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L’annuncio delle sanzioni americane contro Francesca Albanese, giurista e relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, ha scosso molti osservatori internazionali ma non le istituzioni italiane. Il Quirinale, solitamente pronto a intervenire su episodi di ben minore rilevanza, questa volta tace. Albanese è stata colpita da una misura senza precedenti: inserita in una lista di sanzioni dall’amministrazione Trump, le è vietato l’ingresso negli Stati Uniti e la sua attività accademica, soprattutto in Europa, sarà ostacolata a causa della collaborazione tra molte università e aziende statunitensi. La decisione è arrivata dopo la pubblicazione di un dossier che documenta i profitti delle multinazionali statunitensi dall’occupazione israeliana. Ma l’intolleranza dei gruppi di pressione pro-Israele a Washington per la studiosa è di molto precedente, ed è esplosa con la popolarità di quest’ultima.

L’offensiva legalistica è stata annunciata, con toni minacciosi su X, dal segretario di Stato Marco Rubio, subito dopo la visita a Washington del premier israeliano. Un gesto che segna una stretta ulteriore nell’alleanza tra Trump e i settori più radicali della diaspora ebraica statunitense, pronta a colpire chiunque contesti – con successo di pubblico – la politica di Israele. Albanese è stata lasciata sola, almeno in Italia, a difendere l’autonomia e l’impatto del suo lavoro: un lavoro fondato su dati e analisi che le hanno guadagnato la difesa di Onu, Unhcr, Amnesty International, Human Rights Watch, economisti e attivisti ebrei progressisti. Eppure, per mesi, solo la sinistra radicale italiana si è schierata pubblicamente con lei, mentre i giornali moderati temevano intimidazioni e shitstorm.

Colpisce soprattutto l’inerzia del presidente Sergio Mattarella. Il Quirinale ha ritenuto opportuno, mesi fa, scrivere un messaggio di solidarietà per l’allora direttore di Repubblica contestato alla Federico II. Ha ritenuto urgente telefonare alla premier Meloni per un messaggio di insulti di un tizio random sui social. Ma oggi non trova parole per commentare le sanzioni – senza precedenti – a una giurista e studiosa italiana di impatto internazionale.

Fanatici religiosi e coloni violenti

I toni, i modi, il CV di Albanese sono del tutto secondari in questa vicenda. Trump, su suggerimento di un altro governo colpevole di crimini di guerra, vuole intimidirla per il suo lavoro intellettuale, fondato su dati di realtà e inattaccabile nei contenuti. Non a caso quel lavoro viene difeso tutt’oggi dall’ONU, l’Alto commissariato Onu per i Rifugiati, Amnesty, Human Rights Watch, innumerevoli esperti moderati, economisti di fama internazionale e tanti studiosi ebrei democratici. “Non possono essere cinismo o indifferenza a guidare i comportamenti delle nazioni”, ha detto giovedì il presidente della Repubblica parlando dell’Ucraina. Giusto. Ma forse è il caso di applicare queste parole anche su un caso esemplare di tirannia nazionalista.

Israele non ha subito alcuna sanzione e gode del pieno sostegno economico delle aziende occidentali per perpetrare le sue politiche espansioniste e il suo apartheid: questo il motivo dell’insistenza di Albanese, della sua pubblica non-neutralità, e questo il motivo per cui viene intimidita da un’amministrazione alleata dei fanatici religiosi e dei coloni violenti. Tacendo su un sanzionamento prepotente, che bersaglia una figura autonoma, colpevole soltanto di usare le parole nel suo lavoro, il Quirinale sembra preferire il posizionamento geopolitico e il quieto vivere col governo Meloni ai principi liberali.

Pensate: a distinguersi, condannando apertamente le sanzioni, è stata la presidente della Slovenia, Nataša Pirc Musar, una giurista europeista e pro-Ucraina, dimostrando che non servono né un retroterra no-global né un elettorato arabo-musulmano per opporsi a un atto intimidatorio così grave. Anche l’Unione Europea ha espresso “rammarico” attraverso un portavoce, mentre le istituzioni italiane – Quirinale incluso – hanno preferito il silenzio. La ragion di Stato, l’allineamento con Washington e Tel Aviv e il quieto vivere contano più del diritto e della dignità di chi denuncia abusi. Sarebbe il caso di porvi rimedio, prima che il precedente lasci un segno.

Eppure, la vicenda non riguarda solo Albanese o il conflitto israelo-palestinese: è un segnale di come gli alleati Nato e Ue possano piegare strumenti commerciali e tecnologici per screditare e isolare le voci critiche. È anche un segnale dei doppi standard delle classi dirigenti occidentali, sempre più intolleranti verso il dissenso. Come ha ricordato l’European Center for Constitutional Rights di Berlino, “è la prima volta che uno Stato impone misure punitive mirate a un titolare di mandato delle Nazioni Unite”.

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