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Guerra

Le portaerei sono ancora le regine dei mari?

La portaerei è la regina incontrastata dei mari. Da quando ha sostituito la corazzata nel ruolo di fulcro di una flotta da guerra, già a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, il suo ruolo è rimasto sempre centrale nella...
La portaerei USS George Bush ancorata al largo di Portsmouth (LaPresse)

La portaerei è la regina incontrastata dei mari. Da quando ha sostituito la corazzata nel ruolo di fulcro di una flotta da guerra, già a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, il suo ruolo è rimasto sempre centrale nella strategia di guerra navale: dalla Seconda guerra mondiale, che ha certificato sui campi di battaglia come l’utilizzo dello strumento aereo sia insostituibile soprattutto attraverso la tattica aeronavale, sino ai nostri giorni, dove la capacità di proiezione di forza di una nazione ha la sua massima espressione nei Carrier Strike Group (Csg) americani. Più di 70 anni di dominio, più del doppio della durata di quello delle corazzate “moderne”, le monocalibro o dreadnought dal nome della prima unità di questo tipo costruita nei cantieri britannici nei primi anni del ‘900, ma partorita dal genio dell’ingegnere italiano Vittorio Cuniberti.

Oggi, però, a fronte di nuove tecnologie nate per contrastare il predominio di questo strumento bellico che ha rivoluzionato il concetto stesso di guerra, c’è chi si sta chiedendo se le portaerei siano ancora in grado di essere efficaci e soprattutto se sia conveniente (anche economicamente) continuare non solo a costruirne di nuove, ma anche impiegarle in battaglia.

Un terrore “ipersonico”

Il dibattito, nato in seno ai massimi livelli dell’amministrazione e delle Forze Armate Usa, prende le mosse dalla considerazione dell’efficacia che potrebbero avere le armi ipersoniche nel contrasto all’attività delle portaerei.

Il senatore Angus King non usa mezzi termini a riguardo: per lui i missili ipersonici sono “armi da incubo” che rischiano di far diventare obsolete le portaerei. “Ogni portaerei che possediamo può scomparire in un attacco coordinato in una manciata di minuti” ha osservato King, precisando che “Da Murmansk al Mar di Norvegia ci sono solo 12 minuti di volo a 6mila miglia all’ora”. Il senatore, che pur è considerato un amico dell’Us Navy, non usa mezzi termini: per lui le portaerei rischiano di diventare seriamente delle costosissime “anatre sedute”, ovvero un facile bersaglio per i missili del nemico.

Il “terrore” espresso da King è condiviso da diversi esponenti dell’ambiente politico e militare americano: lo sviluppo dei missili ipersonici, ovvero di viaggiare a più di Mach 5, da parte di Russia e Cina, sta preoccupando non poco i vertici della Difesa Usa. Il senatore ha solo espresso un sentimento diffuso dettato non tanto dalla reale efficacia che possono avere questi missili nel contrasto all’attività di un Csg, quanto per il divario tecnologico che separa gli Stati Uniti dai suoi concorrenti proprio in fatto di sistemi ipersonici.

“La mia preoccupazione” ha detto King “è che siamo lontani un certo numero di anni dall’avere questa capacità e che i nostri avversari potranno acquisirla entro brevissimo tempo. Questo crea un divario pericoloso a mio avviso. Rappresenta un divario qualitativo nelle capacità offensive che la storia ci consiglia di colmare, altrimenti ridurrà il nostro vantaggio”.

Il nemico, anche in questo caso è la Cina

Il sottosegretario alla Difesa per la ricerca e l’ingegneria, Mike Griffin, è dello stesso avviso del senatore King quando sostiene “cosa teme di più la Cina secondo voi? Duemila missili convenzionali posseduti da Stati Uniti e dai suoi alleati nel Pacifico Occidentale in grado di colpire bersagli sul proprio territorio o una nuova portaerei? Perché entrambe le cose costano allo stesso modo”.

La questione non è affatto di facile risoluzione, proprio in tempi in cui si stanno impostando le nuove portaerei nucleari classe Ford, dal costo di circa 13/14 miliardi di dollari l’una. Portaerei la cui gestazione sta avendo complicazioni non previste (radar dual-band, catapulte, sistema di arresto velivoli ed elevatori dell’armamento), che ne stanno facendo lievitare i costi e allungare i tempi di consegna, proprio mentre Russia e Cina stanno elargendo fondi verso i sistemi da crociera e balistici ipersonici in grado di colpire il naviglio americano.

Gli Stati Uniti sono quindi presi dal terrore per questo tipo di armamenti, e stanno peraltro lavorando alacremente per colmare il divario che li separa da Russia e Cina, ma, come spesso accade, si corre il rischio di sovrastimare la minaccia, un po’ come era avvenuto negli anni ’60 e ’70 con gli Icbm sovietici.

Sicuramente un missile da crociera ipersonico, soprattutto se aviolanciato come il Kinzhal russo, rappresenta un’arma flessibile, facilmente impiegabile e soprattutto “spendibile” per una questione di rapporto costo/efficacia. L’impiego di una tale arma, però, è subordinato ad un controllo efficace del teatro in cui viene impiegato: sebbene i missili siano dotato di sistemi di guida  anche con un certo livello di intelligenza artificiale che permette loro di identificare il bersaglio, devono essere lanciati in un ambiente fondamentalmente non ostile, o comunque ben controllato dai propri sistemi di sorveglianza. Tali missili sono, infatti, lo strumento ideale per l’attività di sea denial, ovvero di blocco dell’accesso a specchi o bracci di mare più o meno limitati, ma per l’attività di sea control, ovvero per il dominio del mare nelle sue varie forme, la strategia richiede ancora strumenti in grado di essere efficaci dal punto di vista della proiezione di forza a grande e grandissima distanza: le portaerei.

Questo discorso vale ancora di più per i tanto temuti – spesso a torto – missili balistici antinave. Affinché siano realmente efficaci contro un bersaglio in movimento come un gruppo da battaglia di una portaerei in navigazione a centinaia, migliaia di chilometri dal punto di lancio, oltre ad un tipo di sistema di guida terminale avanzato – in grado cioè di resistere alle accelerazioni e temperature raggiunte in velocità ipersonica – devono essere integrati in una struttura di ricognizione, comando e controllo che raccoglie e condivide dati in tempo reale su vasta scala, appunto per poter determinare la posizione finale del loro bersaglio con sufficiente accuratezza e comunicarla al vettore missilistico affinché possa effettuare le necessarie correzioni di traiettoria.

Portaerei sì o portaerei no?

La risposta a questa domanda a questo punto potrà essere scontata, almeno per chi scrive, ma il dibattito negli Stati Uniti è ancora acceso e ben lungi dal trovare una soluzione.

Il problema è anche quello dei costi, come abbiamo accennato: c’è chi, negli ambienti politici ma anche militari, vorrebbe dirottare i fondi per la costruzione delle nuove portaerei classe Ford verso la ricerca per i missili ipersonici e soprattutto verso i sistemi di difesa, che come da programmi del Pentagono, saranno gli ultimi a essere sviluppati nella tabella di marcia che si sono prefissati per raggiungere la parità coi sistemi cinesi o russi.

Del resto gli Stati Uniti, oltre alle nuove Ford, stanno intraprendendo diversi programmi – anche costosi – di rinnovamento delle Forze Armate tra cui anche della cosiddetta Triade Nucleare: i nuovi sottomarini lanciamissili balistici classe Columbia, che dovranno sostituire i vetusti classe Ohio, sono solo uno tra i programmi di spicco del rinnovo dell’Us Navy, che vedrà presto la nascita di una nuova classe di fregate, in cui c’è (o forse c’era) anche in gioco l’Italia con le tipo Fremm, un nuovo vascello tutto unmanned e una nuova unità di superficie di grandi dimensioni (la cui definizione tra incrociatore e cacciatorpediniere è ancora in dubbio).

Sembrerebbe quindi che oltre Atlantico abbiano già deciso, ma ci sono voci – importanti – che ritengono (giustamente) che le portaerei abbiano ancora qualcosa da dire nella guerra moderna e del futuro. Ne è un esempio il contrammiraglio Roy Kelly, comandante delle forze navali dell’Atlantico, che fa una lunga apologia di questi strumenti sostenendo, tra le altre cose, che in tempo di guerra sarebbero le uniche piste di decollo che sopravviverebbero in area di operazioni.

Il contrammiraglio Kelly, riguardo alle minacce dei missili ipersonici, ha poi le idee molto chiare: “Nella Seconda Guerra Mondiale le portaerei americane hanno affrontato la minaccia del siluro e dei bombardieri in picchiata. Durante la Guerra fredda i nostri avversari hanno dispiegato missili supersonici a testata nucleare. Oggi i missili hanno tecnologia ipersonica e balistica. In tutto questo l’Us Navy ha sempre sviluppato, e continuerà a sviluppare, tattiche e armi superiori da contrapporre a queste minacce. Le portaerei sono mobili, difendibili e durevoli”.

Kelly non ha tutti i torti: se c’è una cosa che ci insegna la corsa a nuovi sistemi d’arma, è che parallelamente si corre a sistemi d’arma in grado di contrastarli. Ad esempio: se si sviluppano aerei stealth, invisibili ai radar, la ricerca si sposta verso sistemi di individuazione diversi, come i radar quantici, che li rendano meno efficaci o del tutto inefficaci. Lo stesso meccanismo verrà messo in pratica anche per i missili ipersonici, ed in particolare per la difesa dei Csg, anzi, si sta già mettendo in pratica.





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