La guerra in Ucraina, dove Mosca ha avviato un’operazione militare su larga scala nel tentativo di costringere alla resa il governo guidato da Volodymyr Zielensky, potrebbe presto avere ripercussioni nel continente asiatico. Il teatro bellico è infatti incastonato nel cuore dell’Europa, ma gli effetti indiretti della crisi, almeno dal punto di vista diplomatico, sono arrivati già fino all’Asia.

E non solo perché la Cina sta cercando in tutti i modi di mantenersi in equilibrio sul filo del rasoio, sia condannando le sanzioni occidentali inflitte all’alleato russo, sia sottolineando il rispetto della sovranità di ogni Paese, Ucraina compresa.

Ma anche perché la mossa di Vladimir Putin ha scosso le relazioni diplomatiche esistenti in un’area già movimentata e reso plausibile l’attuazione di ipotetici atti emulativi, in primis la presa di Taiwan da parte di Pechino. Detto dell’atteggiamento cinese e delle ultime tensioni scoppiate a largo dello Stretto di Taiwan, è interessante concentrarsi sulle mosse dell’altra Asia, ovvero tutti i Paesi di questa regione ad esclusione della Cina, ampiamente trattata in precedenza.

La reticenza dell’Asean

Più di un osservatore è rimasto perplesso di fronte alla risposta dei governi del Sud-Est asiatico di fronte alla crisi scoppiata in Ucraina. Perché questi Paesi, solitamente sempre in prima linea quando si tratta di sostenere la propria sovranità e integrità territoriale, si sono dimostrati piuttosto reticenti nel parlare dell’invasione russa? Certo, pur dando la priorità all’evacuazione dei connazionali, i ministri degli Esteri dei dieci membri dell’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (Asean) hanno diffuso una dichiarazione congiunta nella quale, come ha evidenziato Reuters, hanno invitato “tutte le parti interessate a esercitare la massima moderazione, a portare avanti il dialogo attraverso tutti i canali, compresi i mezzi diplomatici per contenere la situazione, per evitare che si aggravi ulteriormente e per raggiungere una risoluzione pacifica conformemente al diritto internazionale e alla Carta delle Nazioni Unite”.

Parole del genere riflettono la cautela con la quale la maggior parte della regione sta affrontando l’emergenza europea. Le risposte dei singoli Paesi lasciano il tempo che trovano, ad eccezione di Singapore, il cui governo si è detto “gravemente preoccupato” e pronto a condannare “fermamente qualsiasi invasione” di un Paese sovrano. Per il resto, dall’Indonesia alla Malesia, passando per la Cambogia, gli altri governi hanno rilasciato dichiarazioni caute, quasi banali e scontate, e non tutti hanno menzionato la Russia per nome. Le Filippine hanno diffuso una dichiarazione senza neppure fare menzione del conflitto in quanto tale. Laos e Brunei, nel momento in cui stiamo scrivendo queste righe, non hanno ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali, mentre il Myanmar si è espresso a favore della Russia (che ha venduto ai militari locali un’ingente quantità di armi) e il Vietnam è apparso molto più critico verso Kiev che non contro Mosca.

Le ragioni del Sud-Est asiatico

Per quale motivo i membri dell’Asean non hanno imposto sanzioni o fatto dure condanne? Intanto azioni del genere non rientrano nel playbook dell’Asean, che si concentra invece sulla conservazione del dialogo. Non è inoltre da escludere che i protagonisti del Sud-Est asiatico considerino la guerra in Ucraina come remota e non rilevante per i propri interessi nazionali. Come se non bastasse, la Russia possiede un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, è uno dei principali fornitori di armi nella regione e vanta legami storici con diverse nazioni del posto, risalenti addirittura alla Guerra Fredda. Infine alcuni Paesi – pensiamo a Cambogia, Laos e Myanmar – potrebbero godere di alcuni vantaggi nel caso in cui il potere e l’autorità degli Stati Uniti venissero erosi dall’offensiva russa in Ucraina.

Il dilemma indiano e le sanzioni di Giappone e Corea del Sud

Sulla guerra in Ucraina, il Giappone si trova in una posizione molto delicata. A differenza di quanto accaduto durante la crisi in Crimea, quando Tokyo attuò blande sanzioni contro Mosca, adesso il governo giapponese non solo ha aderito alla prima tornata di sanzioni, ma ha preannunciato pure di volerne adottare altre più severe, allineandosi con i Paesi europei e gli Stati Uniti (e, di fatto, imitato la Corea del Sud). È interessante, inoltre, sottolineare come tra Tokyo e Mosca continui a pesare il nodo relativo alle Isole Curili, che va ormai avanti dalla Seconda Guerra Mondiale.

Mentre la Corea del Nord si è schierata al fianco di Putin, l’India si trova a metà del guado. Da quando, alla fine del 2021, il conflitto tra Russia e Stati Uniti sull’Ucraina ha iniziato ad inasprirsi, Nuova Delhi ha evitato di schierarsi. Il governo indiano ha continuato a mantenersi neutrale anche in seguito all’invasione russa. È facile intuire il dilemma di questo Paese. Il primo ministro Narendra Modi è intrappolato tra due fuochi amici: la Russia, partner di vecchia data e principale fornitore nel campo della difesa, e gli Stati Uniti, amico più recente, alleato nel Quad e fondamentale per contrastare l’ascesa della Cina. In uno scenario del genere, l’immobilismo regna sovrano.

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