La geopolitica della corsa allo spazio
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La Russia ha azionato per la prima volta i sistemi di difesa anti-aerei S-300 dislocati in Siria contro i caccia di Israele. L’episodio è avvenuto la notte del 13 maggio nei pressi della città di Masyaf, nel nord-ovest del Paese arabo, a circa 45 chilometri dalla base navale di Tartus, gestita da Mosca. Il raid israeliano ha provocato cinque morti e sette feriti, come riferito dall’agenzia di stampa siriana ufficiale Sana. L’Osservatorio siriano per i diritti umani, organizzazione non governativa con sede a Londra ma presente sul territorio siriano con una rete di fonti, segnala che quattro delle vittime erano combattenti di nazionalità non precisata.

“Aerei da guerra israeliani hanno lanciato almeno otto missili contro depositi di armi e siti iraniani nell’area di Masyaf”, aggiunge l’Ong. Secondo l’emittente televisiva israeliana Channel 13, il missile anti-aereo russo è stato sparato mentre i jet israeliani stavano tornando alla base e non ha agganciato alcun obiettivo. L’episodio, finora non smentito, segna un deciso cambio di passo nell’atteggiamento di Mosca nei confronti dello Stato ebraico. Secondo la rivista statunitense Forbes, la risposta russa ai raid israeliani in Siria “potrebbe essere un grosso problema”.

Chi ha sparato?

Finora, tra Russia e Israele era in vigore un tacito accordo che permetteva allo Stato ebraico di colpire obiettivi dell’Iran e degli Hezbollah libanesi in Siria, senza finire nella rete anti-aerea avanzati dislocata da Mosca nel territorio del regime di Damasco. A tentare di colpire gli aerei israeliani sono in genere le obsolete e poco efficaci batterie Pantsir S-2. Secondo Channel 13, i sistemi S-300 in Siria sono azionati delle Forze armate russe e non possono attivarsi senza l’approvazione di Mosca. “Se, tuttavia, la Russia avesse trasferito il pieno comando e controllo degli S-300 all’esercito siriano, e avesse permesso a Damasco di usarli per cercare di impedire a Israele di attaccare obiettivi collegati all’Iran nel Paese, sarebbe tutta un’altra storia”, sottolinea Forbes.

Linea rossa

Il quotidiano The Times of Israel afferma che, a prescindere da chi abbia azionato i missili, l’episodio è preoccupante per Israele. Lo Stato ebraico ha compiuto centinaia di attacchi aerei all’interno della Siria a partire dal 2011, in relativa tranquillità. Gli S-300 permetterebbero a Damasco di colpire bersagli ad alta quota a oltre 160 chilometri di distanza. L’intelligence israeliana ha fatto filtrare alla stampa le immagini satellitari scattate prima e dopo il raid che mostrerebbero una struttura sotterranea completamente distrutta. L’area del bombardamento dista appena qualche decina di chilometri dalla strategica base di Tartus. “Molto probabilmente il personale russo ha lanciato il missile per segnalare a Israele si è spinto troppo oltre secondo il punto di vista di Mosca. In altre parole, è il classico colpo di avvertimento”, afferma Forbes. Secondo un’analisi di Stratfor, “la vicina provincia siriana di Latakia ospita le basi aeree e navali russe ed è normalmente off-limits agli attacchi israeliani, portando così il redente raid israeliano molto vicino alle linee rosse indicate da Mosca”.

Rapporti incrinati?

Il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, senza mai menzionare apertamente l’episodio, ha dichiarato che lo Stato ebraico “continuerà ad agire contro qualsiasi nemico che lo minacci e impedirà il trasferimento di capacità avanzate dall’Iran”. Secondo Forbes, “mentre Israele indubbiamente non vuole uno scontro militare con la Russia in Siria, Mosca certamente non può permetterselo, soprattutto in un momento in cui la sua capacità di rifornire le sue forze in Siria è stata gravemente limitata dopo che la Turchia ha chiuso lo stretto del Bosforo”. L’escalation avviene mentre i rapporti tra Israele e Russia sono tesi dopo le dichiarazioni a Mediaset del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, giudicate antisemite, e le successive “scuse” di Vladimir Putin, queste ultime riferite però solo dalla parte israeliana e non dal Cremlino. In Israele vive una vasta comunità russofona ed è nell’interesse di tutti mantenere rapporti cordiali, ma è altrettanto vero molto israeliani hanno origini ucraine: a Odessa, ad esempio, vive una folta e nota comunità ebraica.

Il fattore ucraina

Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina il 24 febbraio, lo Stato ebraico ha cercato di preservare i suoi legami con Mosca e fino a poco tempo fa ha rifiutato di inviare equipaggiamento difensivo in Ucraina, trasferendo invece oltre 100 tonnellate di aiuti umanitari e allestendo un ospedale da campo nell’Ucraina occidentale. Adesso Israele sembra aver mutato cambiato posizione e lo dimostra l’annuncio dell’invio, pochi giorni fa, di elmetti e giubbotti antiproiettile all’Ucraina. In una dichiarazione, il ministero della Difesa ha affermato che avrebbe spedito 2.000 elmetti e 500 giubbotti antiproiettile, i primi inviati dallo stato ebraico dall’inizio dell’invasione russa. I canali Telegram russi riferiscono anche dell’invio di consiglieri militari e droni israeliani. Eventualità che Insideover non può verificare e che poterebbe rientrare nel novero della propaganda di Mosca.

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