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Guerra

Le trattative di Islamabad e l’ostentazione del potere imperiale

Ennesimo braccio di ferro incrementato dall'attacco a un mercantile iraniano, al quale Teheran ha preannunciato una risposta. Mentre scriviamo non è chiaro se tutto ciò farà collassare le trattative.
Le trattative di Islamabad e l'ostentazione del potere imperiale

Incertezza sui negoziati di Islamabad, con Trump che afferma che la squadra negoziale americana vi si recherà per chiudere, altrimenti minaccia sfracelli contro l’Iran, mentre Teheran insiste sul fatto che l’America debba togliere il blocco ai suoi porti se vuol dialogare. Una richiesta legittima, che intende rendere edotta la controparte sul fatto che trattare esercitando la massima pressione, come usa l’amministrazione Trump, non può essere accettata.

Ennesimo braccio di ferro incrementato dall’attacco a un mercantile iraniano, al quale Teheran ha preannunciato una risposta. Mentre scriviamo non è chiaro se tutto ciò farà collassare le trattative. Le possibilità ci sono, soprattutto per l’arroganza americana, che ha attaccato in maniera del tutto arbitraria l’Iran e ora pretende di dettare le dinamiche dei negoziati e i suoi esiti.

La propensione a tutelare i propri interessi con la Forza non è nuova per l’Impero americano. Lo ha sempre fatto dal dopoguerra in poi, anche se declinando tale posa muscolare in modalità più riservate, solo a volte arrivando a sganciar bombe. Quel che è nuovo è l’ostentazione della brutalità, laddove un tempo l’esercizio della forza era nascosto da stratificazioni di propaganda.

Come nuovo è il rigetto della diplomazia, che ora sopravvive solo in modalità aggressiva e solo come estrema ratio, quando la via della Forza riserva troppi costi o incognite altrettanto eccessive. E accompagnata dalla cosiddetta massima pressione, cioè esercitata in modalità apertamente coercitiva.

Di interesse, sul punto, un articolo di Stewart Patrick, del Carnegie Endowment for International Peace, pubblicato sul New York Times, che registra come la guerra all’Iran è stata (o è, visto che siamo in un momento di sospensione) il momento in cui la propensione dell’Impero alla Forza si è palesata in tutta la sua plasticità e brutalità.

The Warmongers Are Getting History All Wrong

L’idea che il forte debba approcciarsi inevitabilmente in questa modalità rispetto al debole e che la geopolitica sia solo una questione di rapporti di forza affonda le radici nelle “verità intramontabili della politica di potenza”, scrive Patrick, che “traggono spesso ispirazione da Tucidide, la cui ‘Storia della guerra del Peloponneso’ resta un testo fondamentale per i sedicenti realisti in politica estera”.

In realtà, sono gli ambiti neocon ad attingervi, i realisti di scuola kissingeriana reputano che forza e diplomazia debbano correre in parallelo, non per nulla Kissinger era fautore di un appeasement con Pechino. Specifica che va fatta, ma che nulla toglie all’intelligenza del testo di Patrick, che prosegue così: “Politici e analisti, infatti, invocano regolarmente tale opera per spiegare l’inevitabilità della rivalità tra le grandi potenze e giustificare il loro dominio sui più deboli”.

“Ma le loro analisi non offrono una lettura sufficientemente approfondita [del testo] e spesso trascurano gli insegnamenti più profondi dello storico sui pericoli dell’esercizio del potere senza limiti né legittimità. L’episodio più famoso delle ‘Storie’ di Tucidide è il Dialogo di Melo. In esso, una delegazione ateniese pone un ultimatum all’isola di Melo: sottomettersi alla superiorità di Atene e diventare uno stato tributario nella sua guerra contro Sparta, oppure affrontare la distruzione”.

“I melii implorarono di rimanere neutrali, ma la loro richiesta venne respinta. ‘Voi sapete bene quanto noi’, spiegarono gli Ateniesi, ‘che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono’. Melo venne sconfitta, gli uomini adulti furono messi a morte e le donne e i bambini furono venduti come schiavi”.

“La seconda amministrazione Trump ha abbracciato con entusiasmo la logica del Dialogo meliano”, commenta Patrick, ma le sue “continue prepotenze ignorano una lezione fondamentale dell’antichità classica: il passaggio di Atene da un’egemonia benevola a un impero malevolo ha spianato la strada alla sua rovina”.

“A partire dal VII secolo a.C., le città-stato dell’antica Grecia riconobbero una di esse come leader naturale, legittimata a godere di uno status di primazia e di diritti particolari a motivo del contributo spropositato che garantiva alla difesa collettiva. Questa potenza veniva chiamata egemone. Una leadership spesso oggetto di contesa. Lo scontro più famoso fu quello che generò la guerra del Peloponneso, che vide contrapporsi Atene e Sparta. Alla fine, Atene fu sconfitta”.

“«Ciò che rese inevitabile la guerra», scrisse Tucidide nella sua celebre frase, «fu la crescita del potere ateniese e la paura che questa incuteva a Sparta». Molti studiosi contemporanei hanno ripreso questa affermazione come fosse una sintetica spiegazione dell’inevitabilità delle guerre tra grandi potenze. Come Atene e Sparta, dicono, anche gli Stati Uniti e la Cina rischiano di cadere nella ‘trappola di Tucidide’” [in realtà, più che un rischio, il conflitto viene posto come esito inevitabile ndr.].

“Ma, come lo storico stesso chiarisce, le cause della guerra erano più profonde. Ciò che rendeva così preoccupante la sempre maggiore potenza di Atene era la sua continua violazione delle norme elleniche nel tentativo di trasformare la sua leadership consensuale in un impero coercitivo. Durante il dibattito tra gli spartani sull’opportunità di entrare in guerra, una delegazione ateniese in visita giustificò la svolta imperialista del proprio paese così: ‘Non siamo stati noi a dare l’esempio, perché è sempre stato legge che il più debole debba essere soggetto al più forte'”.

“La mossa si rivelò controproducente, confermando i sospetti sulle intenzioni imperialiste di Atene e spingendo gli spartani e i loro alleati ad approvare la dichiarazione di guerra. In altre parole, ciò che rese inevitabile la guerra non fu semplicemente la presenza di grandi potenze rivali, ma il fatto che una di esse abusasse delle regole del sistema che le aveva permesso di raggiungere la grandezza”.

“La tentazione di sfruttare il proprio dominio è un impulso storico ricorrente, al quale l’America di Trump ha ceduto […] gli Stati Uniti stanno ora sfruttando e abusando del loro dominio strutturale per ottenere il massimo profitto, costringendo ed estorcendo vantaggi persino dai loro partner più stretti. Come ai tempi di Tucidide, questo atteggiamento promette guadagni a breve termine, ma disastri nel lungo periodo”.

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