diventata una delle città più industrializzate dell’Urss, un bacino economico fondamentale e che, tra le altre cose, ha attratto operai da diverse zone della Russia.

Dal porto di Mariupol, la cui area industriale è attualmente simbolo delle ultime operazioni militari, salendo verso Donetsk, Slovjansk, Severodonetsk e Lugansk, è un susseguirsi di fabbriche e miniere vitali tanto per l’Ucraina quanto per la Russia. Controllare l’accesso sul Mar d’Azov e le aree industriali dell’est per Mosca costituisce un obiettivo da non trascurare nel lungo periodo. Il Donbass, grazie alle sue risorse, potrebbe dare alla Russia un forte impulso economico e strategico.

La vicinanza al confine russo

Nella visione del Cremlino, l’Ucraina filoeuropea e filo occidentale potrebbe anche diventare realtà a ovest. É un’eventualità messa in conto oramai dalla dirigenza moscovita. Nelle regioni cioè già oggi confinanti con Paesi aderenti alla Nato, quali Polonia, Slovacchia e Romania, Kiev potrebbe assumere le sembianze del lembo di terra più orientale dell’Unione Europea. A quel punto però, il Donbass diventerebbe uno strategico territorio “cuscinetto”. A est del Dnepr cioè Putin non vorrebbe dare spazio a un’Ucraina orientata verso ovest, né tanto meno accetterebbe di vedere bandiere dell’Ue in zone russofone situate in prossimità del confine con la Russia.

Da qui l’accelerazione dei progetti militari volti ad annettere l’intero Donbass. A Mariupol, considerata conquistata nonostante la presenza di combattenti ucraini all’interno dell’acciaieria Azovstal, le operazioni militari sono (quasi) finite. Donetsk e Lugansk sono dal 2014 in mano ai separatisti filorussi. Mancano all’ipotetico appello del Cremlino le aree di Severodonetsk, Kramatorsk e Slovjansk. É qui che si concentreranno le operazioni belliche nei prossimi giorni.

 

 

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